Interviste

Ligabue e le sensazioni del Mondovisione Tour: «Che godimento stare su quel palco»

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Intervista esclusiva con Luciano Ligabue. Ci ha parlato del nuovo album e del Mondovisione Tour 2014 con il quale sta girando l’Italia. «Che godimento stare su quel palco». E sul futuro ci ha detto che…

C’è sempre un certo gusto sadico nell’avere in mano il potere di rovinare le sorprese agli altri. A ciascuno sarà capitato di poter raccontare in anticipo la trama di un thriller o un poliziesco. «L’assassino è il maggiordomo». E ogni volta quella coscienza che fa capolino e impone di tenere a freno la lingua. Ci troviamo in questa situazione e se non fosse per una parvenza di rispetto che abbiamo nei confronti di chi ancora deve ascoltare dal vivo Ligabue nel Mondovisione Tour, saremmo tentati di raccontarvi tutto. E invece no. Niente spoiler. Non è possibile farlo. Un po’ perché sarebbe davvero troppo, un po’ perché quando si parla di concerti ogni serata è diversa dalla precedente e dalla successiva e porta con sé emozioni uniche.

ESPOSIZIONE
Qualcosa però ci sembrava giusto anticiparvela. E chi meglio del diretto interessato poteva valutare cosa svelare e su cosa invece mantenere un velo di oscurità. Proprio dal buio partiamo, perché il concerto del Liga inizia dopo che il sole è calato per rendere merito a un palco davvero sorprendente, capace di stupire e impressionare, ma senza togliere attenzione alle canzoni e anzi esaltandole. «Mi piaceva l’idea di un palco in cui fossi “esposto” verso il pubblico invece che “ritirato” in una specie di “caveau” come di solito sono i palchi dei concerti», così racconta la nascita dell’idea Luciano. «Mi proposero una struttura a 120 gradi. Ne ho chiesta una a 180 facendo svenire progettisti e ingegneri. Che dicevano: “Non è mai stato fatto. Se non è mai stato fatto un motivo ci sarà…”. Poi, però, hanno realizzato egregiamente questa struttura». E il risultato lascia a bocca aperta.

«Nonostante quello che si possa pensare, siamo una squadra piccola. Che può contare su un gruppo di tecnici collaudati e bravissimi con cui ci intendiamo con grande velocità», spiega il cantante. «La motivazione di ognuno è sempre alta e il coinvolgimento altrettanto. In fase di progettazione chiunque è informato su qualsiasi avanzamento dei lavori (anche nelle parti che non lo riguardano direttamente). Ognuno di noi vuole pensare che lo sforzo di chi compra un biglietto anche, e soprattutto, in tempi duri come questi sia ampiamente ripagato dal massimo che noi possiamo esprimere». Un motivo in più per cercare di portare la sua musica in tutta Italia, prima con il Piccole città Tour e ora con la tournée negli stadi, in modo da avvicinarsi ai fan. «Ci piace pensare di raggiungerli più che possiamo», conferma Luciano. «Purtroppo in tanti posti ci sono difficoltà pressoché insormontabili in termini organizzativi».

MI PIACCIONO TUTTE
Ligabue, si capisce da come ne parla, tiene molto alla resa live delle sue canzoni. Non importa dove. Stadi, palazzetti, teatri, arene. In versione rock elettrica, in acustico, con orchestra. Ha suonato ovunque e in ogni modo, ma non vuole scegliere una location preferita. «Mi piacciono tutte», taglia corto Luciano. D’altronde che il palco sia la sua dimensione naturale è evidente. E pochi come lui in Italia hanno saputo costruirsi una solida reputazione artistica (che diventa adorazione quando si guardano in faccia i suoi fan durante un concerto) per la capacità di comunicare dal palco con il pubblico. E chi ha assistito almeno una volta a un’esibizione del rocker di Correggio sa bene che in alcuni momenti la voce del cantante diventa quasi un tutt’uno con il coro che si alza dagli spettatori, talmente è intensa la partecipazione nel cantare i brani più amati dalla prima all’ultima nota. Forse questo ha suggerito a Luciano uno dei momenti più suggestivi di tutto lo show.

