Interviste

Marra e Guè, quei bravi ragazzi che sanno fare le cose “come si deve”

MarraGue

Qualche settimana fa – prima dei vari dissing, instagrammate e strani incroci alle sfilate – abbiamo incontrato Marracash e Guè Pequeno per parlare di quello che a noi di Onstage sta più a cuore: la musica. Una lunga chiacchierata che ha toccato diversi punti: dal loro primo album insieme Santeria (che non è solo “una somma di due parti”) al tour (che dal 24 gennaio li porterà sui palchi dei principali club italiani), dall’arte (l’artwork del disco nasce dall’incontro con l’artista Armando Mesìas) al ruolo della donna nella scena rap e nel music business in generale. Dopo questa intervista abbiamo avuto la conferma che dietro nomi che sembrano voler “far brutto” ad ogni costo si nascondono due ragazzi, due amici, a cui di tutto questo circo mediatico importa solo fare le cose come si deve.

Santeria ha ottenuto molti riconoscimenti, da poco è uscita una special edition e a breve sarete in tour in giro per l’Italia. Come primo bilancio è più che positivo. Ve lo aspettavate? Marra: Siamo molto soddisfatti di questi risultati. Se ce lo aspettavamo? Uno non lo può mai dire prima dell’uscita di un progetto. Santeria è un disco che, oltre a confermare il lavoro già fatto singolarmente in passato, ha proprio spaccato! È andato ben oltre le iniziali aspettative. Guè: In questo Paese non è molto facile fare pronostici sicuri quando si fa questo lavoro, perché è sempre un po’ una lotta. Invece in questo caso siamo stati ampiamente ripagati di tutti i sacrifici fatti.

Siete due nomi di spicco del rap italiano, con due personalità molto forti e definite. È stato difficile farle convivere? Marra: Ovviamente quando bisogna lavorare insieme dei compromessi ci sono sempre, ma in questo caso sono stati piacevoli. Collaborare non è stato difficile, anzi, è stato spontaneo e soprattutto divertente e proficuo. Ognuno ha messo a disposizione dell’altro i propri punti di forza, ottenendo un risultato che è più della semplice somma della parti.

Il disco può essere visto come una sorta di manifesto per prendere le distanze da quella deriva hip hop (anche se definirla tale è inappropriato) tanto di moda ora, per dire apertamente “non siamo quella roba lì”. È così? Guè: Secondo me va rivendicata questa cosa, perché vista la nostra esperienza e il nostro percorso, era giusto in questo momento arrivare e dire “eccoci, siamo qua”, abbiamo fatto un disco con le palle. Allo stesso tempo, però, non bisogna neanche criticare tutto quello che c’è in giro adesso. Come ci insegna la scena rap e hip hop americana, bisogna supportare le cose nuove, quelle buone. Così abbiamo fatto anche noi con il singolo Scooteroni con il featuring di Sfera Ebbasta. Marra: Più che un presa di posizione cercata o costruita, ci è venuto tutto naturale e automatico, non abbiamo cercato un certo tipo di approvazione radiofonica o mainstream a tutti i costi.

È stato sdoganato tanto in questi anni nella scena rap e hip hop italiana. Ciò che sembra non cambiare è la totale assenza di una donna, una sorta di Missy Elliot nostrana. Guè: Ma come no? C’è Baby K! (dice scherzando, ndr). Marra: senza puntare ad avere la nostra Missy Elliot – dato che trovo veramente fantascientifico si possa realizzare – il problema è che qui non abbiamo neanche Alessia Cara. Non c’è una ragazza giovane che faccia musica giovane, a prescindere dal genere o dalle tematiche. Non esiste un suono fresco, innovativo legato a una donna. Guè: Secondo me un’artista che ha la stoffa (ma non ha niente a che fare con il rap) è Elodie. Ha il suo stile e sa cantare, peccato che insistano a farle fare canzoni sulla falsa riga di Mina, troppo vecchio stile. Forse perché è quello che la gente vuole sentire. Marra: Per me non è così. Non è vero che il pubblico vuole sentire quello, altrimenti come te lo spieghi il successo che hanno le artiste straniere? Non esisterà mai qualcuno che calerà dall’alto una donna in grado di fare rap o un certo altro tipo di musica come si deve, la cosa deve partire dal basso. Nel momento in cui una ragazza si costruirà un background e una carriera di questo tipo, allora potrà esserci una svolta, e metterà il pepe al culo alle cantanti italiane che ci sono ora. Guè: Però c’è da tenere conto che il “problema”, per quanto riguarda il rap, non esiste solo in Italia. Guarda in Germania e in Francia: il mercato lì è molto più grosso rispetto a qui, eppure di donna che faccia rap in maniera seria ce n’è solo una. La proporzione è sempre comunque molto bassa.

