Interviste

Litfiba: «Nella musica non c’è bisogno di trumpizzarsi per vincere»

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di Luca Garrò
Foto di Paolo De Francesco

In un luogo suggestivo e ricco di storia come la chiesa sconsacrata di Palazzo Salviati Ricasoli di Firenze ha preso vita il viaggio di Eutòpia, ultimo album dei Litfiba, chiusura ideale di una nuova trilogia iniziata ai tempi della reunion con Stato libero di Litfiba e proseguita con Grande Nazione di quattro anni fa. Come spesso accade con gruppi che hanno alle spalle una storia importante come la loro, ritrovare Piero e Ghigo è un po’ come rileggere il nostro passato e condensarlo in una chiacchierata che, come sempre, insieme a loro è in grado di toccare i temi più disparati, dalla politica (dei fatti), ai continui riferimenti culturali di cui sono infarcite le nuove canzoni, il tutto filtrato attraverso le tappe di una carriera da top player assoluti.

«Abbiamo scelto questo posto perché volevamo riappropriarci della Firenze che amiamo, di quella più nascosta, quella che ancora non viene chiamata city» esordisce con il consueto sarcasmo Pelù. Il luogo, in effetti, si presta alla presentazione di un disco che, se non nella produzione moderna, ci riporta ad un’idea di rock cui non eravamo più abituati, fatto non solo di sfuriate punk, ma anche di molta melodia: «Eutòpia è l’isola che c’è, in contrapposizione ad Utopia, che era un non luogo, un’isola che non c’era, appunto. È un luogo possibile, per cui vale la pena di continuare a lottare. Si tratta della conclusione della trilogia iniziata con la reunion e, idealmente, racchiude tutto quello che abbiamo fatto in questi sei anni, non solo su album, ma anche nelle riproposizioni live con i vecchi membri della band».

Al di là delle connotazioni politiche dei brani, marchio di fabbrica dei testi di Pelù, i due ci tengono a sottolineare come sia cambiato il loro modo di approcciarsi alla composizione, in cui il concetto di less is more sembra essere uno dei motori principali: «Diciamo che è un album nato nudo, che però non è sconcio, perché in un secondo momento è stato rivestito a dovere» continua Piero. «Ho proposto a Ghigo di comporre solo con chitarra e voce, presentato quindi alla band delle composizioni purissime, senza cercare alibi e senza nasconderci dietro a trucchi di sorta. Allo stesso tempo è un album in cui le tastiere ricoprono un ruolo fondamentale, tanto che abbiamo coinvolto diversi musicisti, tra cui Aiazzi. Le canzoni melodiche? Non c’è bisogno di trumpizzarsi per vincere nella musica».

L’affiatamento tra i due è evidente, tanto che gli anni dei litigi e dei colpi bassi sembrano davvero relegati in un non luogo in cui l’assenza della ragione aveva generato mostri seppelliti da tempo: «Ormai non abbiamo più smania di apparire, di dimostrare chissà cosa. Non esiste ansia da classifica e siamo così uniti da partire spesso da canzoni scritte da uno dei due per poi lavorarci insieme. Ci siamo riappropriati della nostra musica, perché in primis ci siamo riappropriati dei nostri luoghi. Cerchiamo di essere ancora fuori dal coro, coscienti di essere cresciuti, ma di non esserci arresi». Quando qualcuno chiede loro se il concetto di ribellione possa ancora avere un senso, la risposta è molto chiara: «Oggi essere ribelle significa pensare in modo non uniformizzato, farlo in modo moderno, diciamo, perché la mentalità globale è cambiata. Oggi non ci sono più scuse, Internet fornisce notizie a 360 gradi, ma si è perso un po’ di pensiero individuale. Poi c’è un altro tipo di ribelle, quello che si immola per i propri ideali: in quel caso forse è più appropriato parlare di martiri».

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