Interviste

Marco Mengoni, elogio della diversità

Marco-Mengoni

Marco Mengoni torna con un tour nei palazzetti italiani dopo il successo di Parole in circolo. E così gli abbiamo chiesto di raccontarci chi è Marco e dove va Mengoni. E lui ci ha risposto senza nascondersi, tra sorrisi e qualche parolaccia. Con un’idea sempre chiara in mente: non cercate di classificarlo. Perché se c’è una cosa che odia è l’idea di genere. Tratto da Onstage Magazine n. 77 di maggio-giugno 2015

Una persona intelligente. Che risponde alle domande senza snocciolare le solite banalità che anche colleghi molto più navigati di lui si ostinano a buttare in pasto ai media. Che si apre il giusto, quello che serve per mostrarsi vero, ma senza esagerare. Genuino, ma non sprovveduto. Uno senza tanti grilli per la testa, ma con la testa piena di idee che lo portano ad allargare continuamente il discorso. Marco Mengoni è un uomo adulto, che a 26 anni sa quale via ha preso e, soprattutto, ha bene in mente quale percorso seguire. Anche se magari la direzione è ancora in corso di definizione. Come dimostra la decisione di lavorare contemporaneamente sul tour e sulla seconda parte dell’album. O la scelta di imporre la sua volontà e fare di testa sua. Sempre con un faro conduttore: evitare di essere incasellato, includendo nella sua musica diversi generi. E proprio diversità è un concetto che ricorre spesso nelle sue parole.

Quelle stesse parole che ha inserito in un disco che è solo la prima parte di un progetto a medio termine entreranno in circolo con una serie di undici concerti. A maggio il cantante è nei palazzetti delle più importanti città italiane (due volte a Milano). E quelle parole pesano più di quanto avessero mai fatto in precedenza. Perché nonostante la dote che ha regalato a Mengoni la notorietà sia la voce, Marco ha deciso di privilegiare le cose dette rispetto a quelle cantate in canzoni come Guerriero o Esseri umani. Brani che ha voluto e difeso e lo hanno ripagato anche grazie a scelte musicali inaspettate e volutamente distanti da un classico percorso che avrebbe rischiato di dargli un futuro da post-talent, con torme di adolescenti ai suoi concerti nei primi cinque anni e poi una carriera da eterna promessa. E così glielo chiedo subito, per evitare la classica sensazione che gli inglesi definirebbero come elephant in the room. Ossia quella cosa un po’ scomoda che tutti conoscono ma nessuno si azzarda a palesare.

Sei uscito da un talent, X Factor, e questo fa sì che nell’immaginario…
Io sia un emerito stupido.

No, fammi finire… Dicevo, fa sì che l’immagine di te all’inizio fosse quella di interprete. Invece da subito, con Credimi ancora, hai dimostrato di saper anche scrivere bei pezzi.
E anche brutti, direi. Capita.

Hai finito di interrompermi? Dicevo… Oltre a essere interprete e autore, ora hai deciso di girare i video dei nuovi singoli e hai lavorato personalmente al palco del tour. Da dove arriva questa esigenza artistica che si manifesta su più fronti?
La verità è che io nasco come cantante da uno stage di jazz: pura improvvisazione, perché lì per lì ti devi inventare un po’ tutto. E questo aspetto del dire cose diverse tra loro mi piaceva, questo creare sul momento la melodia o lo skat. Iniziai già allora a scrivere le mie prime canzoni: belle o brutte che siano, sono ancora in un cassetto e pian piano mi capita di tirare fuori degli scheletri un po’ assurdi di cose che ho scritto magari nove o dieci anni fa. Poi pian piano cresci e scopri che ti serve qualcuno che ti dia una direzione o dei limiti perché io, per esempio per quanto riguarda i testi, scrivo molto di getto, un po’ sturm und drang, con un flusso di coscienza che non ha una vera e propria radice letteraria o poetica, per esempio con rime in schema ABAB. Io scrivo e basta, poi fortunatamente ci sono degli autori che mi aiutano a mettere a posto concetti e pensieri che io voglio esprimere. Mi insegnano e io pian piano sto modificando anche il mio modo di comporre. Non sono un musicista, però strimpello, conosco gli accordi e so mettere le mani su una tastiera, anche se non mi definisco certo un pianista.

Fin qui la parte musicale…
L’altro aspetto è che ho studiato all’istituto d’arte, dove l’arte visiva ed estetica è il centro e quindi oggi, facendo uno dei mestieri più belli del mondo dove puoi mettere tantissima creatività e anche altri rami dell’arte (non solo quelli musicali), preferisco muovermi su tutti questi livelli e creare un mini-mondo Mengoni. Mi sono disegnato il palco e se posso trovare un’idea che mi piace per creare un video, dalla quale magari era partita anche l’idea del testo, mi ci butto a capofitto. Poi sono anche un puntiglioso, un Capricorno, quindi, come si dice in francese, “un rompicoglioni”. Se posso buttarmi su tutte queste cose lo faccio molto volentieri. Dal disegnare il merchandising a… stare sul pezzo un po’ su tutto. Siccome il mio mestiere mi permette di farlo, cerco di essere presente in tutto.

