Interviste

Raf vuole che siano solo le canzoni a parlare di lui, per questo ha inciso un nuovo album

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Abbiamo intervistato Raf per parlare del suo nuovo album Sono io, dove affronta temi molto attuali, come l’immigrazione, e si mette in gioco parlando di sé. «Ma non è la prima volta», ci ha detto. «È quello che ho sempre fatto».

Un titolo come Sono io mi sembra impegnativo. Quindi, ti chiedo, chi sei oggi?
L’album in realtà prende il titolo da una canzone contenuta al suo interno, come spesso capita. Ma è vero che è un titolo impegnativo e avevo il timore di peccare di presunzione mettendomi al centro. L’ho fatto ora, dopo tanto tempo, proprio perché avevo necessità di dire chi sono. In tutti questi anni spesso mi sono accorto che le persone che mi conoscevano attraverso i media non conoscevano né me né i miei dischi. Ecco che allora ho voluto dire alcune cose a distanza di tanti anni. Quando sei uno come me, che non è solo cantante o cantautore, ma produttore in totale dei propri dischi, sentire parlare di me in maniera sbagliata (e non mi riferisco alle critiche, quelle sono lecite), mi ha fatto “reagire”. Dico «Io sono quello che suono e che canto», perché ci sono poche persone che conoscono bene i miei dischi, la mia musica e di conseguenza me.

raf sono io coverSi tratta di un album autobiografico. Non tanto perché parli di te, ma perché parli del tuo sguardo sul mondo. Un artista ha il dovere di dare al pubblico un’interpretazione della realtà o è un percorso naturale?
Quando fai musica pop, leggera, sai che ti stai rivolgendo a tante persone e non a una nicchia che è interessata a un particolare stile musicale. Quindi nella musica pop si tende ad accontentare tutti. A non essere antipatici o scomodi nei concetti. A essere sempre in quella sorta di limbo che ti fa piacere a tutti. Io questa cosa non l’ho mai rispettata fino in fondo e ho sempre avuto un atteggiamento abbastanza esplicito: non sono un cantante pop classico, ma ho sempre detto cose dirette e molto forti nei confronti di quelle istituzioni che in quel momento volevo criticare. Sapevo in questo modo di rischiare di essere scomodo. E anche oggi in una canzone se parli di un approccio più morbido nei confronti dell’immigrazione, come ho fatto io, sai già che ci saranno molti che ti daranno contro.

Ascoltandoti oggi sembra evidente un’evoluzione nella tua musica, anche se rimane ben salda una matrice riconoscibilissima. Come artista immagino tu ti senta libero di sperimentare, ma non c’è il rischio che il pubblico poi non capisca?
Mi è successo, e più volte. Poi magari però l’ho anche riconquistato. Nel mio caso i dischi in un certo senso più “impegnati” sono quelli che ho venduto meno e che hanno avuto meno consensi. Quando invece ho fatto canzoni pop (e con questo non le voglio sminuire) ho riconquistato pubblico proprio perché non mi limitavo a dover cambiare. Non mi ponevo troppo il problema. L’esempio più eclatante forse è La prova, che è andato malissimo, mentre dopo tre anni Iperbole, dove si parlava comunque di certi temi, è stato però un disco più pop del precedente e ha avuto un grandissimo successo. Avrei anche potuto mettermi a tavolino a scrivere, invece ho sempre fatto il disco che volevo fare in quel periodo, spesso dettato dall’istinto. Anche perché un album cambia in corso d’opera.

Cosa possiamo aspettarci dal vivo?
Oggi dal vivo ho un seguito che piano piano è cresciuto di persone che mi seguono ovunque, che sono sempre nelle prime file in tutti i posti nei quali vado a suonare e c’è una grande empatia non solo con queste persone, ma anche con quelli che vendono la prima volta. Cerco di coinvolgere al massimo le persone perché molti vengono perché conoscono solo le grandi hit e poi scoprono magari dal vivo altri brani, per la carica energetica, per il ritmo, per le parole. Per me è un godimento fare concerti e spero di poterlo fare il più a lungo possibile. Amo lavorare in studio, ma negli anni i live sono diventati una cosa che faccio sempre più volentieri. Ed è anche un terreno dove mi trovo molto meglio rispetto per esempio alla televisione.

A proposito, visto come è andata a Sanremo, dove una bronchite ti ha impedito di essere al meglio, pensi che potresti tornare per un riscatto o aspetterai altri 24 anni (la precedente volta era stata nel 1991, ndr)?
In realtà a me a Sanremo non è mai andata bene: l’ultima volta con la bronchite, ma anche tra fine Ottanta e inizio Novanta non è che avessi mai vinto nulla. Però una cosa la voglio dire: Sanremo non è X Factor dove conta la singola performance, a Sanremo bisogna giudicare la canzone (e ti ricordo che la giuria di qualità può anche sentire a parte il brano registrato). Io quest’anno, nonostante la bronchite, non sono uscito per il voto del pubblico, ma per quello della giuria di qualità. Negli anni ci sono state performance imbarazzanti e però è sempre stata valutata la canzone. Ecco, penso sia stato sbagliato dare il potere del 30 per cento a otto persone, per quanto esperte potessero essere. Probabilmente per tornare di nuovo dovrei farlo con una serie di amuleti, perché per quanto mi riguarda è sempre stato un palco dove mi è andata male anche se poi le canzoni hanno sempre ottenuto un ottimo riconoscimento popolare dopo il Festival, nelle radio e dal vivo. E anche con Come una favola è stato così.

Partirà in autunno il tour teatrale di Raf, che toccherà le maggiori città italiane da ottobre in poi. Debutto a Milano il 19 ottobre al Teatro Nazionale, quindi tappe previste a Napoli (21, Teatro Augusteo), Cesena (24, Carisport), Torino (31, Teatro Colosseo). A novembre Raf si esibirà Palermo (10, Teatro Golden), Catania (11, Teatro Metropolitan), Roma (13, Auditorium Della Conciliazione), Lecce (19, Teatro Politeama), Bari (20, Teatro Palazzo) e Genova (26, Politeama Genovese).

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