Interviste

Max Pezzali svela il suo nuovo tour tra rock e elettronica

È tornato a Sanremo dopo 16 anni. È tornato alla ribalta con Terraferma, dopo 4 anni dall’ultimo album di inediti, Time Out. È tornato dalle Hawaii con un nuovo suono. È tornato Max Pezzali.

Iniziamo dalla tua esibizione sanremese. Dopo la tua “prima volta” nel ’95 con Senza averti qui, estratta dall’album La donna, il sogno & il grande incubo, quest’anno sei tornato alla kermesse dichiarando che l’impatto del palco di Sanremo è sempre comunque intimidatorio. Perché?

È vero. Anche se il palco è cambiato, la situazione è rimasta la stessa. Hai la sensazione di andare a disturbare ad un matrimonio di gente che conosci poco, invitato dai parenti degli sposi e non da uno che conosci bene. Hai la sensazione che stai disturbando. Il problema non è il palco, ma l’atmosfera che si crea di leggero fastidio verso chi sale su quel palco, ed è lì forse anche il fascino.

All’inizio della tua carriera eri stato percepito come un personaggio per un pubblico adolescenziale, poi con il brano Gli Anni hai mosso i primi passi della tua svolta, compiuta poi con Il mondo insieme a te. Ora, tornare con un album dopo 4 anni, distante come temi dai precedenti, rappresenta una nuova svolta?

In questo nuovo album ho osservato la realtà con una nuova lente, che mi ha permesso di ricollegarmi con il materiale vecchio anche a livello musicale. Ho cercato, però, un suono che fosse quello di oggi. Il risultato è un album per chi ha la mia età, chi ha superato i 35, che potrà ritrovarsi in alcuni testi, ma anche per chi è un po’ più giovane, perché è un album che ha messo d’accordo sia chi mi ha seguito da “solista”, sia chi ha sempre voluto un maggior contatto con il passato.

Ho visto sul tuo tamblr (maxpezzali.tumblr.com) una foto che ritraeva la tua nuova passione per l’ukulele.

(Ride) È uno strumento fantastico. Mi sono divertito parecchio a comporre pezzi con l’ukulele, perché adoro le Hawaii e il mondo polinesiano. Ho comprato il primo ukulele due anni fa per ridere e mi sono reso conto che è uno degli strumenti più belli che esistano: da immediata gratificazione e può esser propedeutico per la chitarra. È comodo, è piccolo, è facile che trovi posto nel sottosella di una moto. Quando ero alle Hawaii ho letto la storia di questo strumento, di come fosse arrivato dal Portogallo, come sull’isola non avessero uno strumento a corda, il modo in cui i locali rimasero affascinati. Come noi, poi, con l’Elvis de Blue Hawaii.

A livello musicale il tuo album è molto vario: si apre con sonorità dance anni’90, vanta la collaborazione con Noego Crew per un pezzo hip hop come Quello che comunemente chiamiamo amore, mentre pezzi più melodici completano la tracklist: perché questa scelta? Perché è più adatta al momento?

Oggi non ho un suono univoco che mi rappresenta, ascolto una varia gamma di artisti, dai Chromeo ad un gruppo come gli Old Crow Medicine Show, che parlano di droga, temi che non c’entrano con la musica che suonano, il bluegrass. Forse oggi non c’è un suono definito dei nostri tempi, ci sono 100 suoni dei nostri tempi.

Recentemente ho letto che «Il rock per salvarsi è dovuto scendere a patti con l’elettronica». È così secondo te?

L’elettronica oggi è il nuovo rock. La vera rockstar è il dj, perché è l’aggregatore che funziona, non è il creatore di contenuti. L’elettronica ha il grande vantaggio di essersi adeguata ai tempi molto più velocemente: il rock richiede delle liturgie complesse, l’elettronica ha il vantaggio della semplicità, anche come logistica. Una band di quattro elementi, ad esempio, non è paragonabile ad un dj che con un solo laptop si attacca ovunque. In più è un genere strumentale, le voci sono usate come strumenti, non conta cosa dici ma come lo dici.

Parlando del tuo prossimo tour, che partirà il 30 aprile da Roma, come sarà? Ci sarà spazio anche per l’ukulele?

(Ride) Ci saranno dei pezzi con l’ukulele, sto preparando qualcosa. Per quanto riguarda la scaletta, sicuramente proporrò i pezzi di Terraferma, ma darò grande spazio anche ai classici, rivisti in chiave moderna. Non si va in giro senza i classici: so che non posso presentarmi in nessun palazzetto senza Hanno ucciso l’uomo ragno, Come mai, perché altrimenti rischio di non uscirne vivo. (ride)

Ad Aprile abbatteranno il Palasharp. Hanno appena chiuso la Casa 139 e le Scimmie, dopo aver chiuso la Cascina Monluè per non parlare dei problemi legati ai concerti a San Siro. Tu, da milanese, cosa ne pensi?

Io credo che se Milano vuole essere una delle grandi città europee, bisogna assumersi le proprie responsabilità. Non è solo con i grattacieli che diventi città europea, ma è, soprattutto, tenendo viva una scena culturale che passa attraverso la musica. Che sia rock, hip hop, elettronica non importa, devono esserci gli spazi. Nel momento in cui li togli, regredisci.

 

Commenti

Commenti

Condivisioni