Interviste

Mumford&Sons: «Per noi suonare in Italia è fondamentale»

mumford-and-sons suonare italia
di Umberto Scaramozzino
Foto di Francesco Prandoni

I Mumford & Sons hanno scelto di concludere il tour europeo in Italia, allo Street Music Art Festival di Milano, prima di tornare a casa, nella loro Londra, dove l’8 luglio, al British Summer Time di Hyde Park, hanno tenuto l’ultimo vero concerto nel Vecchio Continente prima della meritata pausa. Proprio in occasione dell’eccezionale show milanese abbiamo incontrato la band britannica per parlare del loro percorso creativo, dei loro sogni e, ovviamente, anche del nostro Paese.

La stampa ha descritto l’ultimo disco Wilder Mind come una svolta nella vostra carriera. Avete risposto più volte che voi la vedete più come un sentiero che state semplicemente percorrendo, ma dev’esserci stato un punto di partenza per questo cambiamento. Non credo che uno di voi un giorno sia entrato in studio e abbia detto: “scusate ragazzi, ho dimenticato il banjo, usiamo una chitarra elettrica”. Come è andata? Siamo stati influenzati da diversi stili musicali in questi anni. Ma non c’è mai stato un momento in cui ci siamo seduti e abbiamo parlato di questa ipotetica svolta. Non c’è stata alcuna conversazione in cui abbiamo detto “dobbiamo cambiare”. Abbiamo avuto l’opportunità un paio di anni fa di passare del tempo con Aaron Dessner dei The National, nel suo studio di registrazione, dove c’erano solo alcuni tipi di strumenti appesi al muro. Chitarre elettriche, bassi e drumkit. E abbiamo semplicemente iniziato a scrivere canzoni. Era un giorno caldo e soleggiato e abbiamo tirato fuori qualcosa come 5 o 6 brani che sono stati l’inizio di quello che è diventato Wilder Mind. Si è trattato più di circostanze che hanno portato a quello che oggi potete sentire. Ecco com’è andata, solo questo. Non sappiamo cosa accadrà in futuro per noi e per la nostra musica, ma vogliamo restare aperti ad ogni eventualità.

Pensate sia più corretto dire che siete usciti dalla vostra comfort zone e che ci siete entrati dentro solo adesso? Non saprei, è una domanda difficile. Perché effettivamente anche la scelta di fare ciò che si vuole, senza badare troppo a cosa si aspetta la gente, vuol dire puntare su qualcosa di “confortevole”. Però forse la nostra comfort zone, per come è genericamente intesa, è quella che abbiamo creato con i primi due album. E abbiamo cercato di uscirne, perché quando ti ci ritrovi dentro inizi a capire che è una condizione in cui le cose interessanti si esauriscono in fretta. Anche perché, rispetto alla vita in tour, la parte del nostro lavoro che riguarda la scrittura è molto più noiosa e meno eccitante, e se non cerchi di uscire dai tuoi schemi arrivi a non apprezzarla più abbastanza, a non trovarla stimolante, e come puoi immaginare non è quello che vogliamo.

Con Wilder Mind per la prima volta avete scritto tutti i brani prima di andare in tour. Ora che avete suonato queste canzoni in tutto il mondo, potete dire che ha funzionato? In futuro continuerete con questo approccio? Inizialmente questa cosa ci ha spaventati. Le prime volte che li abbiamo suonati dal vivo a Londra, Berlino, New York, Los Angeles, è stato strano, molto diverso. Amiamo molto scrivere canzoni on the road, è molto coinvolgente e probabilmente è il modo migliore per tirare fuori le idee. Ma d’altra parte il problema di scrivere canzoni durante il tour e di testarle dal vivo è che la gente poi si affeziona a quelle versioni, perciò in studio ci ritroviamo con le mani legate. Quando invece lavori interamente in studio, invece, le prime versioni possono poi evolvere enormemente. E questa libertà è qualcosa di estremamente positivo, permette di esplorare, crescere. Perciò è difficile per noi scegliere. Abbiamo provato entrambi i metodi e penso che in futuro cercheremo di stare nel mezzo, usarli entrambi.