Dicevamo che hai disegnato il palco.
Il palco è un perfetto esempio del mio essere puntiglioso: era già disegnato praticamente da prima del disco e poi, quando l’album è uscito, mi sono accorto che non andava bene e quindi lo abbiamo cambiato praticamente a un mese dall’inizio del tour. A Live Nation (il promoter dei concerti, ndr) non sapevano più che cosa fare. Sono andati nel panico perché era già tutto pronto e io all’improvviso ho cambiato le carte in tavola. Ma non sarebbe stato giusto tenere il vecchio palco, perché non era in linea con le canzoni che poi sono uscite, quindi pian piano si è andato modificando anche quello.

Mi sembra di capire che non ti leghi troppo a un’idea e sia invece aperto a mettere tutto in discussione.
Sono sempre favorevole a distruggere tutto, naturalmente se non è in linea con il pensiero che hai. Il fatto è che se i due album fossero stati già chiusi e semplicemente la scelta fosse stata di farli uscire in due periodi differenti, avrei effettivamente avuto dei problemi a cambiare. Il bello invece di questo album in due parti, che mi piace pensare come playlist aperta o work in progress, è proprio la consapevolezza che c’è una crescita e c’è un mondo molto vario già nella prima parte che vorrei ampliare e completare nella seconda. Per arrivarci avevo bisogno di ulteriori input: abbiamo gettato le basi, non ci sono tutti i pezzi, ci sono alcuni che non erano riusciti ad avere una vita nella prima parte e che prenderanno una forma diversa anche grazie a quello che succederà durante i concerti.

Quindi il palco aiuta la tua ispirazione?
I live sono come un interruttore On-Off: data dopo data non hai mai tempo di elaborare veramente le idee che ti vengono, perché o sei in sala prove o su un palco o continuamente in viaggio. È un po’ dura: se devi seguire tutto ogni giorno, è necessario un planning molto serrato e definito per capire cosa fare oggi, domani, dopodomani. Ovviamente l’unica cosa a restare fuori è l’ispirazione, perché a quella non si possono mettere limiti di giorni. Però spero che con tutte le cose che succederanno in questo periodo quella possa uscire fuori a sprazzo per modificare pian piano la seconda parte.

Siamo un Paese strano, che ama le etichette e le tifoserie: il pop per esempio è spesso soggetto a critiche, come se fosse un fratello minore e sfigato del rock. Pensi che lo streaming possa aiutare a rompere queste barriere? Tu stesso parli di Parole in circolo come di una «playlist».
Secondo me sarà un percorso molto lento, come tutto nel nostro Paese: arriviamo sempre un po’ in ritardo perché fatichiamo ad accettare le novità o comunque cose diverse rispetto al passato. Il cambiamento dal digitale allo streaming in realtà è stato quasi immediato se confrontato al passaggio dalla cassetta al cd e dal cd all’mp3. Io sono assolutamente favorevole alla tecnologia, anche perché sono figlio di questi tempi, e poi lo streaming può aiutare chiunque a far ascoltare la propria musica. Non credo invece nei generi e nelle etichette: credo in un pezzo bello e in musica che mi piace o che mi piace meno. E poi per me il pop è tale se arriva a una larga banda di persone e riscuote un discreto successo, a prescindere da chitarre o elettroniche o altre categorizzazioni. Io chiamo popolari i pezzi che rimangono incastonati nell’immaginario e segnano un periodo nella carriera di un artista o di un momento storico musicale. Ai generi non ho mai creduto anche perché tendo a vivere la mia vita quotidiana così: non mi piace classificare, mi sembra una ghettizzazione ridicola.

E questo si tradurrà anche nella seconda parte di Parole in circolo?
Assolutamente sì, anche perché ogni giorno si cresce e si diventa più anziani e si scoprono cose che non si conoscevano e quindi, volenti o nolenti, si hanno degli input nuovi da tutta la musica che si ascolta. Input che poi vengono filtrati e messi in un progetto. Io mi sono accorto, soprattutto in quest’ultimo anno, che tendo a non ascoltare un disco dall’inizio alla fine. È bellissimo farlo e scoprire tutte le parti di un album che percorrono un unico filo conduttore. Però mi ero un po’ stufato di farlo nella vita quotidiana: mi sono creato delle playlist con canzoni che magari non c’entravano nulla tra loro, da Erykah Badu ai Daft Punk piuttosto che ai Deep Purple. Così ho capito che la mia natura forse è cercare questa diversità in quello che ascolto.

(Clicca qui per continuare a leggere l’intervista a Marco Mengoni)

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