Interviste

Patti Smith torna in Italia: «Onorata di essere così importante per tanta gente»

Patti Smith Italia

A conferma dell’incredibile affetto che da sempre la lega all’Italia, Patti Smith è nel nostro paese a luglio con una serie di concerti che promette parecchie sorprese. Abbiamo chiamato direttamente il numero di casa sua, a New York, per parlare di musica e molto altro.

(Foto di Edward Mapplethorpe)

Più che il suo ultimo album, il pur buono Banga, è stato il suo libro autobiografico, Just Kids, commovente resoconto della sua relazione con il fotografo Robert Mapplethorpe, prima amante e poi semplicemente amico, a spostare nuovamente con forza l’attenzione sull’artista Patti Smith. La classica definizione che da sempre l’accompagna, quella di poetessa del punk, è sempre stata una sorta di falso storico. Sebbene Patti sia perfettamente conscia dell’importanza del movimento punk e, almeno a livello attitudinale ne faccia parte senza dubbio, musica e testi che compongono il suo repertorio, in special modo il quartetto di dischi che caratterizza la prima fase della carriera, fino al momentaneo ritiro dalle scene, hanno un debito piuttosto chiaro con i grandi nomi degli anni Sessanta. E proprio Horses, il suo debutto discografico del 1975, se da un lato certifica in qualche modo la realtà della scena del CBGB’s (e quindi del punk), dall’altro rappresenta il ponte perfetto tra Doors, Dylan, Velvet Underground, Stooges e ciò che sarebbe successo di lì a poco.

«Devi pensare che io mi sono sempre definita una poetessa prestata alla musica, non era mia intenzione diventare una rockstar, almeno agli inizi. È successo tutto per caso, recitavo le mie poesie con Lenny Kaye alla chitarra come accompagnamento. Poi, piano piano, ho cominciato ad accarezzare l’idea di mettere in piedi una band per poter comunicare in modo più efficace ciò che scrivevo: ovviamente le fonti d’ispirazione erano Jim Morrison, Bob Dylan, Lou Reed, tutti i poeti del rock mi hanno convinta a provarci. Così, quando ho iniziato a suonare al CBGB’s, mi sono trovata a fianco di Ramones, Television e molti altri musicisti più giovani di me. Su questo punto hai ragione, io rappresentavo la continuità con i Sixties, con il sogno del rock’n’roll, ma il punk è stata una comunità che ha permesso a me, e a parecchi altri, di esprimermi liberamente, senza filtri o imposizioni».

OTTIMA COMPAGNIA
Vista la sua statura artistica e l’alone di leggenda che ormai l’accompagna (ma lei si schermisce «è un aspetto della musica che davvero non mi interessa»), non è difficile inserire Patti Smith a fianco di altri mostri sacri come Iggy Pop o Bruce Springsteen. Le racconto che, per puro caso, mi è capitato di intervistare proprio l’Iguana la settimana precedente, e che, da ragazzino, i loro dischi erano stati tra i primi a cambiare la mia vita: Horses e il debutto degli Stooges restano ancora oggi due capolavori irrinunciabili per chiunque cerchi di capire il rock’n’roll, concentrati di talento, rabbia e potenza espressiva. «Ti ringrazio, direi che sono in ottima compagnia, no? È bello saperlo ancora in giro, pieno di forza e di voglia, come quando era ragazzino e suonava al Max’s Kansas City, qui a New York. Tra l’altro, se verrai a vedermi alla data milanese del mio tour, potrai sentire tutto quanto Horses, una specie di setlist speciale apposta per quella serata». Non sarebbe la prima volta, tra l’altro, visto che le hanno chiesto altre volte di riproporre dal vivo tutto quel disco. Sarebbe fantastico poter assistere anche a Radio Ethiopia, per esempio, oppure a Easter. Patti ride contenta: «Se me lo chiedessero, credo che farei anche quei due album, sebbene ci siano canzoni del mio vecchio repertorio che non sento più come un tempo. Credo succeda a tutti i musicisti di perdere contatto con quanto fatto in passato, a me di sicuro».

