Interviste

Niccolò Fabi, «Una somma di piccole cose è il mio Nebraska»

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di Francesco Chini
Foto di Shirin Amini

Una somma di piccole cose è il nono album in studio di Niccolò Fabi. Il cantautore ci ha raccontato come trasformare nove canzoni registrate tra le mura silenziose di casa in un album… da viaggio.

RINNOVATO
La parola che Niccolò ha usato più spesso in quest’intervista è stata proprio “rinnovato”. Se la mette addosso tanto nel parlare dello spirito con cui è ripartito dopo la clamorosa festa con gli amici Max Gazzè e Daniele Silvestri, quanto nel momento in cui gli chiedo il rapporto con la chitarra in un disco come Una somma di piccole cose o quando, con la solita discrezione, parla del proprio impegno. L’aria rilassata del ragazzo che ha appena finito i compiti delle vacanze, e ottimo umore che si adombra  solo quando gli chiedo del referendum sulle trivellazioni («da elettore sono abituato alle sconfitte, ma il modo in cui si è raccontato questo referendum è stato l’ennesimo teatrino»), srotoliamo velocemente gli argomenti di cui parlare come una tovaglia per un pic-nic. Similitudine non casuale: nessuno degli otto predecessori di Una somma di piccole cose era stato così verde, lineare, semplice. Come un prato.

È IL MIO NEBRASKA
Inizia ringraziandomi sorpreso quando gli chiedo della cover di Le cose non si mettono bene degli Hellosocrate: «È una bella storia, tengo molto a raccontarla. Li conobbi in qualità di giudice per Musicultura, mi colpirono molto. La scomparsa del cantante Alessandro è una grave perdita, viene a mancare non solo un ragazzo di 28 anni ma anche un artista che avrebbe dato molto. Un omaggio spontaneo, che ovviamente mi sono permesso di tributare solo dopo esser stato rassicurato dalla band e dalla famiglia sul fatto che fosse gradito». Poi passiamo al biglietto da visita di questo disco, statunitense quanto italiano. L’ascolto ripetuto mi ha convinto della provvidenziale imbeccata di Marco Conidi, amico e collega di Fabi che su Facebook ha fatto un parallelismo tra questo album e quel che è stato Nebraska per Bruce Springsteen. Glielo dico. Ride («Vabbè, si sa che Marco è uno springsteeniano di ferro, dai»), ma poi ci pensa un attimo e concorda con noi: «È vero, l’analogia c’è. L’ho scritto, suonato e registrato nel silenzio di Campagnano di Roma. Non era proprio un isolamento, eppure c’è una componente forte di contatto con la natura». E scelte precise, anzitutto i suoni: «queste sono canzoni molto riflessive, eppure il contesto in cui le immagino è un viaggio. Forse anche per questo c’è così tanta chitarra acustica: è lo strumento del viaggio per eccellenza». E, poi, un’estrema e naturale essenzialità, quasi uno svuotamento cercato non da oggi, ma negli anni: «Verissimo. Forse è un po’ chiudere il cerchio iniziato con Solo un uomo e proseguito in Ecco. Credo dipenda dal fatto che oggi mi fido della mia voce molto più di prima. Sento le sue rughe come piccoli segni di solidità che me la fanno sentire finalmente così credibile da farla essere centrale. E poi di questo disco mi piace che sia un ritratto molto fedele di me che faccio musica a casa, in mezzo alle cose di tutti i giorni, quelle che amo».

QUESTIONE DI ETA’
Il paragone con Nebraska tiene anche nei testi. C’è un tono piuttosto rassegnato negli episodi che parlano di attualità o di ambiente, eppure «la vera delusione non è il tono con cui dici le cose, ma il fatto che tu smetta di dirle. È difficile combattere il disincanto che gli anni ti portano, ma finché c’è la voglia di farlo allora val la pena continuare». Ed è così anche per i momenti più intimi e personali? «Non nascondo le mie fragilità dalle canzoni, né le ostento. Anche qui ho imparato ad essere naturale: la mia età mi suggerisce sempre più di essere chi sono, e liberarmi dall’aspettativa di questo o quel tipo di linguaggio». Teme tanto la sua età, Niccolò Fabi? «Temerla no, però la vivo come “quasi pericolosa”: non hai più il senso di immortalità dei vent’anni né ancora il magnifico distacco dei settanta, dove ti rilassi e regali perle spontanee a chi hai intorno. C’è ovviamente anche un altro modo di vedere la cosa: il fisico ancora ti permette di essere attivo, ma l’esperienza ti fa assaporare con un altro gusto tutto quello che vivi. E ti fa desiderare sempre più fortemente di abbeverarti alle cose belle».

NUOVA TOURNÈE, NUOVA BAND
E a cosa si è abbeverato in questi mesi Niccolò Fabi? «Come sempre alla musica. Esco meno di un tempo, ma ora me la godo di più». È anche la storia di come ha scovato la nuova band: «Conoscevo e apprezzavo Bianco da tempo, ma ancora non l’avevo ascoltato dal vivo. L’occasione me l’ha offerta ‘Na Cosetta, uno di quei pochi locali romani dove ancora si crede genuinamente all’idea di dar spazio a chi propone la propria musica. Dopo il concerto, una birra insieme: è stato un attimo chiedergli di essere la mia nuova band». Un incontro folgorante. «Mi piace moltissimo il mix di consapevolezza ed inconsapevolezza che hanno, e che li rende le persone che sono. E poi me lo confermano anche le prove che stiamo facendo per il tour: ho trovato dei musicisti perfetti sia per queste canzoni che per il vecchio repertorio, che oramai ho sentito suonare tante di quelle volte che credevo non mi sarei più sorpreso. E invece sarà una bella tournée, piena di groove e di digressioni sognanti».

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