Interviste

Ligabue presenta Mondovisione: «Ho dato voce all’amarezza»

Ligabue Mondovisione

A pochi giorni dalla pubblicazione del suo decimo disco in studio, Mondovisione, Luciano Ligabue ha incontrato la stampa a Milano. Con grande energia, ha parlato della sua nuova creatura, di politica, rock e di molto altro. (foto di Jarno Iotti)

Dopo essersi sposato, in gran riservatezza, si è anche tagliato i capelli. E’ un bel Ligabue sale e pepe quello che ha incontrato la stampa ieri a Milano, per la presentazione di Mondovisione, la sua ultima creatura in uscita martedì 26 novembre (Zoo aperto/Warner music). Bello da vedere. E bello da ascoltare: ha tenuto testa al fuoco incrociato di domande che lo hanno bersagliato per più di un’ora, senza eluderne nemmeno una. Lucido, consapevole, garbato. Ma al tempo stesso spietato nell’analizzare un presente che lascia l’amaro in bocca. “Non è negatività”, spiega. “Ho dato voce ad uno sfinimento. A volte sono vago e voglio restare lontano dalla cronaca perché invecchia le canzoni, ma questa volta non ce l’ho fatta”. Non a caso Il muro del suono, brano che apre il disco, parla di “chi riesce a dormire comunque sia andata” e di “avvocati che alzano il calice sentendosi Dio”, mentre “chi doveva pagare non ha mai pagato”. Ma lui non fa nomi, nemmeno quando incalzato: “il nostro sistema giudiziario ha dei problemi, è sotto gli occhi di tutti. E per questo alcuni avvocati possono sentirsi Dio”. Garbato, ma spietato.

Con Il sale della terra, singolo di lancio dell’album, già in rotazione radiofonica da due mesi, aveva dato un assaggio dell’amarezza che rimbalza fra le canzoni del disco colpendo chi ascolta con la forza di un pugno: “Con quel singolo ho proprio voluto scrivere  una canzone sull’esercizio del potere”, spiega. “Andreotti diceva che il potere logora chi non ce l’ha, io dico che logora. Punto. Perché chi lo possiede ha paura di perderlo”. Ma non lui: “Io non mi sono mai sentito logorato dal mio potere, soltanto affaticato”, spiega il rocker emiliano. “Ho avuto spesso la sensazione che si desse troppa responsabilità alla mia musica. Resto a bocca aperta quando vado ai concerti degli altri e vedo la gente che canta a memoria quasi tutte le canzoni, perché significa che queste hanno un potere enorme. Ma in fondo sono solo canzoni. Il problema è che si cerca nella musica qualcosa che la politica e la religione non danno e io questo lo trovo eccessivo, quasi aberrante”.

E’ un Ligabue deluso su più fronti quello che parla: “Anche dal PD, e credo di far parte di un club molto nutrito. Mentre il Movimento 5 stelle è necessario per dire alla politica che deve cambiare, ma non per questo penso abbia le risposte più indicate per questo paese”.

Ma traspare anche uno spirito più leggero, quello che gli lascia scappare due battute sull’amata Inter (“Ne sono entusiasta, non tanto dell’arrivo di Thorir, quanto di Mazzarri perché ora sì che siamo una squadra”) e si diverte con le parole di Siamo come siamo, canzone che gioca con le domande esistenziali che ogni essere umano passa la vita a porsi senza trovare una risposta. “Siamo come siamo è la mia risposta leggera ad una domanda che leggera non è”, spiega Luciano: “l’unica cosa che so è che fra casualità e potere divino, io propendo per il potere divino”.

E poi c’è spazio anche per il rock. Il suo rock. Che nulla vuole spartire con quello più distruttivo, come non si è mai stancato di dire: “Mi piace pensare che il rock sia il modo che uno ha per non dover avere pudore dei propri sentimenti”, racconta. E lo spiega ancora meglio sulle note di Con la scusa del rock’n’roll, penultima canzone dell’album: “Con la scusa del rock’n’roll ho detto cose che potevo non dire e fatto cose che potevo non fare”. Il rock, dunque, vissuto anche come pretesto per fare ciò che non avresti fatto e “andare avanti con le vecchie illusioni, i vecchi sogni in una nuova versione”. “Se questo è il rock”, spiega sorridendo il cantante di Correggio, “allora voglio continuare a farlo per tutta la mia vita”. 

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