Interviste

Paolo Conte presenta il nuovo album Snob: «Amo essere moderno, non attuale»

paolo conte presenta snob amo essere moderno

Paolo Conte presenta il nuovo album Snob. Un lavoro che pesca nella musica classica, nell’elettronica e negli anni Venti. «Più che attuale, amo essere moderno», ci ha spiegato lui.

«Moderno e attuale sono termini molto diversi. Io appartengo al moderno. Continuo a cullarmi in esso, con la sua forza rivoluzionaria». Sono quarant’anni ormai – una carriera «piena di lavoro» – che Paolo Conte porta avanti la sua rivoluzione inattuale, fatta di originalità, pudore, sguardi in lontananza. E ironia, tono dominante in gran parte delle canzoni che compongono Snob, l’album con il quale torna al pubblico dopo quattro anni di silenzio. Dentro, dice lui, trovate «qualcosa di musica classica, poca elettronica, una sola canzone in stile anni Venti». E tanti ritmi lontani nello spazio e nel tempo, aggiungiamo noi. Per presentarlo, ha riunito i giornalisti tra le botti delle Cantine Braida, nei dintorni di Asti, non lontano dalla casa dove ritiene di fare l’orso meglio che in città. È un paesaggio naturalmente contiano, per quanto lontano vogliano andare le canzoni.

Si temeva un ritiro, ma per fortuna a 77 anni Conte considera ancora la composizione il momento più alto, «la musica mi dà sensazioni astratte che mi fanno star bene». A riaccendere la scintilla è bastata la voglia di scrivere, «di metterci un po’ di fantasia». Al resto provvede l’artigianato? Conte già in passato se ne dichiarava adepto: «Mi sarà scappato perché la parola arte mi faceva paura a pronunciarla… l’artigianato comunque è importantissimo, perché l’artista deve avere strumenti che lo seguono subito in ciò che vuol dire». Nessuna alterigia, nessuna posa. Il compositore con la faccia un po’ così è in realtà persona cordiale e sorridente, di grande gentilezza. Attenti a non prenderlo per lo Snob del titolo. «Ho sempre pensato che ci siano tre tipi di persone non ordinarie, che si somigliano in qualche modo: lo snob, l’intellettuale, il dandy. Io scelgo l’ultimo. Il dandy è più puro, capisce la bellezza in profondità. Lo snob è raffinato, ma resta superficiale». Però “snob” è una parola che capiscono bene all’estero, nei Paesi dove l’Avvocato gode di vasta e meritata fama. Ecco spiegata la scelta.

La canzone omonima fa riferimento a una storiella di provincia. E qui c’è un altro luogo comune da sminare: «Non ho mai voluto essere considerato il cantore della provincia», afferma Conte. «Mi va bene considerarmi cittadino del mondo. Ma posso cercare di trarre dalla provincia degli insegnamenti. La provincia stimola delle fantasie, perché è più leggibile, più sagomata nei paesaggi e nei personaggi». Più simile a una messa in scena. Andrebbe letto così anche l’esotismo di molti suoi pezzi (e in Snob, al solito, non mancano i paesaggi dell’Africa e del Sud America): «La mia è la voglia d’altrove, l’ailleurs, tipica dei novecentisti: narravano storie quotidiane, ma proiettate in un altro mondo, più colorato e teatrale. Mi sono servito di questa tecnica per pudore. E mi riesce difficile non servirmene ancora».

Preferisce guardare indietro, l’Avvocato di Asti. Il presente non gli piace granché. «Tutto è peggiorato. E la produzione artistica è specchio di quello che c’è intorno. Non sono ottimista per il futuro, al momento». Nella musica sono svaniti dei pilastri, come l’armonia, «e ciò fa crollare le melodie. C’è un bel ritmo, ma è fine a se stesso. Non sento più fascino, se non forse in qualcosa di più sintetico». Per l’arte (e non solo) di domani, Paolo Conte aspetta una personalità così forte da spazzar via ogni manierismo. Intanto rimpiange i cantautori storici. «Erano persone molto colte. Oggi c’è debolezza letteraria. Sento gente che riesce a scrivere improvvisandosi un mestiere».

L’ondata cantautorale investì anche lui, chansonnier fuori dalle mode, a disagio nelle categorizzazioni degli anni Settanta. «I cantautori erano legati all’università, a istanze politiche e sociali. Io venivo dalla musica di consumo. Ma eravamo amici e loro mi offrivano anche una buona parte dell’entusiasmo del loro pubblico». Era l’epoca dell’essere alternativi, «e io, con la mia maniera brutale di comporre e cantare, lo ero comunque!».

Lo è tuttora. Lo sa bene chi lo ascolta, lo capirà meglio chi lo seguirà in concerto. Sperando in un entusiasmo simile a quello di tanti anni fa, il tutto esaurito delle prime tre serate al Théâtre de la Ville di Parigi. La prima uscita all’estero, ricordo indelebile per Conte, il massimo dell’emozione. «Presi il taxi per il teatro e il tassista mi riconobbe! Fuori, una signora polacca cercava biglietti: divenne subito la presidente del Paolo Conte fan club. È regolarmente registrato a Parigi, sapete». Anche i nuovi spettacoli torneranno al passato. «Recupererò tante canzoni molto vecchie», annuncia. «Farle rivivere mi sembra un bel gesto». Le nuove saranno pochissime: «Il pubblico le deve far decantare, per poi riassaporarle». In più, spiega, nelle incisioni hanno usufruito di molti strumenti. Andrebbero forse reinventate, e non sarebbe una sorpresa per un’artista che ha più volte riarrangiato i suoi classici.

Con Snob sembra quasi naturale: molti pezzi hanno l’aspetto di sketches, appunti che inseguono un’atmosfera, pronti da rielaborare. Del resto, Conte non è mai davvero soddisfatto del lavoro finito: «L’imprimatur è un momento difficile da sopportare. Ai suma nen», non ci siamo, scherza prendendo spunto dal nome dialettale di uno dei vini delle Cantine Braida, l’Ai Suma appunto (“ci siamo” in piemontese).

Ma avrebbe voglia di realizzare qualcosa con altri, ad esempio un pianista come Stefano Bollani, peraltro specializzato in una sua imitazione? «Lo trovo molto bravo, anche per lo spirito che ci mette. Ma io non sono capace di collaborare con nessuno. Sono un solitario di carattere, mi piace sbagliare da solo». E neanche ha voglia di fare vita sociale: gli piace vivere nel piccolo, in campagna, giocare ogni tanto a tennis («malissimo»), passare le serate tra il canale 138 di Sky, dedicato alla musica classica (ma ha visto anche qualche scampolo di reality), e la Settimana Enigmistica, soprattutto per i rebus e la crittografia. Neanche la tecnologia lo appassiona: conversando finge di confondere iTunes con Tunisi, «e chissà che il disco non arrivi fin lì, mezzo nascosto in qualche mercatino di strada» (iTunes e il mercatino arabo, un equivoco che è puro Conte).

Album e tour non cambieranno i suoi ritmi. In attesa che arrivi l’estate, e mettendo un tavolo in giardino magari potrà ricominciare a disegnare e dipingere: «Si tratta di prendere di nuovo la matita in mano… l’appetito vien mangiando, e se ti esce il tratto giusto è fatta…». Un po’ come con il pentagramma.

Francesco Riccardi

Commenti

Commenti

Condivisioni