Interviste

I Negrita tornano sul palco: «Combattiamo il poser che c’è in noi»

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A quasi quattro anni dall’uscita dell’ultimo e fortunatissimo album, i Negrita pubblicano 9, nono capitolo della loro discografia, e tornano sul palco (ad aprile) per un giro nei palazzetti italiani. Un nuovo progetto artistico che conferma la vecchia – e sana – attitudine dei toscani, costantemente impegnati a trovare un equilibrio tra l’amato istinto e la necessaria ragione. E stavolta sembrano proprio esserci riusciti. Foto di Roberto Panucci. (Tratta da Onstage Magazine #76, marzo/aprile 2015)

Non osate parlare ai Negrita di equilibrio, potrebbero arrabbiarsi. Eppure, con l’incredibile successo di pubblico dei tour che hanno seguito la pubblicazione di Dannato vivere, uno elettrico e uno (in due parti) acustico, Pau e compagni sono riusciti a trovare davvero quell’equilibrio tra apollineo e dionisiaco, Eros e Thanatos, Beatles e Rolling Stones che, anche attraverso l’estrema varietà della loro proposta musicale, erano sempre andati cercando. Pur senza aver perso un briciolo della loro attitudine stradaiola. I concerti alle porte sono tra i grandi eventi dell’anno e in 9 tutte le anime musicali dei Negrita convivono alla perfezione, in una sorta di caos totalmente razionale.

La varietà della vostra proposta è sempre sbalorditiva. Da che viaggio nasce questa volta l’ispirazione?
Drigo: È vero, tra un pezzo e l’altro c’è una differenza abissale, come d’altronde succede in tutti i nostri album: è noto che ci piaccia esplorare. I nostri dischi nascono sempre da un viaggio, ma questa volta è stato metaforico. Un viaggio iniziato e conclusosi con la nostra partecipazione al musical Jesus Christ Superstar, che è coincisa con la genesi del nuovo album. Un’esperienza che ci ha fatto crescere anche come musicisti: Pau perché doveva fare l’attore cantando e noi perché ci siamo trovati a confrontarci con un capolavoro. Il fatto è che quando ce l’hanno proposto abbiamo accettato sull’onda dell’entusiasmo, ma poi abbiamo capito che non eravamo in grado di suonare una cosa così difficile: abbiamo scoperto che c’erano dei tempi che non conoscevamo e spartiti immensi. Inutili, perchè né io né Cesare sappiamo leggere la musica.

Un problema non trascurabile a pochi mesi dal debutto.
Drigo: Quasi un incubo, direi. Abbiamo imparato i pezzi direttamente dal disco, come facevamo al liceo, ma puoi capire la difficoltà di un’operazione del genere con un album del ‘71: spesso i suoni erano così impastati da non riuscire a distinguere la chitarra dagli altri strumenti. Inoltre, studiavamo su tre versioni dell’opera. Quella originale, quella del film con Ted Neeley, con noi sul palco di Roma, e quella teatrale del ‘96, la prima a essere trasposta su pentagramma: prima nessuno ci si era mai messo, visto che ai tempi delle registrazioni erano tutti strafatti e la musica nasceva al momento.

Quando avete capito che potevate farcela?
Drigo: Per quanto mi riguarda, ma credo un po’ per tutti, quando Ted Neeley durante la prova generale ha urlato «facciamolo di nuovo»: ha dato a tutti la carica giusta!
Cesare: In realtà era uno stato d’animo che non riuscivamo mai ad assaporare appieno: essere sempre impegnati a cercare il modo per strappare un applauso, il dover rifare ogni volta gli stessi esercizi come in palestra ci svuotava sia dal punto di vista fisico che da quello emotivo, perché tutte le sere vedevamo crocifiggere Cristo, ad esempio. Musicalmente, poi, ci siamo trovati a dover descrivere i sentimenti di Giuda o Pilato e un attimo dopo quelli della Maddalena. Questo sei giorni su sette, lavorando al nostro disco la mattina successiva.

Quindi, a livello di songwriting, 9 non può che aver subito l’influenza di un’esperienza così intensa.
Pau: Assolutamente sì e il primo pezzo a esserne influenzato palesemente è stato quello nel quale è presente proprio lo stesso Neeley, Ritmo umano. È il brano più spirituale dell’album ed è nato cercando proprio di sfruttare l’esperienza del musical, che ci ha spinti a scrivere qualcosa di diverso dai classici tempi 2/4, 4/4 o 6/8 con i quali abbiamo sempre composto la nostra musica. Quando ormai avevamo quasi concluso la registrazione e mi restava soltanto da affrontare la straziante coda del brano, ho pensato che l’uomo migliore per raggiungere l’apice della spiritualità fosse Ted, proprio come succedeva tutte le sere a teatro. L’incontro con lui è di quelli che ti cambiano la vita: ha sempre una parola buona per tutti, la parola giusta in qualche modo. Abbiamo assistito a scene allucinanti alla fine delle serate, con donne incinte che si facevano toccare la pancia o gente che gli baciava i piedi. La gente è folle, ma lui è così calato nella parte da non far sentire nessuno fuori luogo.

