Interviste

Il tributo a Michael Jackson di Cortés «è un gesto di rispetto»

Sergio Cortes michael jackson live tribute show

Giovedì 25 giugno, a sei anni dalla morte del Re del Pop, per una sola sera a Milano, al Teatro Linear4Ciak, va in scena un grande tributo a Michael Jackson. Il più apprezzato sosia mondiale dell’artista americano, Sergio Cortés, si esibisce nel Michael Jackson Live Tribute Show, accompagnato da una band dal vivo e da otto ballerini, cantando e danzando sulle note dei più grandi successi di MJ, da Billie Jean e Thriller, da Smooth Criminal a Heal the World. Gli abbiamo chiesto cosa significhi vestire i panni di una delle più grandi popstar di ogni tempo.

Quando hai iniziato a credere di poter “essere” Michael Jackson?
Ho sempre amato Michael, sin da quando ero piccolo e mio fratello maggiore lo ascoltava. A 16 anni, mentre camminavo per strada, un giornalista mi notò per la mia somiglianza con il Re del Pop e mi fece un’intervista. Da lì cominciò tutto, perché poi mi chiesero se sapessi cantare e ballare e di conseguenza cominciai a lavorare sfruttando questa mia somiglianza. E ora è un piacere poter portare in giro questo spettacolo sul mio idolo.

Michael era ancora vivo quando hai iniziato…
Assolutamente, io ho cominciato nel 1988 e feci anche alcune cose legate a Michael, per esempio quando si sposò con Lisa Marie Presley, per depistare l’attenzione dei media, fui assunto proprio come sosia.

Avrai tantissimi aneddoti su Michael, ma a quale sei più affezionato?
Una volta, avevo circa 27 anni, ero a New York e incrociai per la strada Harrison Ford. Lui pensò che fossi Michael e si mise a parlare con me, ma io gli dissi subito di non essere MJ. Ma la cosa divertente fu che la gente per strada iniziò a pensare che io fossi Michael e a urlare “Michael Jackson”, non rendendosi conto che il vero Harrison Ford era di fianco a me. A quel punto Harrison Ford se ne andò via, mentre io corsi via inseguito da un sacco di persone e per i tre giorni successivi fuori dal mio hotel rimasero un sacco di fan pensando che Michael Jackson fosse lì, e questo nonostante tutti gli addetti dell’albergo spiegassero a tutti che Michael non era lì. Questa è solo una delle tante volte che accadde, ma ora che Michael se n’è andato non capita più.

Qual è la cosa più difficile nel dover impersonare Michael sul palco? E qual è la canzone più complicata da interpretare?
Ho la fortuna, oltre alla somiglianza fisica, che anche la mia voce ha un tono non lontano da quello di Michael. E anche se mi devo allenare è per me una gioia farlo. Naturalmente lui è stato uno degli artisti più completi di sempre, tra ballo e canto. E così per riuscire a interpretarlo sul palco devo lavorare molto. Una delle coreografie più complesse è quella di Smooth Criminal, ma rimane uno sforzo bello perché mi piace davvero tanto poterla cantare.

Qual è invece la cosa che ti viene più naturale?
Non saprei, perché quando lavoro e mi alleno lo faccio su tutto e in qualche modo tutto è facile e tutto è difficile. Forse potrei dirti che è più semplice cantare una ballata o una canzone lenta rispetto a quelle ritmate come Smooth Criminal appunto.

E che rapporto hai con i fan di Michael che ti vengono a vedere?
Chi viene a vederci è fan di Michael naturalmente e noi semplicemente cerchiamo di portare a loro la magia che MJ sapeva creare. Sono contento del fatto che tutti capiscono che il nostro è un gesto di affetto e rispetto, perché noi per primi siamo suoi fan.

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