Interviste

Perché i Mumford & Sons sono cambiati, spiegato da loro

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È uscito a inizio maggio Wilder Mind, il nuovo e attesissimo album dei Mumford & Sons (che tra fine giugno e inizio luglio saranno in tour in Italia). Un progetto artistico nuovo di zecca, che ha tutti i connotati della svolta totale. Eppure, ci hanno spiegato loro, hanno cambiato sound proprio per restare se stessi. E lo hanno fatto con grande naturalezza. Tratto da Onstage Magazine n. 77 di maggio-giugno 2015

È facile immaginare il cambiamento come qualcosa di drastico, definitivo. Quando “voltiamo pagina” stiamo per forza trasformando radicalmente un aspetto della nostra vita e lo stiamo facendo volontariamente, con premeditazione. In realtà non funziona così. O per lo meno non sempre tutto è così netto. Perché spesso il cambiamento, semplicemente, accade. Come naturale evoluzione. Se sono artisti e band a portare novità (nel sound, nel look, nella line-up o altro), pochi hanno voglia di porsi le domande che aiuterebbero a comprendere meglio le loro ragioni. È molto più comodo giudicare il risultato e demolire tutto ciò che spiazza. Atteggiamento intrinsecamente sbagliato: quando voltiamo pagina di un libro, stiamo solo andando avanti a leggere. Un gesto naturale e inevitabile, che garantisce continuità, non rottura. E chi ha mai interrotto la lettura di un bel libro per paura di girare pagina?

E qui entrano in scena i Mumford & Sons. Ascolti il singolo che anticipa il loro terzo disco e nella tua testa si materializza l’immagine di una soffitta dove tutto ciò che li aveva resi riconoscibili, come banjo e contrabbasso, è ricoperto da strati di polvere. I quattro londinesi hanno inciso brani dal suono indiscutibilmente pop/rock, conformandosi a uno standard radiofonico – inutile negarlo – tutt’altro che innovativo. Spulciando qua e là sul web, le reazioni a caldo non sono state per nulla favorevoli e molto rumorose: si passa dagli insulti agli espliciti dissensi, passando per più magnanimi «il pezzo non è male, ma dove sono finiti i Mumford che conosciamo?».

I fatti dimostrano che il pubblico italiano, quello che non ha pregiudizi, ha reagito bene ai primi brani estratti da Wilder Mind, terzo disco dei M&S. I biglietti per la data del 29 giugno all’Arena di Verona sono stati polverizzati in neanche 48 ore (la band inglese si esibirà anche a Roma, il 30 giugno, e a Pistoia il 1 luglio). Ma anche prima di trovare conforto in questa splendida notizia, la band era preparata ai commenti poco positivi: non hanno intenzione di tirarsi indietro di fronte all’argomento, perché vogliono sottolineare il fatto che, in realtà, non sono cambiati di una virgola. La “nuova” impostazione riflette i loro sentimenti, sinceri, che non avrebbero potuto esplicitare altrimenti. Per andare sul sicuro sarebbe bastato fare un bel copia e incolla di Babel, ma l’opzione non è stata nemmeno calcolata. Perché non sarebbe stato onesto rispetto a quello che i Mumford sono oggi. Ed è stato tutto molto più naturale di quanto si possa immaginare. Parola di Marcus.

Wilder Mind mi ha costretto a spostare i file dei vostri dischi precedenti dalla cartella «Folk-Rock» a quella «Pop-Rock». La cosa vi fa piacere o vi preoccupa?
Nessuna delle due! La verità è che non abbiamo avuto scelta: Wilder Mind è l’unico disco che avremmo potuto scrivere. Ci siamo resi conto, soprattutto nell’ultima parte del tour, che avevamo bisogno di un suono diverso: quando siamo entrati in studio ne abbiamo parlato con James Ford, il nostro produttore, e abbiamo trovato la formula sonora che stavamo inconsciamente cercando. Forse per qualcuno sarà una svolta problematica da digerire, ma questo album è la conseguenza di un processo del tutto naturale: il nostro obiettivo è sempre stato e rimane quello di esprimere sentimenti attraverso la musica, nel modo più conciso e diretto possibile.

Avete menzionato James Ford, musicista con un orecchio nel rock e uno nell’elettronica. È stata la vostra prima scelta?
Assolutamente. Abbiamo contattato anche un altro paio di persone, ma su James non c’è stato alcun dubbio fin dal primo incontro. La sua versatilità ha contribuito alla freschezza sonora di Wilder Mind, sapevamo fin dall’inizio che avrebbe tradotto alla perfezione le nostre idee. Ci ha anche fatto scoprire musica che non conoscevamo: pensa che ogni santo venerdì doveva praticamente cacciarci dallo studio, perché aveva una residency come dj in un club di Londra. Siamo andati a sentirlo: si capisce anche da come mette i dischi che ha una cultura immensa.