Gesù vi ha fatto trovare anche un nuovo bassista.
Cesare: Esattamente. Frankie ci ha lasciato nel 2012 e per due anni siamo stati alla ricerca di qualcuno che potesse prenderne il posto. Dopo il tour ci siamo messi finalmente a fare delle audizioni, proprio mentre eravamo impegnati col musical. La provvidenza ha così voluto che nel cast fosse presente Giacomo Rossetti, con il quale per mesi abbiamo suonato solo pezzi scritti da altri. La cosa, tuttavia, è tornata utilissima quando ci siamo messi a comporre i nuovi brani, perché la nostra idea era quella di un disco “alla vecchia”, per così dire. Molto suonato, scritto e arrangiato dalla band e ricco di improvvisazioni: cosa che puoi fare solo quando un nuovo membro ha suonato con te per un certo lasso di tempo.
Pau: Tutte le improvvisazioni che si sentono sull’album, le code lunghissime, le parti strumentali senza nemmeno una parola sono state possibili solo grazie all’alchimia che si è formata suonando tutte le sere insieme e sono quindi figlie anch’esse del mood e del sound di quell’opera, un vento diverso che ci ha spinto ad un’altra velocità: un viaggio a vela, per così dire. Per quello crediamo che la storia che sta dietro a 9 sia proprio bella da raccontare. Poi è ovvio che abbiamo spaziato anche in altre direzioni, come è giusto che sia.

Una volta composti i brani, è stato il momento di un viaggio non solo metaforico, In Irlanda.
Pau: Dai viaggi abbiamo sempre tratto ispirazione e consolidamento interno, perché ti portano lontano da tutte le cose della vita e ti permettono di concentrarti solo sulle tue sensazioni. Viaggiare in luoghi a noi sconosciuti ci consente di trovare influenze e idee inedite, compattando allo stesso tempo la band: essendo solo con i tuoi amici, hai modo di assimilare alla stessa maniera il percorso che stai facendo insieme a loro. Dopo un viaggio statico di quaranta giorni al Sistina, abbiamo quindi deciso di andare in Irlanda. In pochissime settimane dovevamo mettere giù l’ossatura dell’album, quindi avevamo bisogno di un luogo ignoto ma che fosse anche residenziale, in modo da non perdere mai la concentrazione. Funzioniamo davvero solo in contesti di questo tipo: anni fa registrammo a Milano e ci rendemmo conto che il tratto urbano che separava la sala prove dall’albergo ci destabilizzava completamente.

Ascoltando le canzoni, la sensazione è che siano state registrate in presa diretta.
Pau: Erano già pronte in Italia, poi in Irlanda, tutti insieme nella sala di ripresa, abbiamo inciso le basi: in alcuni casi abbiamo tenuto solo le batterie, ma quello che senti su disco è quasi sempre ciò che è avvenuto in quei quattro minuti. Poi ci sono dei brani che hanno avuto un trattamento più razionale, come per esempio quelli destinati al circuito radiofonico: un musicista moderno deve tenere in considerazione anche questo aspetto, ne va della tua sopravvivenza. Un conto è essere te stesso e creare la miglior musica che possiedi dentro l’anima, un altro discorso è sapere che la devi anche piazzare.

Insomma, ogni tanto bisogna pensare anche al Poser del quale cantate in 9 e che viene a cantare i singoli in concerto.
Pau: No, ogni tanto dobbiamo pensare al poser che c’è in noi in realtà (ride, ndr)!
Drigo: Semplicemente ci siamo resi conto che quando per un disco riesci a creare tre hit, poi puoi davvero fare quello che ti pare in termini di esperimenti e libertà creativa e credo che al giorno d’oggi questa sia una cosa eccezionale in Italia.
Pau: È una libertà conquistata col sudore. Forse nel nostro Paese non è mai stato così, ma anche fuori dall’Italia cose come queste si potevano fare negli anni Settanta e Ottanta, quando più una cosa era strana e lisergica più veniva accolta senza pregiudizi o condizionamenti di sorta, e magari segnava la storia della musica. Oggi viviamo in un mondo di format, quindi cose come queste sono fuori dal tempo e non potrebbero essere realizzate da band agli esordi o senza una credibilità guadagnata sul campo.

