Interviste

Mika ci ha spiegato perché non può avere storie d’amore come tutti gli altri

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di Alvise Losi
Foto di Peter Lindbergh

È il grande protagonista di questo autunno: tre concerti nei palazzetti italiani e il ruolo da giudice “anziano” di X Factor su Sky. Ma la sua mente è già proiettata al futuro. Tra Asia e Dario Fo, Mika ci ha fatto entrare nel suo «mondo parallelo», parlando senza filtri di tutto: sessualità e religione, amore e politica, odio e tolleranza. E, naturalmente, tanta musica. Tratto da Onstage Magazine n. 79 di settembre-ottobre 2015

«L’Italia è sempre stata una porta tra l’Europa e il mondo orientale, africano e arabo. Io sono americano, libanese, siriano, cresciuto in Francia e poi a Londra. È ovvio che mi senta a mio agio nei paesi latini perché non posso dimenticare questo calore che c’è nella mia famiglia. E anche se in futuro non sarò in Italia, questo Paese sarà sempre nel mio cuore». La mia intervista con Michael Penniman Junior si chiude con una frase che sembra un commiato anticipato, proprio in mezzo al suo terzo anno “italiano”, con tre concerti nei palazzetti e la sedia di giudice di X Factor pronta a essere occupata fino alla fine del 2015. Mika non nasconde l’eventualità di un addio, e non fa nulla per nasconderlo. «Oggi sono un musicista che non fa altro che creare, scrivere musica, fare tour, fare programmi televisivi, scrivere articoli per i giornali, fare programmi radio. Tutto questo io posso farlo perché non c’è nient’altro che mi distrae e la mia vita in un certo senso è totalmente in secondo piano. Ma se farò lo stesso tra cinque anni vorrà dire che sarò noioso, che non sarò cambiato».

Sono riflessioni che mostrano una maturità raggiunta su due fronti, anche se l’uomo Michael e l’artista Mika sono piuttosto diversi. Lo ammette lui stesso quando mi spiega che l’arte per lui è sempre stata un «mondo parallelo», una via di fuga grazie alla quale non dover affrontare i problemi della vita quotidiana. Su un aspetto però i due Mika si assomigliano: il continuo stimolo a ragionare e riflettere, per non rimanere sempre uguali a se stessi. È raro che un cantante sia disposto a parlare non solo della propria musica, ma anche del sé privato e delle proprie convinzioni. Mika lo fa con grande serenità, come se non si trattasse di un’intervista ma di una chiacchierata tra amici, spaziando dal rapporto con sua madre al suo modo di amare, dalla sua idea di Europa alla sua fede in Dio. Fino a parlarci di un progetto al quale tiene molto e che ha a che fare con Dario Fo e una nuova generazione di artisti e intellettuali. E che lo vede schierarsi su posizioni “di sinistra” .

Il nuovo album si apre con una canzone che parla di rapporti familiari. Quanto è autobiografica All She Wants? Molto: parla di mia madre. Io e lei abbiamo parlato tanto e ci siamo confrontati. So che per il 90 per cento è felice di chi sono e di quello che faccio, ma allo stesso tempo in lei c’è una parte di malinconia perché io sarei stato un figlio fantastico e ancora più facile “da gestire” se fossi stato più tradizionale, con una moglie e dei bambini. Ma lei sa che io sono il risultato del percorso che ho avuto e che non può avere tutto. Così nella canzone ho deciso di parlare di quel 10 per cento che lei nasconde. Ognuno di noi nella vita ha un 10 per cento di sé che tiene nascosto e penso che sia la cosa più interessante da mostrare. Sono le parti oscure della nostra personalità, che abbiamo tutti e che rendono la vita un po’ più complicata ma anche più vera. Nel brano parlo di cose complicate che hanno dentro di sé anche qualcosa di drammatico, ma lo faccio con semplicità per renderle umane. E la semplicità può aiutare la tolleranza.

È naturale che un artista inserisca la propria visione del mondo in ciò che scrive, ma non sempre parla anche di se stesso come tu hai fatto in No Place In Heaven. Come è nata una canzone come Good Guys? Come un inno da chiesa, quasi come un brano religioso: è particolare perché non c’è mai l’esplosione, non c’è mai la grande nota dimostrativa, e c’è anche un ritornello collettivo. Per me è una canzone importante perché spiega la mia attitudine sulle tematiche di sessualità e identità. E poi perché non è una canzone semplice, nella quale mi do la possibilità e la libertà di criticare la politica sessuale. E quando dico “where have all the gays gone?”, non voglio dire che sono scomparsi: so che ce ne sono tanti, ma a volte la luce su queste persone è distorta. È molto più facile parlare di un cliché, di una cosa trash, che di persone brave, di eroi che non sono popolari. È una delle prime canzoni che ho scritto per l’album e mi sono chiesto nella vita reale e nella cultura pop di oggi dove siano personaggi di quel livello. Quegli eroi romantici e misteriosi dove sono? Penso non ce ne siano più tanti come prima. Trovo affascinante che certe persone l’abbiano presa male e altre molto bene.

