Interviste

Paolo Nutini è un vero italiano per almeno due buone ragioni

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Paolo Nutini torna in Italia per quattro concerti a luglio. È stata l’occasione per scambiare due parole con lui per capire chi sia questo ragazzo che sembra molto più maturo della sua età. E anche se è scozzese, sembra che le sue origini italiane siano ben impresse nel suo carattere, se è vero, come ci ha detto, che le donne e il sesso continuano a rimanere la sua più grande fonte di ispirazione. Tratto da Onstage Magazine n. 78 di luglio-agosto 2015

Ci sono artisti più interessanti di altri. È inutile negarlo, e non è un fatto soggettivo. Perché è vero che dietro a ogni artista c’è una storia da raccontare, ma dietro ad alcuni c’è una storia più interessante. Paolo Nutini è uno di questi. Un ragazzo scozzese, di origini italiane, che a soli 19 anni raggiunge un incredibile successo con il suo primo album. E che dopo dieci anni continua a crescere, senza essere stato schiacciato da una popolarità che ha bruciato tanti prima di lui. Un’ispirazione che deriva prepotentemente dagli anni Sessanta senza però esserne legato al punto da non riuscire a costruirsi un’identità solida. E un’immagine che, sarebbe ipocrita non sottolinearlo, fa sognare ogni donna (e probabilmente non solo) dai 6 agli 80 anni. Senza però che qualcuno abbia mai pensato che il suo successo sia legato solo a quello: Paolo prima di tutto è un cantautore, uno che scrive la musica e i testi che canta. Con una voce che ammalia senza possibilità di scampo. Per un motivo semplice: lo fa col cuore (come ha dimostrato anche in occasione del live di Trieste). E, abbiamo scoperto, la stessa generosità la dimostra quando parla, e anche tanto, perché è un gran chiacchierone. Insomma, un vero italiano.

La prima volta che ho ascoltato Caustic Love ho pensato «è incredibile sia stato scritto da un ragazzo di 27 anni», poi però ho realizzato che quando è uscito Blonde on Blonde Bob Dylan aveva 25 anni: c’è troppo scetticismo nei confronti dei giovani oggi? O è solo un sentimento italiano?
Non saprei. Se pensi a un artista come Van Morrison, lui aveva 23 anni quando pubblicò Astral Weeks e ancora meno quando iniziò con i Them. Ci sono sempre stati artisti giovani che hanno dimostrato di essere più saggi e maturi di quanto la loro età suggerisse. E credo che lo stesso si possa dire di oggi. Penso che semplicemente ognuno abbia il suo percorso e in base a quello costruisca la sua personalità e l’età non è necessariamente un limite. Io posso essere più maturo di miei coetanei, ma sicuramente ci sono persone più giovani di me che a loro volta sono più mature di me. Ma non so dirti se sia una questione solo italiana.

Tu hai avuto successo giovanissimo, a 19 anni, ma a differenza di tanti tuoi colleghi anche più grandi sembri non essere stato travolto dalla popolarità. Cosa c’è di diverso in te?
Ciascuno di noi è differente e come siamo fatti dipende da tanti fattori. Naturalmente tanto è legato alla conoscenza. Non mi riferisco solo alla cultura e ai libri, ma alla conoscenza in senso lato: puoi imparare a fare tante cose semplicemente osservando. Puoi recepire informazioni riguardo a tante cose dal mondo che ti circonda. E il fatto di essere più grande non significa necessariamente che tu abbia più esperienza. Quando si parla di musica penso di essere molto fortunato se penso che sono già dieci anni che sto facendo il lavoro che amo. Facendo un paragone, si potrebbe dire che ho camminato tanto e cambiato tante paia di scarpe per esplorare diversi luoghi e diverse culture e sono tutte cose che poi rientrano nella mia musica. Ho sempre voluto fare musica, ma allo stesso tempo ho sempre cercato di non essere un prodotto. Io voglio fare il musicista, e se vuoi farlo devi calarti nel mondo: devi vivere nella realtà per essere un professionista.

Il tuo ultimo album Caustic Love è incredibilmente vario. Dove riesci a trovare ispirazione per comporre canzoni così diverse tra loro?
Sicuramente le donne e il sesso sono sempre stati una parte importante della mia ispirazione e della mia musica. Ma naturalmente non solo questo: più in generale quello che mi circonda e le persone che mi stanno intorno. Credo che più cresci, più realizzi quale sia il tuo ruolo nella società, anche guardandoti indietro per rivalutare e ripensare alle esperienze di quando eri più giovane, perché magari non eri abbastanza concentrato su certi sentimenti e sensazioni per comprenderli del tutto. E poi è importante non smettere mai di entrare in contatto con la gente: più parli con persone come te più trovi stimoli e io cerco sempre di comunicare tramite la mia musica. E poi ci sono tanti altri fattori che intervengono in maniera quasi naturale con il passare del tempo, perché la vita non è mai uguale: non so se tu lo sia già, ma io un giorno vorrei diventare padre e per farlo è fondamentale avere una personalità e un bagaglio di opinioni da trasmettere e lasciare in eredità ai tuoi figli.

