Interviste

Ligabue e il Mondovisione Tour 2015: l’America è qui

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Il 2014 si è chiuso con un tour in Canada e Stati Uniti e il 2015 si è aperto con un giro di concerti in Sudamerica, Australia e Asia. Posti lontani dove non era mai stato e dai quali ha ricevuto un’accoglienza inaspettata. L’esperienza si è rivelata entusiasmante e i benefici si proietteranno nella nuova tranche del Mondovisione Tour partito un anno fa. Di questo e molto altro ci ha parlato Ligabue in questa intervista esclusiva. Tratto da Onstage Magazine 76 di marzo-aprile 2015. Foto di Francesco Prandoni.

La signora dietro al bancone fa un cenno di approvazione, allargando un sorriso. Sa bene che non spenderò più dei due euro che servono per una mezza naturale e un caffè, eppure mi permette di mangiare il panino senza glutine che mi sono portato da casa. È quasi stupita che le abbia chiesto il permesso. A Milano mi sarei fatto più di un problema, ma a Correggio sono già stato e conosco la gentilezza degli emiliani. Sfoggia una t-shirt attillata che, in evidenza sul seno a dir poco prosperoso, mostra la scritta “Trasporto eccezionale”. «Ne ha una collezione, di magliette così», mi dice sghignazzando Pietro, il gigante buono che gestisce Ligachannel.com. Ridiamo mentre mi racconta degli altri slogan incisi sulle maglie della signora del bar. E non possiamo fare a meno di pensare che sarebbe stata un personaggio perfetto per Radiofreccia.

Negli uffici ci sono tutti gli altri collaboratori. Chi segue le produzioni video, il fotografo che è al fianco di Luciano da sempre, la redazione che si occupa di sito e social network. Durante l’intervista arriverà anche Claudio Maioli, lo storico manager e, soprattutto, il primo a credere nel talento di quel ragazzo di provincia che voleva portare le sue canzoni fuori da lì. Un mondo organizzato alla perfezione: Ligabue è prima di tutto un gran professionista. E qui dentro è il capo, un capo amico, buono, amato da tutti, ma pur sempre il capo. Quando arriva stiamo ancora scherzando ispirati dalle magliette della signora del bar, e si fa due risate anche lui. Ha un aspetto riposato, nonostante sia appena tornato dal lungo viaggio che lo ha portato – per la prima volta – a San Paolo, Buenos Aires, Sydney, Melbourne, Tokyo e Shanghai (dopo che in autunno era stato a Toronto, New York, Los Angeles, San Francisco, Miami). Un tour, mi racconterà, che gli ha dato tantissimo ma non lo ha distratto dalla sua realtà. Mentre ci sediamo per l’intervista mi chiedo cosa potrebbe volere di più di quello che vedo e percepisco un artista che è prima di tutto una persona, e solo in un secondo momento una star. Niente, penso. Non c’è un “di più”.

Partiamo dal tuo primo tour mondiale: com’è nata l’idea e qual è il bilancio?
Il presupposto è che cerco di salire sul palco il più spesso possibile. Che si tratti di un club, un palazzetto o uno stadio, l’importante è farlo. Detto ciò, ai concerti all’estero siamo arrivati quasi per scherzo. Ci siamo guardati in faccia io e Maio e ci siamo detti «dai, l’album si intitola Mondovisione, è il momento di fare il giro del mondo». Mi piaceva molto l’idea che non ci fosse alcuna aspettativa: qualsiasi cosa fosse arrivata sarebbe stata gradita. In America ci siamo goduti il fascino di suonare in città come New York e San Francisco. Per non parlare dell’esperienza al Whisky a Go Go di Los Angeles. È uno spazio da 500 persone, il più piccolo dove abbiamo suonato, ma è stato un concerto particolarmente riuscito. E non solo perché è un luogo speciale, che ha ospitato tutti i più grandi di sempre. C’era un suono perfetto, come non siamo mai riusciti ad avere.

America, terra promessa del rock. E in Sudamerica, Australia e Asia com’è andata?
Altra grande esperienza. Immaginavo che avrei suonato per gli italiani che non possono venirci a sentire altrimenti e invece ci siamo trovati davanti a tante persone del posto: in Brasile erano soprattutto brasiliani, in Argentina soprattutto argentini, in Giappone giapponesi. Ci ha stupito vedere gente che abita così lontano cantare le mie canzoni a memoria. In italiano! Senza dimenticare che è stato anche un giro di turismo sfrenato perché non avevo mai visto nessuna delle città dove siamo stati. Viaggiare e scoprire realtà così diverse, sapendo che la sera tutto si sarebbe concentrato in un concerto pieno di gente che segue la mia musica nonostante appartenga a culture diverse: godimento puro.

