Interviste

Il mega show di Jovanotti:

«Il mio concerto evoca la fantasia»

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di Alvise Losi
Foto di Maikid

Un nuovo album. Un nuovo tour negli stadi. Un nuovo viaggio artistico. Ma la stessa voglia di sempre di stupire e sorprendere. Jovanotti è pronto per portare in tutta l’Italia l’energia che lo contraddistingue e che incanala nella sua musica anche grazie alle esperienze all’estero. Perché, ci ha detto, ancora oggi continua a vivere dove viveva a 18 anni: in giro. Tratto da Onstage Magazine n. 78 di luglio-agosto 2015

C’è una canzone in Lorenzo 2015 cc che mi colpisce più di ogni altra. È un brano che compare nel secondo lato dell’album e si intitola Si alza il vento. Quella canzone è la mia idea di Jovanotti. Un artista che è arrivato dove è oggi per due motivi: l’ambizione di scrivere musica non banale e l’umiltà di affidarsi a compagni di viaggio sempre nuovi eppure mai diversi. Sembra una contraddizione ma non lo è: in quella canzone c’è qualcosa di inedito (la collaborazione con il tuareg Bombino), ma anche le vecchie certezze (la musica africana). Ed è sempre stato così con Lorenzo: da decenni ha gli stessi collaboratori ma da sempre cerca di spingere la sua musica verso nuovi orizzonti. Esplorando nuovi mondi.

Non sempre gli è riuscito: dopo il grande successo de L’albero ci sono voluti parecchi anni per ritrovare quell’ispirazione, eppure non ha mai smesso di cercare. Prima a Capo Horn, poi nel Quinto mondo, per tornare, dopo un’ottima analisi del (Buon) sangue, all’Africa con uno splendido Safari. E Ora, all’alba dei 50 anni, Jovanotti ha ripercorso mentalmente tutti i suoi viaggi, tutti i suoi mondi, e li ha riuniti in un’opera mastodontica, dove ogni ascoltatore potrà pescare qualcosa di suo gradimento, e nello spettacolo che ha progettato per il tour Lorenzo negli stadi 2015.

Esiste un vizio diffuso nel nostro Paese: il campanilismo, esattamente contrario all’idea di apertura e scoperta di altri luoghi. Un gusto di dividersi in schieramenti, perché o si tifa a favore o contro: non sono possibili vie di mezzo, e men che meno l’indifferenza. Ed è, naturalmente, un vizio ben presente anche nel mondo della musica, sia al suo interno sia tra spettatori e fan. Pochi artisti se ne sottraggono. Jovanotti è uno di quelli che ci riesce. «Perché?», mi sono chiesto. Poi ho pensato che fosse meglio chiederlo a lui. Insieme a un paio di altre cose.

Mentre finivo di preparare l’intervista, hai postato un video dove mostravi i rendering del tuo palco. È una produzione imponente, con un grande fulmine che domina la scenografia. Che cosa rappresenta?
Avevo in mente i grandi palchi dei concerti che mi hanno fatto impazzire, i giganteschi spazi degli U2 o gli spettacoli di Bruce Springsteen, show che riescono a trasformare uno stadio in uno spazio intimo dove è possibile il contatto. Penso anche ai Rolling Stones dell’81 di Let’s Spend The Night Together. Ho lavorato sull’idea di un palco a colori, di uno spazio che sia il contrario del minimalismo. In un momento come questo desidero evocare la fantasia: musica, regia, costumi, luci, effetti e visual ad altissima tecnologia. Ho bisogno di gridare che la vita è una grande opportunità da cogliere, e un concerto è un modo per fare il pieno di vibrazioni. Ho scelto il fulmine perché è contemporaneamente il passaggio tra il cielo e la terra, energia, elettricità, rapidità, meraviglia, velocità, luce nella notte ma è anche una crepa che dichiara la nostra fragilità che, dinamica e pericolosa, mostra l’assoluta precarietà delle cose. E a cavallo di questo crinale si arricchisce l’esistenza e quindi questo spettacolo. Anche il rock ‘n’ roll per certi versi è una crepa/fulmine.

