Interviste

Jovanotti ci racconta il Backup Tour 2013 «Porto in scena un’epica contemporanea»

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Il 2013 segna una svolta definitiva nella carriera di Lorenzo Jovanotti Cherubini. Il Backup Tour (tredici date tra giugno e luglio) è il suo primo negli stadi. La parabola che, in 25 anni, lo ha visto trasformarsi da intrattenitore per un pubblico di giovanissimi ad artista tra i più importanti e popolari in Italia (con tanto di apprezzate scappatelle americane) tocca il suo punto più alto. Eppure, a stupirci è ancora una volta la sua caratura umana. Ecco l’intervista/coverstory pubblicata sul numero di giugno di Onstage.

Ho idealmente inseguito Lorenzo per settimane, prima a Cortona, poi a New York, di nuovo in Italia. Mi avevano consigliato di mettere per iscritto le mie domande – «non si sa mai» – ma non volevo rassegnarmi a intervistarlo via mail. E poi non avevo davvero delle domande, perché volevo chiacchierare con lui. Troppo interessante questo suo momento, con il primo tour negli stadi e tutto il resto, per “interrogarlo” e basta. Detto che le interviste via mail non mi garbano in generale – non c’è un vero scambio – avevo voglia di parlare con lui. Chi non vorrebbe? Comunque, tra le prove qui, i live negli Stati Uniti e il video di Ti porto via con me, non si è trovato il tempo e alla fine queste benedette domande le ho dovute scrivere. È stato un bene che sia andata così. Ogni sua risposta, così com’è, senza una replica, non solo rende molto più intelligente la domanda di quanto non lo fosse, non solo apre il mondo di Lorenzo con l’onestà che conosciamo. Ogni risposta, così com’è, è un pezzetto di bellezza, di quella bellezza di cui vorremo veder pieno tutto, l’Italia, l’Europa, il mondo intero. Quella bellezza di cui avrebbero bisogno i macrosistemi, ma che invece dobbiamo rassegnarci a trovare solo in microcosmi che, per quanto grandi, sempre micro sono. Scrivo ascoltando Backup e ci sono i pezzi di Jovanotti For President, il suo primo, adolescenziale, superfunky album. Jovanotti presidente. Chissà. Chissà quale consenso raccoglierebbe Lorenzo se si candidasse a guidare l’Italia. Non abbiamo forse bisogno di consapevolezza del passato e insieme capacità d’interpretare il presente e immaginare il futuro? Ecco.

Ragionavo sulla tua carriera. Hai avuto un grande dono: un pubblico che ti ha concesso di cambiare, evolvere, maturare. In Italia si appiccicano etichette a tutto e tutti, non a Jovanotti. Ti sei mai chiesto perché?
Perchè il mio cosiddetto “pubblico” mi assomiglia, è composto per una grandissima parte di individui aperti al nuovo, disposti all’ascolto, al cambiamento – come lo sono io – per questione direi anche generazionale. Quando concentro lo sguardo su quello che per comodità chiamiamo “pubblico” vedo persone, non vedo un gregge, non vedo un “target”, vedo esseri umani che pensano liberamente.

Hai sfruttato questa libertà al 100%. Lo dimostrano gli estremi opposti in cui si muove la tua carriera: “Un po’ di Hello Kitty e un po’ di Tarantino”. Forse l’evoluzione si compie proprio quando si sfrutta tutto lo spazio che si è in grado di coprire?
Non ho sfruttato la mia libertà completamente, non credo sia possibile, ho fatto quello che era nelle mie corde e conto di farlo anche domani. Mi ritrovo a essere un uomo senza alcuna struttura ideologica di riferimento, tranne quella di non averne, che è a suo modo un’ideologia. Cerco di tenere fede al principio che cambiare è positivo e che ovunque puoi trovare qualcosa di interessante.

Recentemente ho letto un’intervista in cui il giornalista ti dà “del lei”. Mi ha quasi infastidito, perché ha imposto una distanza che non avevo mai avvertito prima.
Il “lei” nel giornalismo a volte può essere un vezzo o un linguaggio, non è necessariamente una cosa che dà fastidio. Quando Fiorello e Mollica si danno del lei nelle interviste è divertente, poi nella vita credo che si diano del tu. A me non dà fastidio se lo fa un giornalista, se invece lo fa un ragazzino chiedendomi “Jovanotti, mi FA un autografo?” la cosa mi fa un po’ ridere e mi fa capire che lui ha genitori più giovani di me. E questo fa parte della vita, sta accadendo, ho 46 anni, quasi 47, checcevoifa?

La gente si sente così vicina a te anche perché gestisci in prima persona i social network. Sono i tuoi tweet e i tuoi post. C’è un nesso con l’aumento di popolarità che culmina nel tour negli stadi?
Non lo so bene, non ci penso molto, non voglio farlo. I social network mi divertono e sono utili perchè posso comunicare in diretta con chi mi segue, cosa che una volta doveva essere mediata da altri. E’ un bel passo avanti, così i media tradizionali (specialmente i giornali e le riviste) miglioreranno se sapranno uscire dalla logica del semplice copia/incolla di comunicati stampa e potranno dedicarsi all’approfondimento, che invece nei social network non trova spazio per la natura della Rete, che esige brevità.

Cosa stai cercando in America? Laggiù ritorni artista emergente proprio quando da noi hai raggiunto il tuo picco di popolarità. Sembra che il paradosso ti attragga.
In America sto cercando me stesso, sperando che continui a sfuggirmi. Sto cercando di migliorarmi, di confrontarmi con panorami diversi, di mettermi in difficoltà e di uscire da quella “comfort zone” che per un artista equivale al declino creativo. E non c’è nulla al mondo che mi attrae più del paradosso.