Rimpiangi il fatto di non aver tentato la via internazionale prima?
Sono un po’ troppo in là con gli anni per parlare di rimpianti. Comunque, feci una scelta molto precisa subito dopo Buon compleanno Elvis (uscito nel 1995, ndr). Il boss di Warner Europa mi disse che erano pronti lanciarmi all’estero con un progetto di promozione internazionale, a patto che cantassi in inglese. Avevo 36 anni ed ero molto pignolo sul mio linguaggio. Le parole che finiscono nelle mie canzoni sono molto pesate e decise per tempo, traducendole si perderebbe il vero senso della canzone. Inoltre, mi sembrava di finire in un territorio che non potevo controllare. Quindi decisi di proseguire questa sfida assurda, che resta tale anche oggi: cantare un genere, il rock, in una lingua che non è assolutamente adeguata. Perché l’italiano non è ritmico. Scrivere testi in italiano per il rock significa farsi un gran culo.

Prima hai parlato di suono, un problema irrisolto delle nostre venue da concerti.
Il male assoluto in Italia sono i palazzetti, e lo dico proprio mentre sto portando uno spettacolo in queste strutture. Nonostante si usino soprattutto per i live e che questi rappresentino la maggiore fonte d’entrata per chi li gestisce, si sono costruiti e si continuano a costruire palasport senza attenzione per l’acustica. Sappiamo che sono contenitori nei quali il suono parte in défaillance: per fortuna, abbiamo l’esperienza per risolvere il problema. È il frutto di tanto lavoro e tanti errori. All’inizio, per esempio, volevamo che un fonico avesse una mano particolarmente rock immaginando che potesse aiutarci a trovare il suono giusto, ma sbagliavamo. Perché un bravo fonico è un bravo fonico, e un bravo fonico è semplicemente quello che difende la fonte sonora che esce dal palco, non la modifica, e fa in modo che venga diffusa nella maniera migliore per il contesto nel quale si sta suonando.

I concerti all’estero ti hanno insegnato qualcosa in più da questo punto di vista?
Per poterci permettere quelle date, anche economicamente, ci siamo portati tutto il materiale tecnico con noi. Non era possibile fare un cargo. Significa che giravamo sia con il mixer del palco che con quello di sala e che ad ogni dogana dovevamo sempre stare tutti assieme. Quindi più che altro abbiamo lavorato sull’affiatamento ed è questo che ci permetterà di proporre uno spettacolo speciale anche sotto l’aspetto acustico. Come sempre abbiamo una voglia matta di dare il meglio di noi e in più abbiamo uno show già rodato. Sono fiducioso.

Tante delle persone che affolleranno i palazzetti hanno già visto i concerti del 2014. Come le sorprenderai?
È vero che la base è lo spettacolo dell’anno scorso, ma siamo ripartiti cancellando un po’ di cose. Innanzitutto sarà diverso il totem, cioè lo schermo video, nella forma e nei contenuti: racconterà soprattutto quello che stiamo facendo sul palco. È totalmente diverso l’impianto luci, quindi sarà differente la convivenza luci-schermi. E poi cambierà parecchio la scaletta. Negli stadi l’album era centrale, ogni sera suonavo 11 delle 12 tracce di Mondovisione. In questo caso ne proporremo 5 o 6, i singoli, e il resto sarà una parata di pezzi che la gente conosce. Recuperiamo alcune delle canzoni più popolari che da qualche anno non suoniamo. E in più farò un brano voce e chitarra tra quelli meno noti, ogni sera diverso e ogni volta scelto in Rete. Organizzeremo una sorta di contest aperto in modo che la gente possa decidere quali canzoni ascoltare.

Qualche cambiamento nella band?
Alla chitarra ci sarà Max Cottafavi, al posto di Niccolò Bossini. È in qualche modo un tuffo nel passato perché Max è il chitarrista dei miei primissimi album: è come se i riff di Balliamo sul mondo o Libera nos a malo o Salviamoci la pelle tornassero a casa, suonati da una mano che è unica da questo punto di vista. È venuto con noi all’estero, quindi siamo già affiatati.

Il tour dell’anno scorso aveva un imprinting aggressivo, figlio dei temi affrontati da Mondovisione. Mi sembra che questo giro sia invece pensato come una festa.
Quel tipo di impatto lo danno o non lo danno le canzoni, e quelle che lo davano di più nei concerti del 2014 erano Il sale della terra e Il muro del suono, che ci saranno anche nei palazzetti. Ma non replicheremo gli aforismi sul potere proprio perché non vogliamo dare la sensazione del déjà vu.

Ripeti spesso che non puoi scendere dal palco senza aver dato tutto. Come sai di esserci riuscito, a fine concerto?
Capisco che rischio di sembrare immodesto, ma mi viene naturale. Per me “dare tutto” significa cantare al meglio delle mie possibilità, esprimermi meglio che posso, far divertire, emozionare, far commuovere la gente più che posso. Ma per mia fortuna è una cosa naturale che viene da sé. Ed è anche un fatto di gratitudine nei confronti delle persone che mi seguono. Chi fa lo sforzo di comprare un biglietto, affrontare un viaggio, subire gli inevitabili disagi che questo comporta, e alla fine torna a casa più o meno stanco, deve aver ricevuto il massimo. Se poi questo gli basta o meno lo decide lui di volta
in volta, ma io devo avere la sensazione di aver fatto tutto quello che è nelle mie possibilità. Ma per ottenere questo obiettivo non cerco performance fisiche alla Bruce Springsteen… Non ci provo nemmeno a fare tre ore di live!

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