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Paul Stanley: «Se i Kiss mollassero? Continuerei da solo»

Poter parlare con un’icona assoluta come Paul Stanley è qualcosa che ti cambia profondamente da più punti di vista. Da fan, poter passare mezz’ora in compagnia di uno dei propri poster è qualcosa che evidentemente non ha prezzo e professionalmente, va da sé, parlare dei Kiss con il suo frontman non può che diventare all’istante uno dei punti più alti della carriera. L’ennesimo ritorno in Italia della band americana previsto il 15 maggio a Torino e il 16 a Bologna (qui tutti i dettagli del tour), ci ha permesso di discutere con Paul degli argomenti più disparati, tra cui la voglia non ancora sopita di scrivere nuova musica.

Come molte altre band di confine tra più generi, siete stati spesso definiti in molti modi, ma sostanzialmente credo rimaniate molto semplicemente una rock and roll band. Sbaglio?
No, tutt’altro. Hai centrato pienamente la questione. Non credo che ci siamo mai mossi su territori così distanti da quelli di gente come Jerry Lee Lewis, Elvis, ma anche di Beatles o Led Zeppelin. Ci hanno chiamati metallari, una cosa che oggettivamente non si può sentire. Sono contento di poter parlare della questione, perché credo che da questo punto di vista vada fatta chiarezza. Da sempre si puntano i riflettori sul discorso delle maschere e degli show pirotecnici, ma credo sia solo una minima parte della faccenda. Senza grandi canzoni non saremmo andati da nessuna parte, la gente non viene a vedere solo i fuochi d’artificio o Gene che vola sul pubblico, anche se ammetto che sia stato uno dei nostri segreti. Qualche volta mi piace che venga sottolineato anche l’altro aspetto.

Quel rock and roll che vi accomuna ai grandi di cui parlavamo aveva a che fare esclusivamente con la voglia di ribellarsi a qualcosa o c’era dell’altro dietro?
Credo che se parliamo di affari, di business o cose di questo tipo, all’inizio eravamo tutti molto ingenui. Tutto quello per gli artisti è arrivato in un secondo momento, ma per chi gestiva tutto il circo sicuramente era una priorità già allora. Non ho mai creduto alla storia della ribellione, forse semplicemente perché non ho mai inteso il rock come forma di ribellione, ma piuttosto come sinonimo di libertà. Una cosa più alla Easy Rider, diciamo. Credo che fare rock and roll, ma anche ascoltarlo abbia a che vedere semplicemente col fare ciò che più si ama, con l’essere sé stessi. Non mi devo ribellare per essere me stesso, devo esserlo e basta. Però, ripeto, parlo per la mia esperienza. Poi è chiaro che per altri suonare significhi andare contro il sistema o cose del genere. Io ho sempre cercato di essere solo Paul Stanley, poi se quello talvolta ha dato fastidio è un altro discorso.

Dopo quarantacinque anni siete forse più celebri che mai: si può amare un genere o un altro, ma è davvero difficile non amare i Kiss. Ti sei chiesto come sia possibile?
Credo che i motivi siano svariati, ma il principale penso sia che quello che facciamo e quello di cui cantiamo non abbia tempo. Come tutte le band che hanno festeggiato certi anniversari, anche i Kiss sono entrati nell’immaginario comune e non ne sono più usciti. Come dicevo prima, il segreto non può essere stato solo il make up, anche se per i media quello è sempre venuto prima di tutto il resto. I nostri brani parlano al pubblico direttamente, senza fronzoli. E soprattutto parlano di qualsiasi argomento. Ci sono le party song, ma ci sono moltissimi brani che parlano del credere in se stessi, dell’andare avanti nonostante tutto. Le melodie sono fondamentali e abbiamo sempre curato moltissimo quell’aspetto. Un brano dei Kiss non può non essere accattivante, ma ciò spesso ha portato un po’ a sottovalutare il discorso compositivo che c’era dietro. La verità è che alla gente arrivi in modo più diretto e quello resta ancora oggi l’unico segreto del nostro successo.

Senti il peso della responsabilità che il tuo ruolo inevitabilmente ti porta?
L’unico obiettivo è che la gente esca dal palazzetto stando meglio di quando è entrata. In questo senso l’Italia è un paese che spiega molto bene il nostro rapporto con i fan: non ricordo un’occasione, nemmeno in serate per noi più difficili di altre, in cui l’affetto della gente sia venuto meno e questo aiuta a togliersi quel peso di cui parli. È chiaro che la pressione esiste, anche solo nel momento in cui devi banalmente decidere quali brani suonare nel corso del tour, ma è una cosa che svanisce completamente quando sali sul palco.

Ogni volta che ripartite per un tour, le domande più frequenti riguardano sempre due cose: la possibilità di ascoltare nuovo materiale e di rivedere un giorno la formazione originale.
Sì, è una tassa da pagare sempre (ride, ndr), anche se non ho alcun problema a rispondere a certe domande. Non sono mai stato uno da diktat tipo: non chiedetemi di Peter o Ace. Quelle cose le lascio ad altri. Iniziamo col dire che si parla di rapporti umani, prima ancora che professionali, quindi i due aspetti vanno divisi nettamente. Ti rispondo immediatamente che non ci sarà mai più un’esibizione della band di un tempo, questo scrivilo pure chiaramente. Come saprai io e Ace ci siamo riavvicinati moltissimo negli ultimi tempi e questo ha creato il solito giro di notizie semi inventate. Non fraintendermi, comprendo benissimo la voglia della gente, ma non sopporto quel continuo lasciar intendere che ci siano spiragli di qualche tipo. Ace è un musicista eccezionale, una bravissima persona e un amico, punto. Voglio che rimanga solo un amico, perché la musica ha rischiato di far sì che il rapporto tra noi finisse.

E della nuova musica che mi dici? Tu sei sempre stato più possibilista di Gene a riguardo…
Da questo punto di vista siamo sempre stati un po’ distanti nel nuovo millennio. Non ti parlo di una distanza tale da creare problemi all’interno del gruppo, semplicemente la vediamo in modo diverso. Gene, giustamente, è più legato al discorso finanziario ed è chiaro che a nessuno piace lavorare duramente senza risultati di vendite. Sono il primo a capire la questione e a trovarmi d’accordo, ma allo stesso tempo sono un songwriter e non riesco a smettere di scrivere. È normale che andrò avanti a farlo e se le condizioni saranno favorevoli quello che scrivo diventerà parte di un nuovo disco dei Kiss, altrimenti pubblicherò un album solista. Stare più di quarant’anni nei Kiss mi ha insegnato che tutto è possibile se continui a credere in quello che fai. E io non ho intenzione di smettere di crederci ora.

Onestamente, hai mai detto: questa è la fine?
Forse un paio di volte l’ho temuto, più che altro. Il fatto è che è impossibile porre fine a un party e ad ogni modo, se dovesse succedere, stai sicuro che non sarò io a farlo!

Luca Garrò

Foto di Cristina Checchetto

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