Wilder Mind ha avuto una gestazione differente rispetto agli altri album: avete lavorato insieme in studio, condividendo idee di arrangiamento e soluzioni melodiche, giusto?
È un approccio che abbiamo sempre utilizzato, solo che in questo caso l’abbiamo fatto molto di più. Siamo orgogliosi di quanto siamo stati in grado di fidarci reciprocamente e mantenere sempre un’apertura mentale tale da non farci mai discutere, ma solo considerare tutte le opinioni ed eventualmente implementare nuove soluzioni. Sarà sicuramente una strada da ripercorrere in futuro, ma stiamo anche pensando di scrivere durante il tour; anche i live sono momenti di confronto, e fonte di ispirazioni sempre nuove. Chi lo sa, magari il prossimo album sarà frutto di canzoni composte on the road. Dopotutto ogni disco è unico e differente anche nel modo in cui viene concepito.

In effetti da quando siete nati avete sempre girato in lungo e in largo. Poi c’è stata questa pausa di 5 mesi, da voi definiti «una notevole quantità di tempo». È servita?
È stata la migliore decisione che potessimo prendere. Siamo consci del fatto di essere una band che non può vivere senza la connessione con il pubblico, ma ci siamo resi conto che avevamo bisogno di un momento di riflessione per riordinare le idee e guardare oltre. È stata un’ottima opportunità per vivere le città, andare a sentire concerti e ascoltare musica: in quei mesi abbiamo letteralmente messo la testa fuori e osservato il mondo. Quando ci siamo ritrovati in studio avevamo moltissima musica da proporre e da farci ascoltare a vicenda. E non parlo solo di produzioni nuove, ma anche di cose storiche che non avevamo mai approfondito a sufficienza – come per esempio i Led Zeppelin. Però non scrivere che ci siamo ispirati al loro suono, perché non è vero: avevamo talmente tanti dischi in testa che non saprei fare un elenco delle sonorità che hanno influenzato Wilder Mind.

A proposito di sonorità: sostenete che questo sia un disco minimalista a confronto con i vostri primi due lavori. Ma qui c’è la batteria, che prima utilizzavate di rado, e ci sono parecchie chitarre elettriche. Cos’è per voi, il minimalismo?
È un discorso che ha a che fare con l’approccio che abbiamo utilizzato in studio. L’idea era quella di evitare quasi completamente il multitracking, arrangiando quindi brani esclusivamente con le parti che eseguiamo dal vivo, ognuno con il proprio strumento. In questo modo lo spettro sonoro non raggiunge la saturazione, che era un po’ la regola in Sigh No More e Babel. In passato ci lasciavamo prendere la mano: ricercavamo un suono pieno, utilizzavamo molti strumenti, ci piaceva sperimentare e riempire le tracce. Ma in questo caso avevamo intenzione di essere il più diretti possibile, e quindi ci servivano degli arrangiamenti che rispettassero lo spazio e che in qualche modo comunicassero un’idea di semplicità.

È un proposito che si riflette anche nel titolo del disco, soprattutto se confrontato con quelli precedenti.
Se ti riferisci ai riferimenti “aulici” di Sigh No More (titolo tratto da una verso di Molto rumore per nulla di William Shakespeare n.d.r.) e Babel, hai centrato l’obiettivo. Il discorso di essere diretti vale anche per le parole: questo disco parla della nostra vita di tutti i giorni. Qualcuno potrebbe pensare che sia più semplice comunicare con testi e parole attuali piuttosto che utilizzare metafore e termini d’altri tempi, ma le cose non stanno esattamente così. Riuscire a esprimere le proprie sensazioni e fare sentire meno solo chi ti ascolta è un’impresa ardua. E noi crediamo di essere migliorati da questo punto di vista.

Sarà curioso capire come affronterete i prossimi live. Avete intenzione di riarrangiare i “vecchi” brani in ottica Wilder Mind?
È un pensiero che ci è passato per la testa, ma l’abbiamo accantonato immediatamente. Ci abbiamo messo talmente tanto tempo ad arrangiare quei pezzi che sarebbe stato un lavoro troppo impegnativo, e non avevamo garanzie che il risultato sarebbe accettabile. Li suoneremo così come sono state concepiti, e ovviamente sul palco ci accompagneranno tromba, trombone e violini: crediamo che sia il modo migliore per rispettare quelle canzoni.

Per concludere: che cosa vorreste che i fan pensassero della vostra svolta stilistica?
Vorremmo che tenessero in considerazione il fatto che abbiamo inciso un disco sincero, con noi stessi e con loro. Che continuassero a viaggiare insieme a noi, perché non vogliamo fare altro che raccontare chi siamo attraverso la musica: non è così complicato, giusto? Se questo sarà il loro pensiero, allora potremo dire di avere raggiunto il nostro obiettivo.

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