Il Liga smette di cantare e chiede al pubblico di sostituirlo, mentre la band suona un medley di tre brani. Ma come gli è venuta in mente un’idea del genere? «Mi piace vedere l’effetto che producono le mie canzoni (in quel punto le cambiamo praticamente ogni sera). L’entusiasmo con cui le cantano rende quel momento uno dei miei preferiti dello spettacolo», dice il cantante. E poi, in riferimento al grande spazio dato in scaletta ai pezzi di Mondovisione, commenta che «volevo semplicemente fare sentire live tutte le canzoni di un album a cui tengo particolarmente». Brani che il pubblico canta già come grandi classici, anche se sono usciti da pochi mesi. Ma cosa significa interpretare oggi pezzi nati in realtà magari mesi o anni prima? «Quando rileggiamo un libro o rivediamo un film, ci sembra che siano cambiati nel tempo. Ovviamente a essere cambiati siamo noi. Questo processo è inevitabile e vale anche per le canzoni che si scrivono. Forse il significato resta uguale ma l’interpretazione che ne diamo può cambiare».

GODIMENTO
Ecco lo spirito con il quale Ligabue continua ad approcciarsi alla musica, forte dell’esperienza data da una carriera che prosegue sempre in crescendo da 25 anni. Che sembrano tanti, ma in fondo non lo sono neppure tanto per un artista che ha avuto successo quando ne aveva già trenta. Ci ha messo più tempo di altri, ma questo forse gli ha anche permesso di tenere i piedi per terra e non perdersi. «Credo che avrei sbroccato molto di più di quanto non abbia comunque fatto», scherza oggi, forte di una maturità che molti colleghi anche più vecchi si ostinano a non voler raggiungere.

E si capisce quanto sia sereno quando dice che i periodi brutti no, non li ricorda quasi, perché «fare questo “mestiere” è stato ed è, per me, un grande privilegio. Talmente tanto che i momenti meno belli erano solo relativi alla paura di perderlo e quelli belli sono innumerevoli». Con la stessa saggezza gestisce le sensazioni incredibili che si provano prima, durante e dopo un’esibizione in uno stadio. Non è facile immaginare quali siano. Tensione, paura, onnipotenza, gioia, orgoglio? Ma anche se glielo chiediamo, Liga non casca in questo gioco. «Le emozioni sono difficilmente raccontabili e a volte rischiano di essere svilite. Diciamo che fra tutte quelle provate in un concerto quella che emerge fra le tante è sicuramente un certo senso di “godimento”».

E, tornando a parlare del tour, ci facciamo raccontare come sia possibile trasmettere questo «godimento» con un live che, oltre ad appagare gli occhi con un palco avveniristico, è giusto possa far felici anche le orecchie. L’ingrediente principale (la musica del Liga) c’è. Quello che è d’ostacolo sono i luoghi, stadi che spesso non vanno d’accordo con la buona acustica. «Il problema del suono lo puoi risolvere solo per gli aspetti che ti competono – nel senso che i difetti di acustica di certe venues sono pressoché irrisolvibili», riconosce Luciano. «Si parte sempre dal lavoro sul palco. Nel rock la batteria è decisiva e spesso è fonte di gestibilità o ingestibilità del suono generale. La straordinaria sapienza di Michael Urbano (il batterista della mia band) e la sua capacità dinamica ci permettono di poggiare su una base solida e “pulita”. Tutto il resto va un po’ a cascata con un lavoro minuzioso di scelte sonore e confronto costante con il fonico. Poi quest’anno abbiamo deciso di affidarci a un impianto RCF perché volevamo il made in Italy anche in quell’aspetto e la risposta del PA (il sistema di amplificazione dei concerti, ndr) è stata ottima».

La passione con cui parla persino dei dettagli più tecnici ci fa capire quanto Ligabue abbia la mente orientata solo a questo. Un po’ perché c’è un tour da proseguire, ma forse anche perché i tanti progetti collaterali della sua carriera gli hanno rubato negli anni troppo tempo da poter dedicare alla sua passione più grande. Nessuna speranza dunque di vederlo di nuovo dietro alla cinepresa? «Vorrebbe dire abbandonare la musica per altri due anni. Credo di no. Ma, come si dice… “mai dire mai”».

@AlviseLosi

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