Hai citato i visual, che sono una costante e un punto di forza delle tue produzioni. A cosa ti sei ispirato e con chi hai scelto di collaborare?
Mi piace che lo spettacolo sia completo e oggi lo schermo è una possibilità in più per emozionare: aldilà delle dimensioni, conta quello che ci metti dentro e un bel progetto visual può fare la differenza. Lavoro con una squadra di fuoriclasse. Registi, programmatori, animatori e creativi. Detto le linee guida e realizziamo il progetto. Quest’anno il concept di partenza è il mondo dell’animazione, dai manga fino ad adventure time passando per ogni forma di linguaggio anime. Poi c’è il film all’inizio del concerto che è una grande novità e che ho realizzato con Yonuts Production, Nicolò Celaia e Antonio Usbergo con i quali avevo già collaborato (insieme a Salmo) per il video di Sabato. Il risultato è sorprendente e fantascientifico!

Si è parlato molto dei costumi del tour. Come sono nate le idee?
Anche questo spettacolo è una specie di onda emotiva che ha bisogno che tutto sia sincronizzato a un’estetica che ho in mente, dal suono alla scaletta, dalle scenografie alle luci fino ai visual e ai costumi. Abbiamo anche progettato delle scarpe apposta, disegnate per lo spettacolo, e ogni costume, i miei e quelli della band, fanno parte della scrittura dello show. Lavoro con Nick Cerioni da qualche anno e ci divertiamo molto, poi ci confrontiamo con grandi creativi dello stile italiano e così nasce il progetto finale. Quest’anno con Costume National, con i quali collaboro da tanti anni e ho fatto tanti spettacoli, e anche con i direttori creativi di Valentino, con i quali invece ho lavorato per la prima volta, l’intesa è stata immediata. E in effetti il risultato è forte, è molto rock‘n’roll. Anzi, molto pop, come dico io.

È il tuo secondo tour negli stadi. Cosa ti ha insegnato la prima esperienza che ti consentirà di migliorare lo spettacolo che abbiamo visto nel 2013?
Che la gente viene a divertirsi e a emozionarsi e che io devo fare di tutto perché questo accada tenendo in considerazione diversi aspetti, senza tralasciare nessun dettaglio, e dando tutto quello che ho e anche quello che non so di avere.

Credi che dopo produzioni così maestose un artista abbia la libertà di tornare indietro e fare altre scelte?
Un artista ha la libertà di fare quello che vuole, se è un artista e finché è un artista. Ma hai idea di che figata sia suonare in uno stadio? Io mi diverto come un matto e sento anche il grande privilegio di poterlo fare. Questo non esclude la possibilità di suonare in altri spazi, ma oggi il mio spazio ideale è lo stadio.

Da Safari in poi hai aumentato esponenzialmente il tuo pubblico. Secondo te perché?
Fortunatamente queste cose a volte capitano e, da parte mia, ho fatto il possibile perché capitasse. Però l’unico che può rispondere a questa domanda è il pubblico, dovremmo intervistare lui, uno per uno, nomi e cognomi, e chiedergli come mai. Poi però promettimi che mi mandi le interviste!

Non sarà facile, ma un modo per entrare in contatto con loro esiste: che ruolo dai ai social network oggi?
Mi diverte giocarci ma neanche più di tanto. Lo faccio bene, lo faccio male? Non lo so, ma mi piace ascoltare il mondo e anche quello dei social è uno strumento importante. Da settembre c’è anche la JovaTV: sono entusiasta delle cose che faccio, mi appassiono, mi entusiasmo e mi piace raccontare i progetti in tutte le fasi. E attraverso le nuove tecnologie lo posso fare.

Social o non social: mia suocera di 56 anni a San Siro vuole esserci, ma anche mio nipote di 13. Ti piace l’idea che a convincerli sia un mix tra la musica di Lorenzo e il personaggio Jovanotti?
Io non so nulla delle cose che faccio, le faccio e basta. Non sono in grado di fare un’analisi seria di ciò che mi succede. So solo una cosa: cerco di connettermi con le persone che ho davanti, di fargli vivere una bella esperienza, ricca, profonda, folgorante, autentica. Qualunque sia il motivo che porta qualcuno a
un mio concerto a me piace. Non c’è mai una ragione sbagliata per voler vedere un concerto di qualcuno: specialmente il mio (sorride, ndr)!

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