Interviste

I Kasabian pronti per il tour 2014: «Suonare in Italia è come tornare a casa»

kasabian tour 2014 scaletta

I Kasabian tornano in Italia dopo il successo dell’album 48:13. Li attende un nuovo bagno di folla e il meritato affetto del pubblico italiano, cresciuto a dismisura negli ultimi anni, con la serenità di chi è consapevole dei propri mezzi. Sergio Pizzorno racconta se stesso e la band tra notorietà, colore rosa, musica punk e certi funghetti. Tratto dal numero 74 di Onstage.

Foto di Charlie Gray

Il quinto album dei Kasabian 48:13 è uscito a dieci anni di distanza dal primo. Un arco temporale nel quale il gruppo di Leicester ha cercato di diventare la band di riferimento del nuovo rock britannico, senza però fare patti col Diavolo. Non hanno mai cercato di vivere come delle star, concentrandosi piuttosto sulla propria ispirazione e sulla volontà di rinnovarsi. Un’attitudine riscontrabile nel nuovo disco, come ci ha raccontato Sergio Pizzorno, chitarrista e autore dei Kasabian, con il quale ho chiacchierato in vista dei due attesissimi e imperdibili concerti italiani della band (il 31 ottobre a Roma e l’1 novembre a Milano). Quando lo incontro è provato da due giorni piuttosto intensi di promozione, ma il sorriso è aperto e sincero. Per rompere il ghiaccio inizio chiedendogli di descrivermi l’album in cinque parole. Non ci pensa su più di tanto: «Rosa, diretto, futuristico, essenziale, potente».

Mi spieghi perché il rosa?
Molti percepiscono i Kasabian come una band molto virile, potente e anche allarmante in un certo senso. Quello che in fondo dovrebbe essere una rock band. Ma utilizzando il colore rosa per la copertina e per la promozione abbiamo voluto ribaltare completamente la prospettiva. Un po’ quello che è successo con la musica punk. È l’opposto di quello che ti aspetti e con questa immagine speriamo che anche l’album sia ascoltato con un altro sguardo e orecchio.

Cos’aveva la musica punk che oggi non si trova più?
C’è un’energia unica nella musica punk che deriva dal suo essere onesta e diretta. A loro davvero non gliene fregava nulla e questo da un punto di vista artistico era splendido. Che alla gente piacesse o no, loro facevano quello che volevano ed è proprio questo che ha fatto sì che tante voci si siano unite. Questa attitudine ci ha influenzato molto.

I punk si ribellavano a un sistema di valori e regole che la società di quegli anni considerava intoccabili. Oggi c’è un sistema contro il quale ribellarsi?
Per come la vedo io è una cosa molto semplice: riguarda capire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. È un aspetto che ha a che fare con ogni essere umano. Quello che accade con i politici per esempio non sempre è evidente a tutti e così a volte bisogna essere capaci di indicare cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. E noi proviamo a farlo.

Cantate anche di droghe in questo album, un’accoppiata naturale con il r’n’r… Era quasi uno stereotipo, che però negli ultimi tempi è andato un po’ perso, come se il rock oggi fosse più buono e pulito. Avete voluto parlarne per dare connessione alla realtà?
È un modo di essere onesti. In tutti e cinque i nostri album abbiamo sempre affrontato argomenti che conosciamo. Quella canzone in particolare parla di funghi allucinogeni. Si riferisce a quando ero più giovane e mi era capitato di provarne: in quel momento pensavo a quanto il mondo sia meraviglioso, a quanto la vita possa essere normale e a quante volte ci dimentichiamo della sua bellezza. Quei funghi hanno la capacità di aprire la tua mente e farti vedere il mondo in maniera diversa e molto sorprendente. Sono esperienze passate, ma io posso scrivere solo di quello che conosco.

Come funziona il vostro processo creativo quando lavorate a un album?
Il mio obiettivo è riuscire a fare un rock‘n’roll futuristico. È sempre stato quello il nostro modo di lavorare. Credo che l’unico modo per creare un nuovo sound sia riconoscere e distinguere i vari elementi che compongono la musica. In 48:13 ci sono hip hop, elettronica e, naturalmente, rock. Se si prende una parte di ognuno di questi generi e poi lo si arrangia in un ordine diverso allora si inizia a creare qualcosa che sia riconoscibile ma allo stesso tempo innovativo. Un nuovo linguaggio. È sempre stata la nostra idea dagli inizi: cercare di realizzare questo passaggio a livello musicale.