Dal 24 gennaio sarete in tour: anche dal vivo la vostra collaborazione non sarà solo una “somma tra due parti”? Guè: Il tour è incentrato principalmente su Santeria, verrà eseguito nella sua quasi totalità. Dopo di che ci saranno dei momenti dedicati alle nostre carriere individuali, per rappresentare anche quello che ciascuno di noi ha fatto fino a qui. Le personalità singole verranno onorate al momento opportuno.

Vi sarà capitato di andare a vedere concerti di altri artisti, non necessariamente rap o hip hop. C’è qualcuno che vi ha impressionato? Dopo qualche secondo di silenzio si fa avanti Guè: Sia io che Marra siamo stati i primi rapper in Italia ad introdurre la band live e i visual sul palco. Rendendo i nostri concerti competitivi con gli altri in generale, senza circostanziarli entro un determinato genere. Questo perché, avendone visti molti, ci è sembrato giusto fare così. Marra: L’ultima cosa figa che ho visto qui a Milano è stato Stromae qualche anno fa, che ha proposto un live di grande effetto, veramente innovativo. Guè: Secondo me un concerto perfetto deve essere sì innovativo e attento alla parte visual, ma senza esagerare, altrimenti vai a vedere una video installazione. Per esempio quando vedo i live di Kanye West, che parla un’ora tra una canzone e l’altra dicendo minchiate con il video ultra artistico sullo sfondo, penso che sia davvero troppo. Quando vai a un concerto è bello vedere anche il tipo nudo e crudo che canta, che fa musica.

L’artwork di Santeria è stato realizzato dall’artista colombiano Armando Mesìas. Come lo avete scovato? Guè: È stata Paola Zukar (manager, tra gli altri, di Marracash, ndr). Il risultato che abbiamo ottenuto è stato molto innovativo, magari la gente si aspettava la classica copertina con gli stereotipi rap. Marra: Avevamo questa idea di “santeria” che si riallacciava all’immaginario da santino (per chi non lo sapesse, santeria è un credo religioso che unisce  elementi del cattolicesimo con la religione tradizionale yoruba, praticata originariamente dagli schiavi africani, ndr). Inizialmente avevamo cercato delle immagini di santi mega barocche e piene di roba, kitsch. Poi facendo un po’ di ricerca su questo tema, Paola ha trovato Mesias. Tra le sua opere abbiamo trovato un mondo che poteva rappresentarci – in particolare ci aveva colpito un quadro con due figure nere. Visto che il concept del disco era incentrato su una maledizione, ci piaceva essere rappresentati come due “maledetti”, due anime nere. È stato proprio un allineamento di pianeti: lo abbiamo incontrato a Barcellona, dove vive, e in poche parole ha capito l’anima del progetto, oltre che le nostre personalità.

Per il futuro avete già in mente qualcosa o siete concentrati sul presente? Guè: Per adesso ci godiamo a pieno questo successo, poi per il futuro, con una giusta proposta discografica possiamo parlare di Santeria volume 2. Facciamo un appello alla nostra label, se prepara una borsa piena di cash, noi da domani siamo in studio (ironizza Guè, ndr). Scherzi a parte, per il momento non c’è spazio per altri progetti, ma un domani si vedrà.

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