Interviste

Mario Biondi e il nuovo tour: «Sarà speciale, io e i miei musicisti siamo una famiglia»

mario-biondi best of soul tour

Prenderà il via a marzo il Best Of Soul Tour di Mario Biondi, con cui l’artista porterà finalmente in giro per la penisola il doppio album – Best Of Soul, appunto – che celebra i dieci anni di carriera del crooner (“carriera discografica, non musicale” precisa Biondi) e i dieci anni di vita del disco d’esordio Handful Of Soul, uscito nel 2006. Abbiamo assistito alle prove del tour nel Q Recording Studio di Milano e ne abbiamo approfittato per scambiare quattro chiacchiere con Mario sulla tournée.

Best Of Soul è un album ‘speciale’, perché celebra il tuo esordio discografico con rivisitazioni di brani iconici e qualche inedito. Il tour sarà altrettanto celebrativo? Sarà un tour molto speciale per me, perché torno sul palco circondato da tantissimi musicisti ed è un aspetto fondamentale. Mi ricorda molto i miei esordi, quando cantavo accompagnato da tanti elementi d’orchestra. L’atmosfera è magica e anche le canzoni ‘vecchie’ stanno prendendo una nuova forma.

Quanti musicisti ti porterai dietro? Se ho fatto bene i conti, sono 8 o 9. E vado anche particolarmente fiero della ‘quota rosa’ che mancava da un po’ ai miei concerti. Si tratta di Serena Brancale, un’artista già nota e a cui mi sono molto affezionato. Ne apprezzo soprattutto la vena creativa. Stiamo anche già pensando di costruire qualcosa insieme dopo il tour. Chissà quindi che da questo incontro non vengano fuori progetti interessanti.

Come si è trovata Serena in questo gruppo di soli uomini? La band è abbastanza impegnativa, perché i musicisti sono tutti polistrumentisti e cantanti. Ho pensato di inserire la ‘canonica’ corista, ma mi sembrava troppo riduttivo e poco coerente con quanto costruito finora. Serena Brancale è una leader e volevo darle un ruolo da comprimaria, lei è stata molto disponibile.

In termini di scaletta, cosa porterai dunque sul palco? Dell’album Best Of Soul ascolterete quasi la totalità del secondo cd, quello che contiene i grandi successi. Del primo disco, quello contenente gli inediti, ascolterete invece qualcosina.

Non porterai quindi tutti gli inediti sul palco? Per ora ne ho selezionati un paio.

Hai scelto i teatri, come mai? Tendenzialmente sono loro che scelgono me. È una cosa che mi capita spesso. Per questo progetto, comunque, il contesto teatrale si adatta perfettamente agli arrangiamenti e ai nuovi cori. È un concerto che necessita di poltrone rosse vellutate (ride, ndr).

10 anni di carriera discografica, ma cosa si porta dietro Mario Biondi del periodo in cui suonava in giro senza incidere album? Ricordo che mio padre non voleva che facessi il cantante, per cui mi esercitavo di nascosto. E ricordo che un giorno gli dissi che avrei cantato al Tout Va di Taormina, chiedendogli di venire ad ascoltarmi. All’epoca quello era uno dei locali più prestigiosi per la musica dal vivo. Mi rispose: ‘Ma sei matto! Non sapevo che cantassi e ora fai le cose in grande’. Apprezzò, per me è un bellissimo ricordo.

Quanto e cosa ti insegna la gavetta dei primi live? I primi live mi hanno insegnato sicuramente che in me c’era del talento, dello spessore. Ho imparato a capire che ho qualcosa da dire, ad apprezzare sempre più ciò che so fare. Ne ho fatto bagaglio e tesoro.

Abbiamo assistito alle prove. Quanto è importante per il live questo periodo di ‘incubazione’ in una saletta? Tantissimo. Io sono un rompiscatole, lo ammetto. Cerco di stimolare la band, vorrei che i musicisti uscissero dai binari, vorrei sentire cose strane, che vengono fuori anche per gioco. Purtroppo o per fortuna, sono musicisti disciplinati e di grande educazione, quindi tendono a rimanere sulle loro posizioni. Ogni tanto però li becco e riesco a far nascere da loro cose interessanti.

Quindi è musica in continua evoluzione… Deve esserlo. Spesso capita anche durante i concerti di cambiare le regole. Per fortuna siamo entrati molto in sintonia, sappiamo ascoltarci. Qualcuno grida ‘Questo finale è lungo’ e un altro risponde ‘Ok, lo chiudo’. Magari non c’è nulla di provato, ma è il bello di avere un organico che diventa una famiglia. Insieme siamo una macchina completa.

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