Prima ancora di conoscere la Scaletta del nuovo album, le prevendite delle otto date del tour avevano già registrato cifre da primi della classe. Insomma, ormai siete dei big. Con che animo affrontate il palco?
Pau: Diciamo con il giusto mix di emozioni: un po’ te ne devi sbattere, visto che esistono problemi ben peggiori nella vita. Ma il fatto di avere del materiale nuovo e uno spettacolo completamente rinnovato fa sì che l’attenzione, la cura e di conseguenza anche le pressioni esistano, in particolare per la prima uscita. Non la prendiamo sottogamba, ma ci dormiamo, mettiamola così. Il segreto sta nel non far vincere uno stato d’animo sull’altro. Non scopriamo certo ora i palasport, visto che li frequentiamo da diverso tempo, ma effettivamente abbiamo avuto tutti la sensazione, tanto la band quanto il mondo esterno, che il tour di Dannato vivere sia stato qualcosa di diverso, un ulteriore passo in avanti della nostra carriera. Due Forum d’Assago non li avevamo mai fatti. In ogni caso l’ossatura dei nostri live è ben consolidata, i ragazzi che ci seguono sono sempre gli stessi, quindi l’astronave è conosciuta. Solo il tema è diverso: cercheremo di bilanciare vecchio e nuovo.

Sembra che abbiate trovato un equilibrio tra la parte più istintiva e quella più razionale della band…
Pau: Oddio, siamo ancora molto lontani dall’essere delle persone equilibrate, ma di sicuro ci sono cose che sappiamo curare nei dettagli e altre dove possiamo liberare la fantasia e l’animalità. Sono entrambi elementi che non possono mancare in uno spettacolo. Se in studio talvolta può vincere la parte più beatlesiana, quella che non si preoccupa di come suonerà un brano dal vivo, per il nuovo show abbiamo invece guardato a chi da sempre ci guida: gli Stones. L’idea principale dei nuovi live dal punto di vista scenico nasce proprio dal concerto dello scorso luglio al Circo Massimo, dove erano presenti Drigo e Cesare, ma preferiamo che i dettagli si svelino solo dal vivo. Per la scaletta, vale un po’ quello che ti dicevo per i pezzi in studio: bilanciare tutto e probabilmente divedere i brani in compartimenti stagni, per non limitarci a buttare là una manciata di pezzi casuali solo perché sono conosciutissimi dalla gente. Vogliamo dargli una forma precisa, creare un habitat nel quale poterci muovere liberamente.

Un percorso come il vostro oggi sembra irriproducibile.
Pau: Probabilmente ci fermeremmo al primo album. Siamo riusciti a nascere e a vivere nell’ultimo vero fermento creatosi in Italia a livello musicale prima della disfatta e dello smembramento in migliaia di sotto-gruppi incapaci di creare vere e proprie scuole. La nostra sostanzialmente è morta lì, purtroppo, e non è riuscita a figliare e a portare avanti un discorso che ai tempi ci sembrava più che avviato. Da nord a sud, ovunque andassi trovavi delle scuole: dai Ritmo Tribale agli Afterhours, dagli UZ ai Fleurs Du Mal, dagli Almamegretta ai 99 Posse. Prima di noi c’erano stati dei padri riconosciuti come i CCCP o i primi Litfiba, dopo nessuno ha sfruttato quel momento.
Drigo: La frattura grossa è avvenuta con la morte di Kurt Cobain: prima la rivoluzione grunge aveva unito tutta la nostra generazione e ci aveva convinto che il rock avrebbe guidato le classifiche e riportato quel vento di protesta che ne aveva sempre caratterizzato l’essenza più pura e, per qualcuno, ingenua. Ma quell’evento fu devastante.

Dopo più di vent’anni, vi siete chiesti quale sia il segreto della vostra longevità e della continua ascesa della quale siete protagonisti?
Pau: Siamo rimasti delle pecore nere, degli outsider, soprattutto per quanto riguarda i generi che affrontiamo. E siamo gli unici a essere rimasti molto legati a un certo tipo di rock che da noi non si fa più da tanti anni. A volte rischi di essere giudicato per quel tipo di cultura, ma è anche quella che ti permette di avere una trasversalità che alla fine paga. Inoltre, rimanere nelle nostre terre, in questo ambiente particolare che non vive le mode e le direttrici del momento, alla fine ci ha preservato. Come se, paradossalmente, la provincia ci abbia permesso di non ghettizzarci.

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