Interviste

Pat Metheny 2010

PAT IL RIVOLUZIONARIO

Ci sono musicisti che hanno la fortuna (e il merito) di potersi dedicare a progetti artistici senza subire alcuna pressione, consentendo alla musica di compiere dei progressi e spingere i propri confini un po’ più in là. Pat Metheny, probabilmente il più acclamato compositore e chitarrista dei nostri tempi, è uno di quei fortunati artisti. Lo abbiamo incontrato per farci spiegare il suo nuovo, rivoluzionario album.

di Francesca Vuotto

Pat, spiegaci in che cosa consiste esattamente il progetto Orchestrion. Negli anni Venti del Novecento gli orchestrion erano dei sistemi composti da più strumenti musicali che grazie ad un meccanismo erano in grado di suonare automaticamente insieme come se fossero un’orchestra. Ho voluto ricreare una versione moderna di questo marchingegno sfruttando le possibilità che ci offre la tecnologia, per cui il mio orchestrion di oggi comprende strumenti acustici ed elettrici controllati meccanicamente grazie a dei solenoidi e a principi di pneumatica. Così posso ricreare un ensemble musicale solo con una penna o una tastiera e inserirmi improvvisando con la chitarra elettrica.

Come è nata l’idea di realizzare questa impresa? Gli orchestrion hanno come antenato il cosiddetto pianoforte automatico, che è nato a cavallo tra Ottocento e Novecento. Era un pianoforte le cui corde erano suonate dai martelletti come nei pianoforti comuni, ma erano azionati neumaticamente, in modo che suonassero in automatico. Lo strumento era così in grado di riprodurre “da solo” i brani, le cui note erano incise su rulli di carta. I rulli di carta venivano preparati facendo suonare un interprete su un pianoforte particolare e per questo gli autopiani sono considerati gli antesignani della registrazione, arrivata più tardi con il grammofono, visto che riproducevano a posteriori l’esecuzione di un pianista. Mio nonno aveva un pianoforte automatico ed io mi divertivo a far suonare i rulli e a pigiare i pedali ogni volta che andavo a trovarlo con la mia famiglia. Il fascino di questo strumento mi è rimasto dentro fin dalla mia infanzia e nel tempo è cresciuta in me la voglia di adattare questo strumento alle esigenze della musica contemporanea utilizzando le nuove tecnologie.

A livello pratico come hai fatto a realizzare il tuo orchestrion? La fase di costruzione vera e propria è iniziata nel 2006, quando ho coinvolto alcuni tecnici e dei veri e propri inventori a cui ho chiesto di ideare dei macchinari che producessero dei suoni acustici e che potessero dar vita ad un moderno orchestrion. Nel frattempo si sono interessati al mio progetto anche dei musicisti, che hanno portato il loro contributo in quanto tali, ponendo in primo piano la riuscita musicale anziché l’aspetto, diciamo, puramente ingegneristico. In realtà, tutto è cominciato molto prima, con il mio New Chautauqua, l’album che ho pubblicato nel 1978.

In che senso? Con New Chautauqua ho sovrapposto più chitarre una sopra l’altra per creare un suono di insieme. Il grande limite di questa esperienza era legato all’impossibilità di riprodurre dal vivo questo metodo. L’orchestrion risolve questo problema e soddisfa entrambe le mie esigenze, quella della riproducibilità e quella della contemporaneità di più strumenti senza l’ausilio di altrettanti musicisti. L’avvento dei sample aveva in parte già risolto questo problema, ma le armonie mobili che prediligo restavano un po’ penalizzate. Anche le potenzialità di sintetizzatori e strumenti elettrici sono sicuramente d’aiuto, ma non è mai come quando il suono esce realmente da un singolo strumento.

Credi quindi che la soluzione offerta dall’orchestrion andrà a sostituire il suonare in trio o quartetto? Non credo che la musica fatta, diciamo, tradizionalmente e le nuove frontiere che si sono aperte si escludano a vicenda, sono semplicemente due modalità diverse di fare musica, che contribuiscono in ugual misura al miglioramento e all’arricchimento della musica. Personalmente, ho sempre avuto l’esigenza di sperimentare, aprire nuove vie e, in un certo senso, testare i limiti, ma senza mai disdegnare la tradizione. Per me è stato quasi naturale cercare un compromesso “tecnico” che conciliasse il nuovo con la tradizione. Questo però non significa che io abbia abbandonato le radici: ho suonato in formazioni tradizionali e continuerà a farlo. La continua voglia di ricerca sicuramente mi deriva dal jazz, che è un genere storicamente votato all’innovazione, alla sperimentazione oltre gli schemi, all’improvvisazione. Per me è sempre stato un elemento di grande ispirazione la capacità di questo genere di adattarsi alle mutate condizioni storiche e musicali. È giusto che considerate le tecnologie di oggi i musicisti siano messi in grado di disporre di un nuovo strumento come l’orchestrion, che è una piattaforma musicale che sposta in là quelli che sono stati fino a ieri i confini della composizione e dell’esecuzione musicale. Come musicista, ciò mi dà la possibilità di espandere il significato di “album solista” e di rivoluzionare l’idea di performance del singolo ed è la realizzazione di un sogno che ho da sempre.

Pensi quindi di essere giunto al traguardo del tuo percorso di ricerca? In realtà, a mano a mano che sperimentavo gli strumenti che mi arrivavano dai vari inventori, sia suonandoli che componendo la musica adatta al loro utilizzo mi sono accorto che si sono aperte per me nuove sfide, che spesso mi hanno fatto mettere in discussione il mio essere musicista come lo sono stato fino ad ora. Come quasi sempre accade in questi casi, la ricerca di risposte ha aperto nuovi quesiti e nuove strade, quindi in un certo senso il viaggio ai confini della musica non è finito, ma appena cominciato.

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