È piuttosto curioso, invece, che non si sia mai indebolito il legame straordinario che la lega a un pezzo in particolare, Gloria, versione personale del classico dei Them di Van Morrison che apre Horses e in cui canta il celebre verso “Jesus died for somebody’s sins but not mine”. Le chiedo come riesca oggi a conciliare la sua fede religiosa con parole così rivoluzionarie. «Non ci vedo nulla di strano a cantare Gloria, credimi, ho presente benissimo la ragazzina che le ha scritte, il suo stato d’animo, ciò che significano in apertura di quel disco e la loro forza espressiva, intatta a distanza di così tanto tempo. È quasi un tributo alla Patti di allora cantarle nel 2013, mi ricollega alla mia versione giovane, lo trovo fantastico».

OUTSIDE OF SOCIETY
Fin da ragazzino, la musica di Patti Smith ha accompagnato la mia vita musicale e non, specialmente con quei primi quattro album davvero essenziali (oltre ai già citati Horses, Radio Ethiopia e Easter, manca Wave). Rifletto sul fatto che sia persino inutile raccontarglielo, visto che la immagino come una dichiarazione che spesso le sarà capitato di sentire nel corso della sua lunghissima carriera, ma poi cedo alla tentazione e, mentre lo faccio, le chiedo se per caso lei abbia mai maturato lo stesso tipo di considerazione per qualche suo eroe personale. «Certo Stefano, da ragazzina ero innamorata di Jim Morrison, ho avuto la fortuna di vedere una volta dal vivo John Coltrane e anche Jimi Hendrix. Poi, con mia grande sorpresa, la vita mi ha permesso di incontrare e, in alcuni casi di conoscere bene, alcuni personaggi che adoravo, da William Burroughs a Bob Dylan, fino a mio marito Fred Smith. Capisco che forse questo non risponda alla tua domanda, ma ci sono moltissimi artisti che accompagnano da sempre la mia vita, esattamente come dicevi tu. E, comunque, a scanso di equivoci, sono molto onorata di essere importante per così tanta gente…».

Le chiedo se creda ancora nell’importanza di essere “outside of society”, come cantava in Rock’n’Roll Nigger, uno dei suoi brani più intensi. Un inno generazionale dedicato a chi si sentiva differente e a chi lo era per davvero. «Io vivo da sempre fuori dalla società, è una condizione perenne, che mi sono cercata con rabbia e forza e che sono riuscita a mantenere nel corso degli anni. Il mio è un mondo parallelo, in cui mi sento perfettamente a mio agio. Con questo non voglio dire di essere scollegata dalla realtà, so benissimo ciò che succede, ma sono fortunata perché posso osservare tutto quanto da una posizione privilegiata». Insomma, non è male pensare a un universo in cui ancora convivono Burroughs e i Ramones, gli MC5 del suo compianto marito Fred “Sonic” Smith («Fred è sempre con me, spesso gli parlo e ne ricevo ottimi consigli», mi racconta) e Robert Mapplethorpe. Proprio quest’ultimo è la figura fondamentale attorno a cui ruota il premiatissimo libro Just Kids: «È stato faticoso scrivere la storia mia e di Robert, ha fatto riaffiorare antichi dolori oltre che ricordi eccezionali, ma era una promessa che gli avevo fatto prima che morisse e non potevo certo deluderlo. Ora però sono al lavoro su due libri differenti: il primo, sempre autobiografico, è incentrato soprattutto sulla parte musicale della mia carriera, mentre il secondo è una detective story sullo stile di Dashiell Hammett, una delle mie grandi passioni letterarie. Non stare col fiato sospeso, però, credo ci vorrà ancora un po’ di tempo».

(L’intervista è tratta da Onstage Magazine, numero di luglio)

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