Interviste

Malika Ayane presenta Naif: «Il mio album di attimi»

Malika Ayane Adesso e qui

S’intitola Naif il nuovo album di Malika Ayane, che al Festival di Sanremo presenta il brano Adesso e qui (Nostalgico presente).

Naif è il quarto lavoro in studio di Malika Ayane. Un disco che parla di tempi, tra presenti e attimi. L’album esce il 12 febbraio ed è stato scritto tra Milano, Parigi e Berlino, città che da qualche anno ospita spesso Malika.

Naif è un disco uptempo, nel quale si parla di presente descrivendolo sotto varie sfaccettature. Rimpiangi qualcosa “in questo tempo”?
Non proprio, questo album me lo sto davvero godendo. La cosa che rimpiango è non essermi imposta per prendermi più tempo per farlo. Invece che incidere le voci in 15 giorni avrei voluto prendermi due mesi, magari. Ma la verità è che sono veramente contenta di questo disco.

Qual è il tuo attimo?
Eh, bella domanda. In questo momento è parlare con te, anche se sembrerà una sciocchezza. Lavorare come una macchina su un disco pensando che quello che conta è finirlo e pubblicarlo sarebbe sciocco. Quello che conta è arrivare alla gente mostrando ciò che sono in grado di fare. Per cui ogni attimo esiste.

Il mondo artistico deve essere ipersensibile all’attimo che vive per coglierne le sfumature da raccontare?
Senza arrivare a tanto, ciò che caratterizza il mio lavoro è quell’ansia prima di calcare la scena o quando sei lì davanti alla platea e non sai quello che la gente sta pensando. Quando torno a casa e guardo le foto di un concerto o ripenso all’emozione vissuta, quello è un altro momento. È l’attimo nel quale contempli ciò che hai vissuto. È meraviglioso vivere a pieno ogni istante e riconoscere anche le parti noiose, come le riunioni sui contratti editoriali, come attimi preziosissimi.

Naif riprende il tuo lato più spensierato?
Sì, che poi è anche quel sano lato strafottente. C’è la voglia di divertirsi, si esce dall’ansia di doversi sempre riconoscere nell’opinione o percezione di qualcun altro. Quanto più tu ti sarai divertito, quanto verrà meno la possibilità di dare il sospetto che qualcosa non stia andando bene.

Mi sembra che tu viva Sanremo molto più distesa, cosa penserai l’attimo prima di scendere le scale?
Non lo so a cosa penserò. Quando ho deciso di partecipare a Sanremo, ero a Mosca seduta sulla finestra di un albergo che affacciava sul Teatro Bol’šoj: ho pensato che se puoi arrivare con un album che non è rivoluzionario, ma meno banale di altri dischi, e se puoi farti ascoltare da tante persone, è una cosa importante. Non c’è niente di male a mettersi in vetrina tipo San Sebastiano, pronta a essere sotto gli strali della critica. Se però riesci a colpire due persone in più mostrandogli il sentimento che hai messo nel tuo lavoro, allora ne vale assolutamente la pena.

Adesso e qui (Nostalgico presente) non rappresenta l’attimo che stai vivendo, come riesci a calarti nel brano e farlo tuo fino in fondo?
Scavo nella mia memoria, sono cose che in un passato io, ma anche chiunque, ha vissuto. Sono immagini che ho presente. Sarebbe anche supponente scrivere canzoni pensando che la propria biografia basti a coprire lo spazio di tutte le emozioni. Il metodo Stanislavskij implica di trovare l’oggetto personale: per me sono le mie amiche, i conoscenti che ti confidano qualche segreto o anche gli estranei che guardi nei bar. Buttandosi addosso la loro immaginazione, riesci a interpretare. Penso sia questa la differenza tra un cantante e un interprete. Sapersi immedesimare in un sentimento è un lusso spaventoso, così come poterlo vivere e giocarci.

Ritornando al disco: Milano, Parigi e Berlino per le registrazioni. Qual è il punto di contatto tra queste città musicalmente e culturalmente tanto diverse?
Il punto di contatto è Caterina Caselli: quando le dissi che volevo produrre il disco con determinate persone a Berlino, senza ancora aver scritto una sola canzone, lei prese un aereo per raggiungermi proprio a Berlino. Ci incontrammo in un posto per turisti dove c’era una band che suonava dixieland e io intanto cercavo di convincerla di quello che avevo in testa. Volevo portare dei ritmi lontani, con dei suoni vecchi, in un posto nuovo, con melodie e testi scritti da italiani ma anche da stranieri, e volevo convincerla che fosse la cosa giusta. Al quarto disco con gli insegnamenti che Caterina Caselli mi ha dato, ho capito che l’unica cosa che fa la differenza è la volontà.

Naif mette ben in evidenza una tua dote: hai saputo abituare chi ti ascolta ai cambiamenti. È l’album più eterogeneo della tua discografia per melodie e sonorità di fondo.
Apprezzo che tu lo noti. Spesso mi è successo che la diversità potesse lasciare dubbiosi. In questo disco si dimostra proprio quello che dicevo prima: quanto più ti diverti, quanto più ha senso essere cento cose differenti.

Autori quotatissimi ma anche altri molto giovani hanno collaborato con te in Naif, una sfida cui sei abituata. Non ti spaventa ogni volta rischiare così tanto?
Mi sono tutelata da un punto di vista di identità, volendo scrivere tutto. L’alleato è quello che mi capisce, per quanto sia completamente differente da me. Il rischio di prendere sempre autori nuovi e diversi l’ho sempre corso, creando connessioni con tutti gli autori con i quali ho lavorato. Il punto è riuscire a mantenere se stessi. Per farlo bisogna capire quanto affidarsi, ma allo stesso tempo porre anche un limite. È un lavoro di regia.

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