Definireste i Mumford & Sons come una rock band? Cosa vuol dire essere una rock band oggi? È una questione difficile da dirimere in termini assoluti. Non ci siamo di sicuro mai definiti una folk band, anche se sappiamo che la gente ci etichetta così. Facciamo musica autobiografica e in questo siamo folk, perché parliamo di storie di tutti i giorni. Ma non siamo musicisti folk. Suoniamo duramente, con un’attitudine che la gente potrebbe definire rock, ma non suoniamo musica rock, non solo almeno. Di sicuro non siamo pop, perché non abbiamo mai fatto nulla per diventare popolari. Sarebbe più giusto definirci una band alternativa, per non sbagliare. Ma ormai viviamo in un momento storico in cui le categorie interessano sempre meno. Sai, non dobbiamo più cercare nei reparti dei negozi dischi. Possiamo ascoltare tutto, subito, senza che le categorie ci rassicurino sulla sensatezza di un acquisto.

Ho sentito che il vostro sogno è comporre l’intera colonna sonora per un film. State aspettando proposte o avete già fatto la prima mossa? Stiamo muovendo piccoli passi. Come band abbiamo già lavorato per il cinema, per esempio abbiamo scritto un pezzo per Brave, il film di animazione della Disney, ed è stato molto interessante. Ma la nostra è più che altro ambizione. Vorremmo fare qualcosa con l’orchestra, solo strumentale, qualcosa che sia davvero cinematografico. Abbiamo provato già a tirare fuori delle idee ma è un tipo di lavoro che richiede tanto tempo e condizioni che per ora è difficile che si verifichino. Rimane un nostro grande sogno che magari in futuro riusciremo a concretizzare. C’è tempo, non vogliamo programmare nulla, ora è il momento di girare il mondo con la nostra musica.

Magari vi ritroverete a scrivere una soundtrack uscendo da una prossima comfort zone. Che ne dite invece di scrivere musica per i videogame? I 65daysofstatic per esempio hanno appena scritto la colonna sonora per il gioco No Man’s Sky di prossima uscita. Ci avete mai pensato? Abbiamo notato che l’aspetto artistico nel settore dei videogame sta crescendo con una rapidità impressionante. Noi giochiamo molto sul tour bus, anche se principalmente games sportivi, magari un giorno troverete una nostra canzone in Fifa. Un altro titolo con cui ci siamo divertiti molto è Assassin’s Creed, già quello potrebbe essere più interessante. Ma anche alcuni vecchi giochi, come Legend Of Zelda (con cui molti di noi sono cresciuti) avevano musiche da sogno. Comporre lavori di questo tipo potrebbe essere molto stimolante ed è il momento giusto per le band per inserirsi in questo mondo. Ma non ancora quello giusto per noi, meglio continuare a concentrarsi sugli album.

Parliamo di Johannesburg, il vostro nuovo EP nato durante il tour in Africa e che vede molte collaborazioni. Cosa rappresenta? Significa molto per noi. Potremmo dire che è stato una sorta di ringiovanimento, qualcosa di salutare per la nostra creatività, un lavoro di pura ispirazione.
Queste collaborazioni sono nate direttamente dalle persone, dalle connessioni che abbiamo creato con loro. Era partito tutto come un tour e sapevamo che sarebbe stato un viaggio estremamente emozionante, ma poi ci siamo ritrovati in studio di registrazione, a Johannesburg, con le persone con le quali eravamo in viaggio, come i The Very Best, e con tutte le altre che abbiamo incontrato durante questa esperienza. A quel punto abbiamo solo lasciato che tutto accadesse. Questo EP è arrivato dal nulla, rappresenta una sfida, una delle più stimolanti di tutta la nostra carriera.

Quindi vi dedicherete ancora a lavori di questo tipo? Magari in Italia? Non è il primo che facciamo, dato che anche l’esperienza in India ci aveva portato a qualcosa di simile, e di sicuro non sarà l’ultimo. Quindi perché no? Amiamo l’Italia, abbiamo qualche buon contatto qui. Sarebbe un’ottima scusa per restare di più! Anche se dobbiamo confessartelo: quando veniamo qui la voglia di lavorare sparisce e si impossessa di noi quella di far vacanza. Veniamo sempre qui, l’hai notato? Torniamo ogni volta che possiamo. Tra l’altro, pensi che l’idea di chiudere il tour proprio da voi sia stata casuale? Non scegliamo a priori che tipo di musica scrivere nei dischi, ma di venire spesso in Italia sì, lo decidiamo sempre. Da questa comfort zone non vogliamo uscire.

Commenti

Commenti

Condivisioni