Credo sia bello per un artista riuscire a provocare una reazione e un dibattito. Assolutamente, ma fa anche un po’ paura. È interessante notare risposte molto diverse da una generazione all’altra, perché chi è cresciuto negli anni Sessanta e Settanta ha prospettive molto diverse da chi si è formato nei decenni successivi.

Ci sono richiami alla religione in molte canzoni (penso per esempio a Promiseland). A prescindere dal tuo rapporto con la fede, che idea hai della spiritualità? L’album parla di due cose: l’identità, come sempre, e poi la fede, la religione. E anche il titolo, No Place In Heaven, è una sorta di denuncia, ma una denuncia tenera. Avevo già iniziato a farlo nell’album precedente, Origin Of Love, dove attacco tutti gli stereotipi e l’intolleranza politica della religione. E ricordati che io da bambino ho iniziato a lavorare nella musica proprio in chiesa: ero pagato per cantare nelle chiese. Sono stato formato da queste tradizioni, che fanno parte della mia vita, come della tua e di tutti coloro che sono cresciuti in Europa. Così in quella canzone ho avuto l’occasione di tirare fuori tutte queste accuse. Ma la mia è una dichiarazione d’amore, che arriva alla fine, come nel film The Mission: ringrazio Dio per avermi trovato. La fede per me è molto importante: quando mi confronto con una situazione difficile dico una preghiera e quando mi sento perso vado in chiesa.

Volere e dovere, essere e apparire. Sono sentimenti che ogni tanto proviamo tutti, ma un uomo di spettacolo, che lavora con la propria immagine, li affronta tutti i giorni. È più un limite’ o uno stimolo? Quando ero più giovane pensavo a come sarei potuto scappare, come se fossi stato in prigione. E il mio modo per farlo era creare un altro mondo, un universo parallelo dove potessi andare per evitare i problemi. Vivere nello show business mi ha dato la possibilità di liberarmi e penso che sia un enorme privilegio. Oggi tutti vogliono essere famosi, fare cinema, diventare popstar. Ma in realtà queste persone vogliono solo crearsi il proprio “altro mondo”, dove trovare un po’ di protezione. È per questo che ognuno di noi cerca una persona da amare. Un’altra persona con la quale costruire questo mondo intimo. Purtroppo le mie storie sono molto meno romantiche e belle di tutte le altre, perché un altro mondo ce l’ho già e i miei amori vengono sempre in secondo piano. So che è una cosa bruttissima, ma è così.

Hai scritto Last Party pensando a Freddie Mercury. I Queen sono stati importanti quasi per chiunque sia nato tra gli anni Settanta e Ottanta, ma immagino che per un musicista possano esserlo ancora di più. Sono sempre stato molto affascinato da come siano riusciti a fare musica melodica e classica, ma anche molto efficace in senso pop-rock, senza però diventare troppo teatrali. Esteticamente non me ne frega proprio nulla, ma da un punto di vista musicale sono stati fondamentali, anche per l’utilizzo della voce e dei cori. E poi c’è anche un altro aspetto: Mercury era un immigrato persiano ma inglese, e anche gli altri erano inglesi, ciascuno con un diverso background sociale. E venivano dal mondo dell’arte di Londra. Insomma c’erano molte cose in comune con la mia vita. Quando lui ha scoperto di essere malato di Aids, e a quei tempi era davvero una condanna a morte, la reazione che ha avuto con le droghe è stata molto violenta. Ho voluto mettere in una canzone quel contrasto tra una tristezza assoluta e un senso di esaltazione. E facendo questo ho parlato anche dell’epidemia di Aids in America durante gli anni Ottanta.

A proposito di teatralità, possiamo aspettarci qualcosa di simile ai video dei singoli anche dal vivo nei palazzetti? Intendo uno spettacolo più di suggestioni che di impressioni del momento. È assolutamente ciò che voglio fare, un qualcosa di molto forte che rimanga nella memoria della gente. I punti di riferimento per me sono il teatro visuale e il circo visuale di tante compagnie e registi, come per esempio Peter Sellers (non l’attore, ndr) o Robert Wilson. Sarà uno show molto efficace, pop-rock, ma con una teatralità che può trasportare la gente. È molto importante che sia uno show in grado di esistere un giorno anche senza di me. So che è strano pensare a un concerto senza il protagonista, ma l’intenzione è quella.

