Interviste

I sogni di Favino tra Suburra, gli Oscar e lo scudetto della Magica

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È semplicemente l’attore italiano più amato (e desiderato) del momento. Un momento che va avanti da un bel po': da Romanzo Criminale ai grandi film hollywoodiani. «Ma io quando mi rivedo sullo schermo cambierei tutto», ci rivela Pierfrancesco Favino. Che ci racconta il suo ruolo in Suburra, la sua città travolta dagli scandali, e ci svela il suo obiettivo di diventare un regista. E ammette di avere un sogno ancora più grande di uno scudetto della Roma… Tratto da Onstage n. 79 di settembre-ottobre 2015

Tutti lo vogliono, tutti (e tutte) lo amano. Non c’è praticamente film internazionale girato in Italia che non veda una sua partecipazione. E quando i registi italiani vogliono essere sicuri di non sbagliare attore è sempre a lui che si rivolgono: Pierfrancesco Favino. Il suo “momento” d’oro va avanti ormai da 15 anni. Dal Libanese di Romanzo criminale al commissario Calabresi di Romanzo di una strage, i personaggi importanti da lui interpretati non si contano più. Senza considerare l’amore incondizionato ricevuto da Hollywood. Le cronache di Narnia, Una notte al museo, Angeli e demoni e Rush, dove interpretava il pilota di Formula Uno Clay Regazzoni, sono solo alcuni delle occasioni nelle quali è stato scelto per mega produzioni americane. Ma Favino, cui piacerebbe tanto un ruolo comico, non è certo uno di quelli che si siede sugli allori: dopo un periodo di (parziale) riposo dal cinema dedicato al teatro torna in sala con una storia più che contemporanea sulla sua Roma. In Suburra di Stefano Sollima interpreta Filippo Malgradi, politico corrotto e invischiato con la malavita.

Che cosa ha significato per te lavorare in un film come Suburra?
Mi interessava cercare di capire quale fosse l’origine del desiderio di potere. Questo personaggio è un politico come ce ne sono moltissimi: non è di primo livello ma cerca di guadagnare sempre più peso decisionale. È stato interessante anche esplorare la complessità degli intrecci tra i vari livelli e i vari mondi che entrano in contatto con la politica.

Per raggiungere questo potere è necessario il contatto con questi mondi, spesso anche criminali, come viene rappresentato in Suburra?
Se lo chiedi a me non lo è. Anche nel mio mestiere può succedere che per ottenere qualcosa si dia qualcos’altro in cambio ma io non l’ho mai fatto né ho mai pensato di farlo. Sembra però che in certi ambienti sia diventata logica comune abbandonare qualsiasi scrupolo etico per raggiungere il potere. Credo comunque che ci siano ancora dei politici che agiscono in maniera corretta.

Quanto è profondo il legame tra Suburra e i fatti di cronaca emersi a Roma negli ultimi mesi?
Il legame è profondo ma il film non si riferisce a un politico o a una situazione in particolare. Suburra restituisce in maniera simbolica un intero sistema del quale Roma è la culla ma del quale non fa parte da sola.

Da romano come ti sei sentito quando è esploso il caso giudiziario? Te lo aspettavi?
Il caso giudiziario me l’aspettavo, magari non il coinvolgimento di alcune persone. Misteriosi incendi di catasti o di documenti sul litorale di Ostia, regolamenti di conti, gli scandali sull’Atac… per una persona minimamente accorta i segnali c’erano tutti. Io poi avendo fatto Romanzo criminale, Romanzo di una strage e avendo un po’ di passione per un certo tipo di storie alcune figure le conoscevo anche in maniera indiretta. Che la rete fosse così estesa però  è stata una sorpresa.

Mafia Capitale è una definizione giusta?
Qualsiasi definizione rischia di diventare un’etichetta fuorviante. Ha sicuramente funzionato sotto il profilo del marketing ma è in realtà è tutto molto più complicato. Credo anzi che aver denominato come “mafia” tutto ciò che è criminalità abbia offuscato situazioni di altro tipo.

Quanta responsabilità c’è da parte di Roma e dei romani nell’aver consentito l’espandersi di questa rete?
Una delle responsabilità è la centralità del potere su Roma. Dove c’è politica c’è interesse e dunque c’è più possibilità di corruzione, soprattutto in un Paese che a livello generale non si può certo definire virtuoso. Tutto questo convive con la natura di Roma, che è diventata la patria del diritto individuale.

C’è ancora il rischio che qualcuno critichi Suburra perché “getta fango” sull’immagine dell’Italia?
Quando abbiamo fatto Romanzo criminale ci hanno detto che davamo l’esempio sbagliato. Stavolta l’esempio l’ha dato la cronaca e spero che almeno in questo caso non venga fuori questa “balla”.