Veniamo al tour, il tuo primo tour negli stadi. Quando è stata pronunciata per la prima volta la parola “stadio”? E che effetto ti ha fatto?
È stata pronunciata quando ho scritto Ciao Mamma, nel 1989, ma lì raccontavo come mi sentivo essendo uno del pubblico, non pensavo che l’avrei cantata io dal palco in uno stadio, quella parola. “Stadio” non si dice mai, per scaramanzia, però sta lì nel cuore, come un sogno, come una possibilità remota ma non impossibile. Ora ci siamo.

Perché il tuo pubblico dovrebbe essere attento ai musicisti che hai coinvolto per aprire i concerti? Di solito, gli Italiani tifano per il proprio artista e il resto importa poco. Non a caso i festival da noi stanno scomparendo: manca curiosità per ciò che non si conosce.
Alcuni Italiani sono così, alcuni concerti sono così. Non i miei Italiani, non i miei concerti. Io faccio musica, amo la musica, sono immerso nella musica, nella mia e soprattutto in quella degli altri – che considero comunque mia, perché la musica, intendiamoci, è condivisione. Immagino che anche il mio pubblico sia così. Io propongo ciò che mi piace seguendo una logica distante da qualsiasi idea di marketing, sperando di fare cosa gradita al pubblico che probabilmente verrebbe al concerto comunque e apprezzerebbe anche una playlist di sottofondo. Credo nella forza del passaparola, della condivisione delle informazioni, nello scambio di consigli. Se a un concerto scopro qualcosa che non conoscevo io vado via più contento. Spesso gli opening act sono decisi in base a logiche discografiche. E invece sono stato io a scrivere mail, a cercare il contatto, a fare la proposta, puntando a qualcosa di non immediato da ottenere, come nel caso dei Tre Allegri Ragazzi Morti o di certi dj super-impegnati. Dopo che nel 1997 sia i CSI che i 99 Posse accettarono la mia proposta, ho imparato che tutto può succedere e che l’intelligenza non è mai compagna del pregiudizio. Il mio principio è un po’ evangelico, se hai una lampada mettila in un punto che faccia luce; se c’è bella musica falla sentire a tutti, a tutti quelli che puoi.

Gli algoritmi di certi servizi musicali online, applicando una sorta di proprietà transitiva, dicono che se a Jovanotti piacciono i Tre Allegri Ragazzi Morti, e a me piace Jovanotti, mi dovrebbero piacere anche ai TARM. Dove s’interrompe la catena?
La catena non c’è. La catena è un’illusione. Non siamo più in un’epoca di catene, oggi è la Rete l’immagine da usare per tentare un approccio. La proprietà transitiva della musica non è una legge, per me. Gli algoritmi che ti mostrano musica che “potrebbe” piacerti quando scarichi un pezzo non sono infallibili, sono attratto dall’idea di consigliare percorsi che nessun algoritmo prevede. è il bello della vita no? I TARM sono una grande band italiana, una delle migliori, e la cosa bella è che abbiano accettato il mio invito, perchè spesso gli algoritmi più prevedibili sono nella nostra testa, ma non in questo caso.

Parliamo dello spettacolo. Ti sei ispirato a qualcosa in particolare?
Mi sono ispirato all’Epica tentando di portare in scena un’epica contemporanea, partendo dall’Odissea e passando per Django Unchained, Pinocchio, Don Chisciotte, Trinità, Rocky, Saturday Night Fever, Una storia vera di Lynch, Le Superchicche, Barry Lyndon, Flashdance, Il Grande Gatsby. Potrei continuare all’infinito! In realtà mi sono ispirato alle mie canzoni a quello che io ci sento dentro.

I tuoi spettacoli si caratterizzano soprattutto per l’energia. Questa volta devi averne a sufficienza per più gente di quanta tu abbia mai visto dal palco. Ti sei allenato?
Mi sono allenato un sacco! So che dovrei evitare di dirlo perchè è bello pensare che uno salga sul palco venendo direttamente da una suite piena di bottiglie di champagne e tutto l’armamentario del rock’n’roll, ma quella non è la mia storia. La verità è che mi sono allenato come per un’olimpiade e ho seguito ogni fase dell’allestimento, non perchè sia un secchione ma perchè mi piace moltissimo farlo.

Cosa ti spaventa maggiormente di questa esperienza? Quali sono i rischi?
Il rischio è deludere il pubblico, ma è lo stesso che c’è anche nel club con 20 persone davanti. Quando ho lavorato al massimo – e so che è così – poi vada come vada.

E su cosa invece ti senti estremamente sicuro?
Sul fatto che siamo una squadra pazzesca, e che tra me e la mia gente, tutta la mia gente, in questo momento c’è un gran feeling.

Presentando Ora, dicesti che ti attrae la «musica del tuo tempo», dal “qui e ora”. Sul palco vedremo il Lorenzo di oggi che ripercorre la sua carriera o i tanti Lorenzo che abbiamo conosciuto nelle diverse fasi della tua carriera?
Mi interessa la musica del mio tempo, e il bello è che oggi la musica del nostro tempo è anche un blues degli anni ‘20 o una registrazione di Enrico Caruso. Il nostro tempo non è più un tempo, è una specie di ipertempo, con tutti i rischi che questo comporta. Il più grosso di questi rischi è quello di finire per esser sopraffatti da una valanga di “presente” che non ci permette più di immaginare scenari futuri. Questo flusso continuo di informazioni può finire per paralizzarci a meno che non si tenti un salto in avanti, fuori dalle chiacchiere, verso qualcosa di più personale, verso la propria storia individuale, qualunque essa sia.

@DanieleSalomone

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