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Pino Scotto, il miracolato del rock «Il mio segreto? So accontentarmi»

Pino Scotto è uno che ha sempre qualcosa da dire. Ad un anno dall’uscita di Codici Kappaò e in oaccasione dei concerti tenuti in luguria e in lombardia, abbiamo parlato dei progetti futuri, dei suoi impegni umanitari e, perchè no, di reality show.

Pino Scotto intervista codici kappao

Pino Scotto (classe 1949) è indubbiamente uno dei personaggi maggiormente controversi della scena hard & heavy italiana. Amato o odiato ha un seguito consolidato, la sua carriera come cantante dura oramai da 40 anni e il debutto coi Vanadium del 1982 è negli annali dell’underground nazionale. Volto di Rock Tv e attivissimo sul fronte live, Pino ad un anno dall’ultima fatica discografica, sta già pensando a un nuovo album e anche a progetti sociali come Rainbow Belize. Tutto questo sotto l’insegna della vita da rocker per antonomasia, senza rimpianti e con moltissimo orgoglio. E anche, soprattutto con una grande consapevolezza: «Io sono un miracolato, ho 64 anni e ancora non sono riuscito a uccidere le mie corde vocali. Fumo tre pacchetti di sigarette al giorno, bevo come una spugna e mi esibisco in qualsiasi città sia possibile farlo. Ho ancora più voce ora di quando avevo vent’anni, è difficile anche per me crederlo».

Nel tuo ultimo disco Codici Kappaò hai sperimentato qualche sonorità che nei tuoi album difficilmente si trova, grazie anche alle collaborazioni con Bennato e i Modena City Ramblers: hai voglia di fare anche altro oltre al rock’n’roll? Ti dico la verità, se potessi farei un disco di blues, uno di jazz, uno di country, uno di hard rock e uno di metal, sono tutti generi che amo e che mi piacerebbe davvero proporre. Sto già pensando al nuovo disco e ho deciso di incidere alcune cover italiane di pezzi storici con testi molto impegnati. L’idea mi è venuta rivedendo in televisione un vecchio filmato di una canzone di Renato Rascel, ovvero E’ Arrivata La Bufera. Da lì ho pensato potessi riarrangiare motivi di Battiato, Graziani e Tenco tanto per citarne qualcuno, rivestendoli in chiave rock. Non è affato un lavoro semplice anzi, scriverò anche qualche inedito nel mio classico stile, ma sono elettrizzato da questo nuovo progetto.

Avevi bisogno di nuovi stimoli quindi? Sì mi servivano. Oramai è passato un anno dall’uscita di Codici Kappaò e ti assicuro che quando mi sono messo a pensare al nuovo disco mi è venuta l’ansia. Mi sentivo come nella catena di montaggio, come se dovessi per forza rimettermi a lavorare, come fossi costretto. L’idea di riadattare vecchi brani mi ha aiutato a pensare al prossimo lavoro con grande entusiasmo.

Una scelta coraggiosa, come altre fatte nella tua carriera… La mia più grande fortuna è stata sempre quella di accontentarmi, nel bene e nel male, di ciò che arrivava dalla mia carriera musicale. Ho sempre fatto le mie scelte e proposto la musica che amo, questo è il mio sogno e sono felice di poterlo vivere tuttora. Anche l’aver lavorato per 35 anni in fabbrica faceva parte di tutto questo, piuttosto che mettermi a fare le cover di Vasco Rossi nei locali per mangiare mi sono sbattuto per riuscire a cantare quel che volevo.

Cosa manca alla musica di oggi secondo te? Manca il cuore. C’è una grandissima preparazione tecnica, è pieno di ragazzini che sanno suonare benissimo e che sono in grado di eseguire pezzi complicatissimi. Ma alla lunga sono le emozioni che vengono a mancare. Mi è capitato molte volte di ascoltare band di giovani che magari aprivano le mie serate, abili e impeccabili ma forse sarebbe meglio iniziare dalle basi, dal blues e poi specializzarsi sulle evoluzioni tecniche. Manca anche la personalità, quella che ti permette di reinterpretare canzoni di grandi cantanti senza cercare per forza di assomigliare all’originale. Quello che si vede nei talent show di oggi insomma, tante fotocopie e nessun originale.

Sei sempre stato spietato verso i talent. Ma non hai mai pensato, magari tramite Rock Tv, di metterne in piedi uno fatto per le band e non solo per i cantanti? Molte volte. Solo che io non sono né un network, né Rock Tv. A volte l’impressione che ho è che a Rai e Mediaset non interessi nemmeno un’idea del genere, avere un talent show su rete nazionale che vedesse la partecipazione dei gruppi potrebbe essere fantastico. Ma non avverrà mai probabilmente.

Come mai hai deciso di impegnarti nell’attività sociale? Mi sono fatto coinvolgere nel progetto Rainbow Belize, fondato da Caterina Vetro, perché sentivo l’esigenza di fare qualcosa per i bambini maltrattati e abusati delle zone più povere del mondo. In Sudamerica i bambini vivono terrorizzati negli orfanatrofi, vengono violentati e dopo un po’ di tempo lasciati in mezzo alla strada dagli orfanatrofi stessi. È una situazione terribile, ho deciso di impegnarmi in prima persona a raccogliere fondi perché oramai la gente se ne frega di tutto, è diventata insensibile moralmente a qualsiasi cosa.

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