Quanto è in grado il cinema italiano di mettere in scena i “panni sporchi” del Paese?
È in grado di farlo se l’atto narrativo non diventa un atto narcisistico, autoreferenziale o consolatorio. La cosa bella di Sollima è che non vuole imporre una morale ma fa semplicemente quello che dovrebbero fare tutte le persone di spettacolo: intrattenimento d’alto livello.

Riceverai sicuramente una montagna di copioni. Dal tuo privilegiato punto d’osservazione quale credi sia il livello del cinema italiano?
Da spettatore vorrei vedere più storie e meno riflessioni. Il talento è enorme, vanno fatti dei passi per garantire a questo talento di diventare sistema. C’è bisogno di formazione e in questo senso sono orgoglioso di aver assunto il  ruolo di direttore artistico della Scuola del Teatro della Toscana. Questo è il primo anno e siamo stati sommersi dalle domande di ammissione.

Ti piacerebbe sempre ottenere un ruolo comico?
Sì sì, è già capitato ma sono sicuro che capiterà ancora.

Qual è la chiave per convincerti a prendere parte a un film?
La partecipazione. Mi convinco quando quello che leggo fa nascere qualcosa dentro di me o mi fa scoprire parti di me che non conoscevo. Sono molto importanti le persone con le quali lavori. E poi mi attirano la sfide verso qualcosa di diverso, ma è capitato che rifiutassi parti alle quali non mi sentivo adatto.

Hai lavorato con tantissimi grandi autori, italiani e stranieri. Quali sono le differenze più grosse tra il lavorare in Italia e all’estero?
Le dimensioni. Un film con un budget di un certo tipo permette a chi lo gira di avere un tempo di ricerca su ciò che si fa. Ti evita di essere vittima di due ciak e basta. Spesso la mancanza di budget costringe a seguire strade obbligate con la conseguenza che il risultato finale diventa più scontato.

Dopo tutto quello che hai fatto come fai a non montarti la testa?
Per montarmi la testa dovrei proprio sforzarmi. E poi ti rendi conto che la tua immagine non ha a che fare con te. La gente vede di te un qualcosa che ha a che fare con il tuo mestiere, tu però sei molto di più di questo. O certe volte meno di questo. Poi ho talmente tante cose da fare… e mi piace farle. Mi piace fare la spesa, portare i bambini a scuola. Lavorare, che so, con Ron Howard mi ha reso sicuramente un artista migliore, ma non per forza una persona migliore. Per questo mi è impossibile montarmi la testa.

Di te dicono che sei bello e bravo. Tu come ti vedi quando riguardi un tuo film?
Ecco, questo è un problema. Io mi cambierei in ogni momento, sono sempre stato così. Comunque sono abbastanza a posto con me stesso: non sono lì a dirmi in continuazione “che figo” ma credo mi potesse andare peggio…

Da spettatore che cosa ti piace vedere?
Mi piace appassionarmi, uscire dalla sala e stare zitto. Ho bisogno di tempo perché mi dispiace tornare alla realtà, vorrei che per un po’ nessuno mi parlasse. Per fortuna anche la mia compagna ha la stessa reazione, altrimenti sai che fatica…

A quando il tuo primo film da regista?
Intanto sto facendo delle esperienze in teatro che ritengo fondamentali. Prima di dire quando vorrei testarmi. Di sicuro sto vedendo quanto mi piace il lavoro con gli attori e credo anche di cavarmela discretamente.

Che ruolo ha la musica nel tuo lavoro attoriale?
Mi serve moltissimo. Mi capita di cercare una o più tracce musicali che possano aderire ad alcune delle zone emotive o immaginarie di un personaggio o di alcune scene. Una cosa che faccio molto spesso è usare la musica per tentare di rilassarmi prima di fare qualcosa, soprattutto a teatro. La musica sa sintetizzare cose che altrimenti avrebbero bisogno di tante chiacchiere, così come il cinema. E ascolto veramente di tutto: dalla musica sacra ai Tool, ma anche pop e roba considerata becera.

Se dovessi scegliere tra un Oscar e uno scudetto della Roma?
So che magari potrei essere deriso ma credo ci siano più opportunità che la Roma vinca lo scudetto. E allora sceglierei l’Oscar perché secondo me la Roma ce la può fare da sola.

Per chi fa l’attore il sogno è quello, l’Oscar?
Ma sì, per quanto uno voglia fare il diverso il sogno è quello lì, è ipocrita dire il contrario. Sfido qualsiasi attore a dire di non aver mai provato almeno una volta nella vita in bagno il discorso di ringraziamento. Poi certo, soprattutto per uno straniero è talmente difficile…

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