Interviste

Marinai, profeti e balene nell’oceano di carta di Vinicio Capossela

Acquario di Milano: Vinicio non poteva scegliere una location migliore per presentare il suo nuovo lavoro, Marinai, profeti e balene, in rotazione soffusa nelle sale del museo cariche di pesci: aggrappati alle pareti, nuotano nel colore del buio.

Entro nella sala interviste, come un marinaio entra nella cabina del Capitano. Sul grande proiettore dietro al tavolo della conferenza, gira in rotazione il doppio album. Quando finisce anche l’ultima traccia, Le Sirene, entrano una dozzina di balene di stoffa prima di Capossela, dal cappello e dal passo deciso come il capitano Achab.

«Questo disco è un po’ un patrimonio collettivo – esordisce Vinicio, diretto – è un disco epico, appartiene alla nostra immaginazione condivisa, fin dal titolo: Marinai, Profeti e Balene. Un grappolo di figure, di simboli che nuotano in un oceano di carta, perché tutto viene dalla letteratura, dalla letteratura di mare». Melville, Conrad, Céline, il capitano Achab, Moby Dick, il Leviatano, Billy Budd, Calipso, la Madonna delle Conchiglie, le Sirene: immagini metaforiche del nostro viaggio, fatto di marinai, «gli intraprendenti, i coraggiosi», di profeti, «colui che si occupa dell’enigma, noi siamo di fronte alle cose che non sappiamo spiegare e che dobbiamo in qualche modo interpretare e il profeta è chi vede oltre, chi riesce a interpretare i segni», e di balene, «un essere fuori misura, che non a caso, nel libro di Giobbe Dio la porta ad esempio della potenza della sua creazione: è il simbolo delle cose fuori misura, come questo album, doppio. Mi piace perché ricorda un po’ il vinile, con il bisogno di cambiare lato».

Vinicio ha voglia di raccontare il suo lavoro, «un disco corale che esalta la solitudine, perché io credo che il viaggiatore solo è quello che arriva più lontano. È un disco sul desiderio della conoscenza, dedicato a Bekim Fehmiu, che io trovo essere veramente un eroe, oltre ad aver dato il volto a Ulisse (1969), figura alla quale sono molto affezionato. Perché il tema di questo album è questo senso del ritorno, la bussola dei nostri passi e prigione che li tiene insieme, senza nostalgia non c’è il ritorno, l’attesa (ingannevole) dei sentimenti che fanno parte dell’uomo». Come un uomo di mare, anche il volto di Capossela viene rigato dalle curve della malinconia, quando rivela: «Ho scritto questo album perché quando sei giovane ti perdi nelle passioni, nelle malinconie, abbandonandoti negli amori e alla disperazione perché comunque, intimamente, si ha la convinzione che la vita poi ci metterà al riparo. Quando poi si cresce, però, queste canzoni diventano insopportabili; anche scriverle diventa troppo personale, quindi si passa dalla lirica all’epica, a qualcosa di più generale perché si inizia a vedere il destino. Si riconosce dalla coda, come la balena, quando è già passato».

Per veder la coda della balena, Capossela ha costruito lo scheletro del pianoforte, un Siler degli anni ’30 – il suo Pequod – a ottanta metri a picco sul mare, nel Castello Aragonese di Ischia. Lì, dove solo gli spettri potevano ascoltare la sua musica, ha voluto suonare il Capitano, perché «l’isolamento d’altezza è molto diverso: sul piano orizzontale ci si può isolare solo con dei recinti, con il denaro, mentre quello d’altezza è molto più naturale, davvero efficace. Il pianoforte è come la montagna, devi andare tu dal pianoforte. Ha una staticità, un luogo».

Tutto questo è Marinai, profeti e balene, un «disco legato più a Ovunque proteggi che a Da solo, perché il primo era un disco completamente rivolto all’esterno, sia dal punto di vista dello spettacolo che dei temi, mentre Da solo era un disco più rivolto a se, più lirico, anche se La faccia della terra (ultima traccia dell’album) è un po’ avulsa dal resto dell’album, contiene le costole di Marinai, profeti e balene: è una canzone di destini intrecciati come costole. Mi sono sentito di tornare a casa per recuperare un po’ di bagagli e ripartire».
E noi con te, Capitano.

 

Commenti

Commenti

Condivisioni