Interviste

I Muse tornano per suonare un album fuori dal tempo

Muse

L’uscita di un album dei Muse non è mai stato e non è un fatto banale. Perché la qualità degli inglesi è stata fin dagli esordi eccellente e il loro sound nel tempo si è evoluto senza adattarsi passivamente alle mode del momento, perché le scelte sono sempre state coraggiose e spesso talmente in controtendenza da risultare all’avanguardia. Come i grandi gruppi a cui sono spesso stati accostati, i Muse hanno il raro pregio di produrre musica e album senza tempo. In occasione dell’uscita di Drones, abbiamo parlato di tutto questo con Chris Wolstenholme. Tratto da Onstage n. 78 di luglio/agosto 2015

Nei primi anni ’90 Chris Anthony Wolstenholme suonava la batteria in una band di Teignmouth. Nel frattempo gli esigenti Matthew Bellamy e Dominic Howard (che invece avevano un altro gruppo) avevano quasi perso le speranze di reclutare un bassista all’altezza dello loro aspettative. Dopo due anni di audizioni fallimentari, chiamarono Chris e lo convinsero a cambiare strumento. Mai scelta fu più azzeccata: nacquero i Rocket Baby Dolls, che di lì a poco si sarebbero trasformati in una delle band più importanti del pianeta: i Muse.

Oggi Chris ha 36 anni e 6 figli, e ci racconta la genesi dell’ultimo album composto con Matt e Dominic – Drones è il settimo lavoro in studio della band inglese. Un’intervista fiume tra citazioni letterarie e musicali eccellenti, il valore degli album nell’era dei singoli file da cliccare e condividere, la voglia di tornare ad essere un trio rock e l’assurda impossibilità di apparire cool agli occhi dei propri bimbi. Una chiacchierata che disegna inequivocabilmente il profilo dei Muse: una band perfettamente calata nell’epoca attuale ma che non smette di trarre ispirazione dal meglio di ciò che il passato ci ha proposto.

La pagina di Wikipedia a voi dedicata riporta un elenco dei libri che hanno influenzato i vostri testi. Avete letto qualcosa di nuovo che ha ispirato Drones?
Non parlerei di libri in questo caso, perché credo che i media siano una fonte di ispirazione più che sufficiente: è difficile sfogliare un giornale senza domandarsi quanto sappiamo veramente di quello che succede intorno a noi. Piuttosto che affrontare nuovi argomenti ci siamo concentrati su discorsi già affrontati in passato, come il pensiero di Orwell esplicitato in The Resistance e le teorie cospiratorie espresse con Black Holes and Revelations. A mio parere questi temi si sono incontrati in Drones e hanno finalmente raggiunto una conclusione. Credo la band sia maturata: abbiamo raccolto la sfida di radunare le nostre idee in un’unica opera scrivendo una storia, dall’inizio alla fine. È un’idea di concept album che appartiene ad altri tempi, ormai non lo fa più nessuno.

Per quanto mi sia sforzato di trovarlo, non credo ci sia un lieto fine in questa storia.
In parte sono d’accordo con te. Però la valutazione è strettamente personale: a ben vedere il finale è aperto a interpretazioni diverse. Me ne accorgo quando ascolto il pezzo conclusivo: è un brano corale, qualcosa di simile a ciò che facevano i Beach Boys – una musica che adoro. Ogni volta che lo sento non riesco a capire se sia incredibilmente felice o incredibilmente triste: dipende dal mio stato d’animo in quel preciso istante. E’ un finale perfetto perché lascia aperte entrambe le opzioni: la vittoria e la sconfitta. Sono certo che se facessi la stessa domanda a Matthew o a Dominic ti darebbero una risposta diversa dalla mia, ed è proprio quello che volevamo.

