Interviste

Kasabian, Sergio Pizzorno presenta la versione deluxe di 48:13 (e apre a un progetto solista)

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Abbiamo incontrato Sergio Pizzorno per parlare della versione deluxe di 48:13, in uscita il 17 novembre. E il chitarrista dei Kasabian ci ha anche confessato una possibile svolta in carriera.

Incontriamo Sergio Pizzorno nel backstage del concerto milanese dei Kasabian, secondo appuntamento in Italia. Il chitarrista, in attesa del soundcheck, sorseggia una tazza di té, onorando perfettamente la tradizione inglese a discapito delle origini italiane (del resto sono quasi le cinque), mentre il cantante Tom Meighan gli sta spiegando qualcosa con un computer portatile in mano.

Appena entro il frontman mi saluta e si sposta nella stanza accanto, dove lo attende la sua razione di stampa nostrana. Di italiano Sergio ha solo il nome, lasciatogli in eredità dal nonno paterno, così come la passione per il Genoa Calcio. Per il resto mi trovo davanti ad una rockstar britannica fatta e finita. Abiti neri attillati, capelloni e lo sguardo sereno di chi si prepara a passare la prossima ora in compagnia di giornalisti. Ancora nessuna traccia della coda da volpino che gli spunterà quando salirà sul palco.

Quest’anno i Kasabian festeggiano i dieci anni dalla pubblicazione del primo omonimo album, e si fatica a credere che sia già passato così tanto da quando il singolo L.S.F. fece tremare i polsi a tutti gli appassionati di musica indie inglese. Eppure la crescita della band è sotto gli occhi di tutti. Se in Italia ce ne siamo accorti un po’ tardi (provvidenziale è stato il singolo Goodbye Kiss, benedetto da numerosi passaggi radiofonici), la band in patria ha recentemente festeggiato l’anniversario con un enorme concerto nella propria città natale, Leicester, dove si è esibita di fronte a 60mila persone. I novanta minuti del live, insieme alle due tracce bonus Beanz e Gelfiling, vanno a impreziosire la versione deluxe dell’ultimo album 48:13, in uscita il 17 novembre.

«È stato un grande live, questo è il nostro modo per condividere con i fan in giro per il modo quello che è successo nella nostra città». Dove sono considerati delle specie di eroi, anche perché «non è mica Manchester che è piena di band, lì ci siamo solo noi». Sergio ammette subito l’importanza della città dove ritorna alla fine di ogni tour: «È il mio modo per mantenermi vicino alla vita reale, non potrei fare musica altrimenti. È il posto dove siamo nati ed è ideale per far crescere le composizioni senza pressioni. Quando non suono guardo film, leggo libri. Tutte cose che influenzano direttamente la mia musica, mi aiutano a mantenermi concentrato. È importante ricavare stimoli da qualsiasi cosa…». Lo sguardo percorre la stanza caotica in cerca di qualcosa da prendere come esempio e si posa sul pc che ha lasciato lì Tom.

Colgo la palla al balzo e gli chiedo che rapporto ha con la tecnologia, considerando i versi inquietanti del singolo eez-eh («Everyday is brutal  / Now we’re being watched by Google»). «La uso tutti i giorni per creare i miei brani, può essere incredibile se usata in maniera creativa. Ma mi spaventa quando diventa invasiva e finisce per uccidere l’intenzione umana. Quando le persone ne abusano nei ristoranti o nei parchi o quando vedo gruppi di ragazzi con il telefono in mano invece che parlare tra di loro. Capisco che sia diffusa ma se le lasci prende il sopravvento nei rapporti, sei fottuto. Può essere come una nuova droga per i più giovani». In dieci anni anche la fruizione della musica è stata stravolta, non teme che il pubblico ascolti le loro canzoni in maniera più distratta? «Non ragiono profondamente su queste cose quando scrivo. Noi proviamo a fare brani che durino per sempre, vorremmo che quando le persone tra trent’anni parleranno di questa decade possano dire “ascolta questo è grande”».

Parlando del decennio trascorso ci troviamo a considerare come molte band di questi ultimi anni si siano sciolte prima di poter celebrare il traguardo. Così, quando gli chiedo cos’altro hanno i Kasabian in serbo per la ricorrenza, mi risponde scaramantico «restare vivi!». A questo punto sono curioso di sapere qual è il trucco per tenere unite personalità forti come le loro: «Forse è solo la fiducia, non c’è un vero è proprio segreto. Questa specie di famiglia disfunzionale è tutto ciò che abbiamo». Vederli dal vivo effettivamente rende l’idea del rapporto che li lega, completamente asservito al rock ‘n’ roll. Inteso come attitudine più che come suoni, che vengono ibridati di volta in volta con elettronica, psichedelia o altro ancora.

«Credo che una vita rock’n’roll sia una vita onesta, e la nostra lo è. Il lifestyle e gli stereotipi sono solo stronzate, scolarsi una bottiglia di JD magari è considerato rock ‘n’ roll ma forse stai perdendo di vista il punto della faccenda. È tutta una questione di essere autentici. Se per te lo è berti quella bottiglia, fallo. Ma se stai solo recitando una parte poi non ne esci più fuori». Ecco perché le sonorità di 48:13 sono più futuristiche rispetto ai lavori precedenti, «molte rock band fanno album sempre sulla stessa linea, noi andiamo su e giù, è più eccitante». Infine, superata la boa del decennale, non resta che guardare avanti. Non è un segreto che sia Sergio l’autore delle canzoni della band, gli chiediamo allora se possa esserci un progetto solista nell’aria. Il chitarrista distoglie lo sguardo e si fa vago: «Magari, un giorno…». Lo prendiamo per un sì.

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