A proposito di creatività, Bono parlando del nuovo album degli U2 ha dichiarato che non lo avrebbe fatto uscire prima di sapere che fosse perfetto. Considerando che ci sono voluti cinque anni, la sua creatività non deve essere più quella di un tempo. Tu come riesci a mantenerla viva?
Bono ha ragione. È molto difficile. Bisogna sempre dare il massimo di se stessi e far uscire un album solo quando si è certi di averlo fatto al meglio delle proprie possibilità e dopo che sia davvero finito. Non so se ci sia una ricetta. Il mio modo è continuare a vivere nel mondo, guardarmi intorno, essere curioso e non smettere mai di indagare. Andare a una mostra d’arte ed essere colpito da un quadro, ascoltare un nuovo cantante e trarne ispirazione, leggere un libro. Cercare continuamente cose nuove, questo è il mio modo di mantenere viva la creatività.

Immagino che prima del 2004, quando uscì il vostro primo album, fosse più semplice trarre ispirazione dal mondo. Potevate andare in strada e non essere riconosciuti da nessuno. Ora invece è diverso. Come convivi con la popolarità?
Noi siamo rimasti a vivere a Leicester, nella nostra città natale, e non ci siamo voluti trasferire a Londra. E questo sicuramente fa una differenza enorme. Non ci siamo calati nella parte di quelli famosi. Può sembrare paradossale, ma questo aspetto è in fondo una piccola parte dell’essere famosi: se non vuoi essere riconosciuto, puoi evitare di essere riconosciuto.

Il primo singolo Eez-Eh è un estremo dell’album, che invece è costituito anche di pezzi molto diversi. Volevate disorientare i
vostri fan?
Credo che l’arte possa essere considerata grande quando riesca a sorprendere le persone e non dare loro cose facili, che si aspettano, nelle quali possano sentirsi a proprio agio. Per come la penso io non sarebbe eccitante o stimolante: non ci sarebbe alcun rischio. E non si può sperare di andare avanti se si replicano le stesse mosse che si sono sempre fatte. È questo il punto: io voglio che quando una persona ascolti ogni nostro nuovo album si chieda “che succede? cos’è questa roba? da dove viene?”. E la risposta può essere di ogni tipo: lo amo, lo odio, non so cosa dire. Poi, certo, mi piacerebbe che dopo un po’ di ascolti lo apprezzassero. Con Eez-Eh l’idea era quella: dopo essersi abituati al singolo i fan hanno potuto ascoltare l’album e capire che quello era solo un elemento che dava significato a un qualcosa di più complesso. La speranza è che possano aver detto “ah, ora ha tutto molto più senso”.

Le nuove canzoni hanno un impatto molto potente, che certamente darà la possibilità al pubblico di scatenarsi. Da dove nasce questo sound?
Penso che si debba sempre tornare alle radici: il primo strumento che io abbia mai avuto era un campionatore Atari. Nello scrivere le nuove canzoni ho avuto la sensazione di aver rivisitato quel periodo della mia vita, combinando il classico suono della chitarra rock con l’innovazione della musica elettronica. Per tutto l’album si può sentire questa dinamica di dialogo.

Ascoltando l’album ho avuto l’impressione che sia talmente forte e organico da poter essere suonato dal vivo per intero e nello stesso ordine, dalla prima all’ultima canzone.
Sarebbe fantastico. Mi piacerebbe davvero molto suonarlo dalla prima all’ultima nota di seguito. Ma questo dipenderà anche dal fatto che l’album sia apprezzato dal pubblico. Se così fosse sarebbe bellissimo riuscire a fare metà concerto con il set del disco e l’altra metà con i nostri successi più vecchi. Il risultato potrebbe essere davvero potente.

Chiudiamo con la classica domanda sull’Italia, viste le tue origini. Facendo finta di non essere per metà italiano, e quindi di valutare con obiettività, è vero quello che dicono tutti, e cioè che il pubblico italiano sia il migliore?
Nella mia esperienza i concerti in Italia sono stati come dei ritorni a casa. Ci sono un’energia e una connessione emotiva folli. E sono sicuro che sia così anche per molti altri artisti. Il pubblico emana un misto di rispetto e di empatia davvero enormi. Noi in particolare lo abbiamo provato dopo la pubblicazione dell’album precedente. E anche la nostra musica quando la suoniamo dal vivo in Italia sembra brillare ancora di più ed essere più forte.

@AlviseLosi

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