Uno dei migliori pezzi dell’album, secondo me, è Iron Sky. Ce ne parli?
Per quanto riguarda nello specifico quella canzone, ci sono state molte cose che mi hanno ispirato: innanzitutto la situazione politica del mio Paese, la Scozia, ma anche molto il cinema. Soprattutto il cinema espressionista: ho guardato molti film tedeschi, e in particolare Fritz Lang e il suo Metropolis mi hanno davvero colpito molto, con l’idea di queste persone che vengono trasformate in macchine e automi. E da lì deriva questa idea della tecnologia che sta diventando sempre più invasiva nelle nostre vite. Ho visto anche molti show televisivi e serie tv di fantascienza. Penso ad Iron Sky quasi come a parte di un musical o un’opera rock, e nelle sue atmosfere ho cercato di richiamare i problemi della società di oggi, ho cercato di pormi domande. Ma non ho risposte né soluzioni da proporre: per fortuna c’è ancora questa differenza tra l’essere un musicista e un politico (ride, ndr).

Hai dichiarato che dopo il tour di Sunny Side Up hai avuto bisogno di staccare e spegnere il telefonino. Era per prendersi una pausa da quella tecnologia che anche nella musica sta diventando sempre più centrale?
Sin da quando ero piccolo andavo a Barga, in Toscana, la terra di origine di mio padre, per passare un po’ di vacanze. E finito lo scorso tour sono tornato lì, dopo essere stato anche in altri posti, come la Spagna o Milano. A Barga c’è una situazione diversa, particolare, dove non ho distrazioni e posso realmente rilassarmi: sono andato con l’idea di passarci un paio di settimane e alla fine credo di esserci stato quasi tre mesi. Ho spento il telefono e nessuno poteva chiamarmi. Non ho fatto altro che camminare tanto, andare in bicicletta, osservare quei bellissimi paesaggi. Per me tutto quel periodo è stato come riprendere contatto con me stesso, anche perché ho iniziato a fare un sacco di lavori manuali. Insomma ho potuto godermi del tempo per me, per riflettere, e dopo pochi mesi ero incredibilmente stupito nel rendermi conto di quanto mi mancassero alcune cose e alcune persone.

Sembra che il tuo rapporto con Lucca e la tua terra di origine sia molto saldo.
Assolutamente, pensa che uno dei miei primi concerti fu proprio ai Bagni di Lucca, un paesino a metà tra Lucca e Barga. Lì c’è un locale che si chiama il Ristorante del Sonno, che organizzava un piccolo festival, e io mi dovevo esibire prima di Gordon Haskell, autore di How Wonderful You Are e membro dei King Crimson. E se non mi ricordo male fu anche la prima volta in assoluto che mi pagarono per esibirmi. Poi tornai a Lucca nel 2010 per esibirmi in piazza Napoleone ed è una città bellissima e anche piazza Napoleone un posto unico per esibirsi. E fu bellissimo per me e la mia famiglia poter suonare lì.

A proposito di live, cosa significa per te stare sul palco?
Affronto ogni concerto con questo spirito: ogni persona che viene lo fa scegliendo te, spende i suoi soldi che ha guadagnato lavorando duramente per vedere te su quel palco, e così ogni volta è importante per me dare il massimo. Fare del mio meglio per regalare un sorriso e un momento di felicità. E poi sono molto orgoglioso a ogni nuovo concerto di poter suonare insieme ad altri musicisti, come in un festival, o con qualcuno in apertura, come nelle date di un tour. E a volte capita anche di avere la fortuna che l’opening act sia un grande artista come gli Alabama Shakes, che secondo me sono una delle migliori band attualmente in circolazione. È una di quelle cose che ti rende veramente felice di fare questo mestiere. Per quanto riguarda invece la scaletta, oltre alle nuove canzoni ci saranno anche le vecchie naturalmente, ma con nuovi arrangiamenti.

Ti prendi sempre parecchio tempo tra un album e l’altro: da These Streets a Sunny Side Up abbiamo dovuto aspettare tre anni e poi per Caustic Love altri cinque. Quanto ci farai attendere per il prossimo disco?
Chi può saperlo? Mi sento in un periodo di grande creatività, forse quello più prolifico che ho attraversato finora, e ho un sacco di idee che mi girano in testa. Ma ormai pubblicare un album è una cosa strana: potrei anche decidere, quando dovessi avere anche solo cinque canzoni pronte, di farle uscire semplicemente perché ho voglia che le persone possano ascoltarle. E poi magari dopo qualche mese pubblicarne altre cinque. Credo, tornando al discorso di prima sulla tecnologia, che il futuro della musica potrebbe essere questo: continuare a fare più concerti possibile e intanto pubblicare canzoni. Ciò non toglie che, qualunque cosa farò, sono sempre stato e resto un grande fan degli album fisici. Quindi boh… si vedrà.

@AlviseLosi

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