Si dice che tu sia l’elemento che porta il “rock” nei Muse. Che contributo hai dato a Drones?
A lavoro finito è molto difficile scorporare le intuizioni di un singolo componente della band. Quando Matthew ci porta le bozze si attivano automaticamente diversi processi: piccole idee influenzano altre idee, innescando un effetto domino. Il risultato è che le canzoni sono di tutti, e diventa impossibile identificare i singoli apporti. Mi ricordo di avere suggerito il riff di Psycho nei versi… Ho rimosso il modo esatto in cui sono intervenuto, ma so che dopo il mio consiglio il pezzo è cambiato. La verità è che siamo tre persone che suonano insieme e restano sempre disponibili a valutare i pareri degli altri: è una condizione necessaria per fare crescere le canzoni in modo naturale.

Come giustifichi la scelta di Robert “Mutt” Lange in fase di produzione?
Penso che si giustifichi da sola! Ha un modo di incidere semplicemente fenomenale: produce dagli anni 70, e ha avuto a che fare con stili diversi riuscendo sempre a tirare fuori il meglio dagli artisti con cui ha lavorato. Drones è un disco che spazia: ad esempio Reapers è classic rock, mentre The Handler è un brano molto più alternativo. A noi serviva qualcuno in grado di plasmare il suono di pezzi potenzialmente differenti in modo tale da creare una coesione globale. Quando penso a Lange mi viene subito in mente Back In Black, che a mio parere è il suo capolavoro. Quell’album comunica la sensazione di una rock band in uno specifico periodo storico che suona in un modo specifico: sembra quasi che gli AC/DC siano di fronte a te in una stanza. E noi avevamo bisogno proprio di questo. Ultimamente era capitato di fare intervenire singoli producer per singoli brani (pensa a Nero con Follow Me), mentre per questo lavoro ci sembrava logico trovare una coerenza totale. Nella nostra testa l’ascoltatore avrebbe dovuto provare la sensazione di assistere a uno spettacolo teatrale. Ce l’abbiamo fatta per merito di Robert! Non credo che esista un nostro disco che dia questo tipo di percezione, forse solo The Resistance ci si avvicina. Qui siamo noi tre: le nostre personalità vengono davvero fuori.

Vi siete pentiti di avere composto un pezzo con influenze dubstep come Follow Me?
Assolutamente no: quel brano è magnifico. Non ci siamo mai trovati nella condizione di rinnegare un nostro pezzo. Se lo abbiamo composto è perché credevamo che in quel momento fosse la cosa giusta da fare. Ogni volta che ci chiudiamo in studio vogliamo progredire: se non succede, in musica equivale a un fallimento. Poi può succedere che qualche anno dopo riascolti un tuo pezzo e non ti piace più: fa parte del gioco. Ma fortunatamente a noi non è ancora capitato. Prendi Showbiz, per esempio: mi sono rifiutato di ascoltarlo per dieci anni, avevo paura che non ci rappresentasse più dopo tutto questo tempo. Eravamo inesperti e ci siamo affidati al produttore per molte scelte, perché non avevamo ancora trovato noi stessi. Recentemente ho avuto il coraggio di ascoltarlo. E sai che ti dico? E’ un ottimo disco! Non suona come suoniamo oggi, ma riflette quello che eravamo ai tempi. E non eravamo affatto male.

Parlando di Showbiz, disco che appartiene a un altro millennio, mi dici quali sono i pezzi che sono sopravvissuti? Magari quelli che suonate ancora dal vivo?
L’unico brano che ricorre costantemente nei nostri live è Sunburn. Recentemente abbiamo rispolverato Muscle Museum, ma non la suonavamo live da 8 anni. A mio parere la title-track è il picco di Showbiz, e credo che si avvicini molto al nostro sound attuale. Ma probabilmente Matthew non la pensa come me: io e Dominic abbiamo tentato di persuaderlo a metterla in scaletta nell’ultimo tour, ma non c’è stato verso. Poi quando esce un nuovo disco si aggiungono talmente tanti pezzi che tirare fuori un brano dal primo album diventa ancora più complicato.

