Interviste

Lo Status di Marracash: «Molti rapper confondono il pop con l’hip hop»

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Il rapper milanese torna con l’album Status, dove ha collaborato con numerosi colleghi. Anche se nel mondo hip hop italiano, dice, troppi rapper si sono dati al pop.

Tre anni nel mercato discografico – e tanto più in un ambiente dove tutto si muove veloce come quello del rap italiano – possono equivalere a ere. Ecco perché il ritorno in scena di Marracash dopo King del rap era tanto atteso dai fan del genere. Eppure Marra non sembra più che tanto preoccupato del tempo trascorso tra quell’album e il nuovo lavoro, il quarto in studio, intitolato Status. Anche perché nel mezzo c’è stato tanto, tra cui la conduzione dello show televisivo Mtv Spit, «senza contare che nel frattempo ho anche collaborato con molti rapper, ho lanciato una linea di abbigliamento e ho fondato una mia etichetta, Roccia Music».

Niente affatto male. Tanto che alla fine viene quasi da stupirsi che siano bastati tre anni per il nuovo disco. In proposito il rapper cresciuto a Milano, zona Barona, è piuttosto chiaro: «Non faccio musica per rispettare calendari o leggi di mercato secondo le quali bisogna fare un album all’anno. In questo arco temporale non ho solo scritto i pezzi, ma ho anche accumulato le esperienze necessarie a non fare un disco che suonasse come quelli vecchi».

Che ci sia un grande lavoro dietro a Status è piuttosto evidente, sia dalla complessità delle produzioni sia dai nomi coinvolti. Per fare tutto a modo suo Marracash si è spostato tra Milano, Londra e Los Angeles e ha collaborato con pesi massimi come Anthony Kilhoffer (responsabile del mix del disco), uno che ha lavorato con artisti come Kanye West, Rihanna e Kid Cudi. Lo stesso Marracash conferma di avere alzato il tiro: «È il mio disco più solido. È monumentale e compatto come intenti. Magari proprio per via di questa sua densità non è facile da capire al primo ascolto. Di sicuro è un disco molto adulto».

Lo ha accompagnato in questa avventura una serie di colleghi, come Fabri Fibra in Vita da star, Salmo in A volte esagero, Gué Pequeno in Di nascosto e Neffa in Nella macchina, ma anche un artista pop come Tiziano Ferro («Tiziano è uno dei pochi in Italia a fare musica di respiro internazionale»), presente in Senza un posto nel mondo. E proprio quando si parla di pop, il discorso si infiamma. «Ormai c’è troppa confusione tra pop e hip hop. Che un rapper abbia una vocazione pop è sacrosanto. Il problema è come ci arrivi a essere pop: puoi farlo solo perché dai al pubblico quello che vuole, oppure perché sei bravo».

Non a caso proprio nel pezzo con Tiziano Ferro Marracash canta: «Cosa ci faccio qui? Che c’entro con loro?». E non nasconde il senso di alienazione crescente nei confronti della scena rap italiana. «Effettivamente me lo sono chiesto, cosa c’entro con tutti questi rapper. Mi sono chiesto che senso aveva fare hip hop in Italia oggi. E Status è la risposta. Fare hip hop ha un senso. L’hip hop deve insegnare ai ragazzi a essere ribelli, a compiere degli atti di rottura». L’importante, poi, è cogliere le differenze interne all’hip hop stesso, non accomunare tutti i rapper tra loro. Insomma, non mescolare Marracash con «loro».

Status è anticipato in questi giorni dal singolo In radio. Perché, spiega Marra, «la radio è ancora lo spartiacque tra l’underground e la fama. Si parla ancora di internet come di un miracolo, ma rimane un trampolino di lancio per andare in radio e in tv. Quelli che diventano star su YouTube, poi finiscono a fare i cinepanettoni». Ma non è che in radio siano solo rose e fiori: «All’estero c’è molta più considerazione per la musica. Qui ti guardano come se volessi fare soldi senza lavorare. E certi pezzi, anche se sul web hanno un riscontro enorme, per qualche motivo non vengono passati lo stesso in radio».

Ritorna spesso, il paragone con l’estero, soprattutto quando Marracash parla della sua esperienza negli States: «Lì c’è molta più professionalità. E c’è umiltà persino ai massimi livelli, anche da chi magari ha vinto cinque Grammy». È un Marracash molto più cinico e negativo, quello che si sente nelle tracce di Status così come nelle sue dichiarazioni. Ma se gli si chiede se questo rinnovato senso critico sia una conseguenza della vanità della fama e di tutto ciò che ne consegue, precisa: «Per me se ti impegni e poi ti godi i frutti materiali del tuo lavoro, non c’è assolutamente niente di male. Anzi, in Italia c’è questa ipocrisia per la quale non si deve mai far vedere quello che si ha. Però se il materialismo è il tuo unico discorso, allora c’è un problema».

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