Quanto è importante l’improvvisazione? È fondamentale avere bene in testa come cominciare e come finire uno show. Poi in mezzo bisogna sentirsi liberi. Ho un linguaggio di segni che mi consente di “parlare” con i miei musicisti, che mi seguono con gli occhi per sapere dove andare. E per questo credo che i miei fan vengano a più date di uno stesso tour: ogni volta è diverso. In ogni caso le canzoni più famose sono sempre assolutamente riconoscibili, non voglio deludere nessuno.

Sei nato in Libano, cresciuto in Inghilterra, ma per lavoro hai vissuto anche in Francia e Italia: si può dire che tu sia il perfetto esempio di integrazione in un’Europa ideale che però non esiste ancora. Non so perché Israele partecipi all’Eurofestival e il Libano no. Non va mica bene… A parte le battute, una cosa mi sembra importantissima: dopo quello che è successo con la Grecia, è chiaro che essere europeo non c’entra nulla con l’euro. Sono due cose diverse. Penso che l’euro sia stato un errore, perché è stato molto difficile per alcuni Paesi uscire dall’ombra di altri economicamente molto più forti. E ha fatto male anche all’idea di Europa unificata. Oggi abbiamo paura in Europa: abbiamo paura di perdere soldi, di perdere la stabilità economica dei nostri Paesi. E queste paure provocano l’intolleranza. E l’intolleranza sociale promuove la radicalizzazione e l’estremismo politico. E anche l’intolleranza verso i migranti. Un’Europa senza una porta aperta non è Europa. C’è bisogno di un messaggio di unificazione!

Non pensi in questo senso che il mondo reale sia più avanti di quello istituzionale? Esattamente come è successo negli Stati Uniti con la sentenza della Corte suprema sui matrimoni gay.  Se devo dirti la verità, penso che quella sentenza sia stata una furbata. Una mossa politica. In questo modo gli Stati Uniti, esattamente come quando hanno eletto Barack Obama presidente, hanno rinforzato il brand America. Ma è comunque un fatto positivo: la positività, l’ottimismo e l’uguaglianza possono promuovere il successo socio-politico, e anche socio-economico. E possono anche mandare un messaggio al resto del mondo. Adesso un politico francese o italiano che sta facendo interviste contro l’uguaglianza apparirà meno moderno e progressista del più grande Paese del mondo: sembrerà un contadino di 20 anni fa.

Hai molto frequentato Dario Fo negli ultimi anni. È un interesse puramente umanistico o c’è l’idea di collaborare? Tutte e due le cose. Avevo studiato Dario Fo in Inghilterra e anche fatto una rappresentazione di Morte accidentale di un anarchico. Sono sempre stato molto affascinato da lui e dalla sua arte, da come per esempio l’assurdo possa servire per raccontare cose molto serie. Poi abbiamo iniziato a scrivere insieme, ma anche il modo di scrivere è diventato molto “dariofoesco”. Così ora devo trovare il modo di dare corpo a queste conversazioni che, da parte sua, sono molto interessanti perché è un uomo che non ha paura di parlare veramente di tutto. E questo è di grande ispirazione perché la sua anima è un’anima giovane. Quasi infantile. È un enfant terrible, nel vero senso del termine. Non come i giovani ricchi che si drogano e poi finiscono sulle copertine. I veri enfant terrible sono persone dolci, tenere, che non fanno rumore o litigano con i paparazzi, ma fanno discutere con la penna, con la testa, con il cuore, con quello che dicono e scrivono.

L’arte è uno strumento per rendere il mondo migliore? Senza esempi belli come possiamo sperare di coltivarne di nuovi? Dobbiamo sempre ricordare che la cultura si coltiva. E questo è il mio lato gauchiste. Fiscalmente non sono troppo gauchiste (ride, ndr), ma nella cultura e società lo sono molto perché penso che dobbiamo coltivare. Quando guardo i teatri d’opera in Italia sono molto triste, anche alla Scala a Milano: non ci sono giovani. In Germania invece i teatri sono pieni di persone giovani, perché hanno capito che coltivazione e cultura sono parole che non possono essere separate. Se noi dimentichiamo questa cosa, perdiamo tutto. Perdiamo l’identità di un intero Paese. E non possiamo sperare di riunificare le persone.

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