In teoria avrebbe avuto senso, dato che quando avete dichiarato che con Drones sareste tornati alle vostre radici molti si aspettavano uno Showbiz 2.0…
Posso capirlo, però noi lo abbiamo inteso in un altro senso: volevamo tornare ad essere noi tre. Ci siamo evoluti troppo per tornare al 1999; il nostro obiettivo era riproporci allo stato brado, evitando le sperimentazioni che avevano inevitabilmente annacquato la nostra essenza. Ecco perché in termini di strumentazione Drones suona come Origin Of Symmetry e Absolution, e in parte come Black Holes and Revelations. Nel corso di una carriera è normale che ti venga voglia di oltrepassare i tuoi limiti, e che quindi nasca un pezzo come Madness che si discosta dalla tipica scrittura di una band di tre elementi. Ma è anche umano provare un minimo di nostalgia di quello che sei stato e che fondamentalmente continui ad essere.

Drones è un concept album in un mondo che vuole solo singoli.
Sarebbe fantastico se il pubblico lo ascoltasse per intero, ma mi rendo conto che sia difficile. Il modo in cui la gente si ciba di musica è cambiato radicalmente. I singoli ci sono sempre stati, ma avevano la funzione di attrarre l’ascoltatore per approfondire il discorso con l’album. Mi basta osservare i miei figli quando usano Spotify: tutto quello che fanno è cliccare sulle playlist. Non ho nulla in contrario: vent’anni fa registravo le mie selezioni su cassette, che usavo per corteggiare le ragazze. Ma credo di potere affermare con una certa sicurezza che inviare una playlist via mail non possegga lo stesso impatto emotivo. é il bello e il brutto della tecnologia: ti offre delle opportunità, ma ti toglie altro. Oggi puoi ascoltare quello che vuoi quando vuoi: ma il risultato è che ci si perde in un oceano di musica, e si fa fatica a trovare quello che si cerca. Il vero appassionato riesce comunque a non perdere la bussola, ma chi invece vuole solo ascoltare qualcosa ricorre alle playlist. Non ho mai sentito uno dei miei figli pronunciare parole tipo: “Hey, questo è davvero un bell’album!”. Non sanno nemmeno che cosa sia un album. In passato prima che un disco uscisse c’era grande fermento: da grande fan dei Nirvana, ricordo che quando ho saputo dell’uscita di In Utero ho messo via i soldi per comprarlo. Il 21 settembre 1993 ho puntato la sveglia, sono andato al negozio, ho comprato la cassetta e sono corso a casa per ascoltarlo. Ed è rimasto nel mio stereo ininterrottamente per due settimane. Erano un evento sociale: guarda caso proprio attraverso queste esperienze ho conosciuto i ragazzi coi quali tutt’ora condivido un’amicizia e la mia vita professionale. Il discorso oggi è diverso: l’attenzione si è spostata quasi completamente sui singoli, che vengono condivisi attraverso dispositivi elettronici e senza grande attenzione con una massa di amici e conoscenti. Mi pare che sia tutto un po’ più freddo: spero di sbagliarmi.

A proposito delle nuove leve, chi meglio del padre di 6 bambini può svelarci le preferenze musicali delle generazioni che verrano?
Gli ultimi tre sono ancora troppo piccoli, quindi non fanno testo. Ma ti posso dire che Ava-Jo ha 14 anni, suona il piano e la chitarra e ha una voce fantastica, ma ha ancora l’inclinazione da teenager che la spinge ad ascoltare musica pop tipo Rihanna. Alfie ha 16 anni, però ha scelto lo sport e non ha nemmeno uno stereo in camera (non capisco come faccia a vivere senza musica, ma ovviamente rispetto la sua scelta). Frankie ha 11 anni ed è un batterista: l’ho traviato mostrandogli un live dei Nirvana su YouTube, ed è stato fantastico sentire un bimbo così piccolo entusiasmarsi nel vedere Kurt, Chris e Dave spaccare gli strumenti a fine concerto. Ha pronunciato queste testuali parole: «Questo è fottutamente fantastico!».

E i Muse non se li filano?
Qualcosa ascoltano… stanno cominciando a prendere coscienza di quello che faccio nella vita. Però vanno completamente fuori di testa solo se capita che ci troviamo a condividere il palco con qualche popstar: quando abbiamo suonato ai Brit Music Awards e hanno scoperto che ci sarebbe stata anche Taylor Swift volevano venire a tutti i costi. L’amara verità è che neanche suonare nei Muse fa di te un padre fico!

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