Interviste

Niccolò Fabi 2010

L’UOMO-ARTISTA

Niccolò Fabi è davvero Niccolò Fabi. Il musicista che conosciamo è la persona che non sappiamo di conoscere. Non c’è un alter ego artistico, nessun “personaggio”. Insomma quel Niccolò Fabi è lo stesso che l’anagrafe di Roma ha annotato tra i suoi registri quasi 42 anni fa. Nel bel mezzo del suo tour, ci abbiamo fatto una chiacchierata per scoprire ciò che, in realtà, già sapevamo.

di Silvia Pellizzon

Partiamo dal tour con cui stai presentando il tuo ultimo disco, Solo un uomo. In alcune tappe hai suonato con gli Gnu Quartet, un quartetto composto da flauto, violino, viola e violoncello. In che modo avete lavorato agli arrangiamenti dei brani? È stato tutto molto naturale. Le mie canzoni hanno una parte più intensa, sentimentale che ovviamente gli archi enfatizzano molto bene. In più loro hanno un modo di suonare molto ritmico, quindi riescono ad “accoppiarsi” anche con l’altra anima dei brani, quella più fisica. La canzone è un luogo molto affascinante, ma dopo un po’ sento il desiderio di allargare i suoi confini per andare anche in altri territori. Allo stesso però tempo deve avere una funzione di naturale intrattenimento: se si sperimenta troppo c’è il rischio che perda la sua meravigliosa cantabilità, quella facilità con cui ti entra dentro. Il mio tentativo è di portare avanti le due cose parallelamente: in un recente concerto, ad esempio, abbiamo mantenuto intatta la struttura dei brani, lasciando all’inizio o alla fine delle canzoni i momenti d’improvvisazione sonora, quel territorio libero, di sperimentazione, che per un musicista è fondamentale.

In alcune interviste sei stato definito un “musicista artigiano”, concetto che riporta in vita l’immagine dell’artista che crea musica nella sua “bottega”: ti ci riconosci? Assolutamente, e credo valga per molti musicisti. Certo, alcuni artisti preferiscono creare maggiore distanza tra loro e il pubblico. Io non ho mai pensato di risultare più affascinante con un atteggiamento del genere. Nelle mie chiavi espressive la comunicazione diretta, della persona e non del personaggio, è sicuramente un valore aggiunto. L’esporsi personalmente è una conseguenza della musica che faccio e toglie tutto lo spazio all’aspetto spettacolare e modaiolo della musica.

Parallelamente al tour, stai presentando nelle università il documentario Parole che fanno bene, realizzato in Uganda con l’ONG “Medici con l’Africa Cuamm”. Come viene accolto questo progetto? Approfittando della tournée, la mattina o il pomeriggio stesso del concerto, andiamo all’interno di una struttura universitaria, in special modo nelle facoltà di medicina, per proiettare il documentario. Lo scopo è raccontare la storia di questa ONG ma anche mostrare ai futuri medici una prospettiva professionale alternativa, quella del medico missionario. Sta andando bene, le persone che partecipano a questo tipo di incontri sono sempre ben predisposte all’approfondimento, si dimostrano curiose ed entusiaste. Ecco, spero gli sia rimasta dentro questa ipotesi di scelta. Quanto poi questo possa incidere su scala nazionale è sempre difficile; la maggior parte degli studenti non viene a questo tipo di incontri. A basarsi su questa minoranza saremmo una popolazione meravigliosamente solidale: ovviamente il resto della società non segue questo tipo di approccio, ma noi lo portiamo avanti, sempre con grandissima convinzione.

In quest’ottica, come giudichi la mobilitazione internazionale che sta coinvolgendo il mondo dello spettacolo per l’emergenza ad Haiti? Credi che per alcuni di questi artisti e personaggi ci sia solo un’occasione di esposizione mediatica dietro l’intento umanitario? ? inevitabile, ma bisogna distinguere, perché non siamo tutti uguali. Dietro alla categoria che denominiamo “artisti” ci sono uomini che hanno componenti di vanità e utilitarismo più o meno spiccate. Io posso solo parlare per me, che non ho questo tipo di problemi. Faccio semplicemente quello che credo sia giusto, con delle associazioni che preferisco conoscere bene, prima di collaborarci. Poi un po’ di vanità ce l’abbiamo tutti, vogliamo sentirci utili e ci piace che qualche volta venga riconosciuto. La frustrazione di chi non vede mai premiato il proprio sforzo, al contrario di chi non fa niente e va sulle prime pagine, è molto forte. Medici con l’Africa lavorano da 60 anni, senza mai aver fatto campagne promozionali: non li conosce nessuno e sono l’ONG più antica attiva in Africa sul sistema sanitario. In un’epoca in cui la comunicazione è più importante della realtà dei fatti, la frustrazione c’è. Certo, ora stanno cercando di adeguarsi alla società in cui viviamo, utilizzando i suoi linguaggi. Poi lo hanno chiesto a me e non ad un altro, stiamo facendo un giro capillare nelle Università e non andiamo a Domenica In.

Parole che fanno bene è anche il titolo di una tua canzone. Il verso “una parola lanciata nel mare/con un motivo ed un salvagente/che semplicemente fa il suo dovere/una parola che non affonda/che magari genera un?onda/che increspa il pattume e lava il letame” credo riassuma in modo molto poetico quella che sembra una motivazione molto forte alla base del tuo lavoro. Indubbiamente, soprattutto il passaggio “semplicemente fa il suo dovere”. Può essere una parola semplicissima o un pensiero articolato, non è con la forma che si fa la differenza. L’importante è che non sia una parola inutile, detta tanto per dire.

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