Interviste

Max Gazzè 2010

MAX IL FILOSOFO

Incontrare Max Gazzè è un’esperienza davvero sorprendente. Tanto la sua immagine è quella di uomo semplice, alla mano, quanto il suo pensiero è profondo e complesso (a volte persino contorto). In ogni caso, le parole che sceglie per parlare del suo nuovo album, Quindi?, e della condizione di artista in cui vive, non lasciano certo indifferenti. Insomma, Max è un tipo decisamente unconventional oltre che musicista come pochi ne abbiamo in Italia.

di Francesca Vuotto

Cominciamo con il nuovo album, Quindi?. Com’è nato? Ho lavorato a questo disco per due anni, collaborando sempre con Jimmy Santucci, che è autore dei testi oltre che un amico. Spesso ci siamo trovati a discutere di condizioni sublimi, apparentemente insondabili ma che esistono nella realtà, come l’aspetto primordiale della condizione affettiva di un amore incondizionato, che può essere tradotto in parole attraverso un linguaggio che lo evoca. La nostra osservazione è passata dai massimi ai minimi sistemi e abbiamo cercato di trovare le relazioni che intercorrono tra gli uni e gli altri, anche se alla fin fine non si potranno mai trovare delle risposte definitive, per cui è necessario lasciare delle domande prive di risposte.

Da qui immagino derivi il punto di domanda nel titolo dell’album. Quando usiamo il “quindi?” invitiamo a non proseguire all’infinito una conversazione, ma a terminarla, ad arrivare al dunque. Quello che mi intriga è il momento della sospensione e della stasi che avviene prima di dare una risposta, un momento che io vivo eternamente contemplando il cambiamento delle cose nel tempo. Uso questa espressione volutamente perché spesso si parte dall’osservazione di come il tempo cambia, ma alla fine si scopre che non è il tempo a cambiare, bensì è il cambiamento che accade nel tempo.

I contrasti sono un tratto distintivo della tua musica. Ascoltando il tuo nuovo album si avverte una continua tensione tra il sacro e il profano, o meglio tra il metafisico e lo scientifico. Ne sei consapevole? Penso che credere in qualcosa apre inevitabilmente le porte a quella realtà, quindi da questo punto di vista avere fede o essere ateo è la stessa cosa, implica un medesimo dispendio di energie. Noi tutti siamo esseri spirituali, per capirlo basta rendersi conto della condizione umana nel suo aspetto più completo, cioè quello che possiamo considerare come l’animo o lo spirito di un uomo. Per questo credo che, in definitiva, la tensione tra sacro e profano è innata nell’uomo.

Come vedi il tuo percorso come artista? Sta andando di pari passo con la tua evoluzione da un punto di vista umano? Credo di si. Anche se ciò che realmente cambia è il modo di tradurre una percezione che in sè, a mio modo di vedere, resta sempre la stessa. La “traduzione” cambia in base alle mie esperienze umane, ma è la fonte a cui attingo ad essere immutabile, cioè l’arte. L’artista traduce in modo personale qualcosa che è universale.

Il tuo approccio cantautorale è più vicino al mondo anglosassone piuttosto che a quello italiano. Credi che il fatto di aver vissuto e fatto musica all’estero fino ad una certa età ti abbia influenzato? Non posso prescindere dalle mie influenze culturali. Sono vissuto tanti anni nel Nord Europa tra Inghilterra e Francia, quindi ho inevitabilmente assorbito quella cultura, che mi ha spinto a dare la mia interpretazione musicale. Io traduco la mia esperienza attraverso un linguaggio che è influenzato dalla mia conoscenza della musica e quindi soprattutto da quella anglosassone. Comunque fare musica significa comunicare senza mediazioni, attraverso un linguaggio archetipico che non passa attraverso l’interpretazione del cervello, perché la musica è un archetipo. Infatti posso anche ascoltare una musica che non conosco, ma arriva comunque alle mie cellule, senza bisogno di interpretazioni, a prescindere da quella che è la mia cultura.

Dopo i primi spettacoli, organizzati più che altro per presentare il nuovo disco, immagino partirai per un vero e proprio tour. Che tipo di concerto hai in mente? Quest’estate faremo dei concerti in ambienti piccoli perché ho voglia di suonare anche per gruppi più ristretti di persone. Il prossimo inverno invece faremo un tour nei teatri, dando vita ad uno spettacolo vero e proprio, costruendo un concerto che sia legato ad un concept che fa riferimento a più forme di comunicazione. Cercheremo di creare un happening in modo che le cose accadranno lì per lì, per mantenere il senso del “qui ed ora”. Il “quindi”, insomma.

Clicca qui per ascoltare Mentre dormi, primo singolo estratto da Quindi?.

Foto di Fabio Lovino

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