Interviste

Il regista del film sui Rolling Stones: «Fanno sentire vecchio anche un trentenne, sono loro i veri giovani»

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di Arianna Galati
Foto di Roberto Panucci

A celebrare i cari vecchi “dinosauri del rock”, i Rolling Stones, ci si perde sempre piacevolmente tempo: lo sa bene il regista britannico Paul Dugdale, che ha diretto Olè Olè Olè. A Trip Across Latin America – presentato alla Festa del Cinema di Roma e dedicato alla recente tournée in America Latina – e il documentario Havana Moon sul concerto che hanno tenuto a Cuba. Trentasei anni, una solida carriera nel mondo dei film musicali, Dugdale ha già diretto i dvd dei concerti di Coldplay e Adele. Con gli Stones ha inanellato una doppietta di tutto rispetto, e ne ha piacevolmente parlato nella Capitale con Onstage, poco prima dell’anteprima al pubblico.

Ben due film sui Rolling Stones. Sono curiosa: perché? «E per due volte! (ride) Beh, è iniziato tutto l’anno scorso: mi hanno chiamato dicendo “Stiamo provando a organizzare un concerto a Cuba. Vediamo che succede”. Poi hanno annunciato il tour, abbiamo cominciato con le riprese in Cile e in Argentina, ma non sapevamo cosa sarebbe stato di Cuba. C’era il rischio che non si facesse. Quando abbiamo capito che invece sarebbe successo, abbiamo deciso di non limitarci a filmare un concerto, per quanto storico potesse essere. Così sono venuti fuori due film. Inoltre, non volevo che fosse il solito “tour film” e nemmeno loro volevano essere ripresi in questo modo».

In effetti, nonostante il genere del “rock doc” sia pienamente rispettato, ci sono alcuni passaggi interessanti che fanno scendere i Rolling Stones dal piedistallo della loro musica per incontrare altre influenze. Il regista l’ha definita «una specie di avventura culturale in Sudamerica che termina a Cuba» e in effetti lo è, seppure sempre con un occhio profondamente britannico e occidentale.

Viste le differenze che evidenziavi, hai usato anche stili distinti per le riprese? «Per il documentario ho scelto le videocamere singole, quasi a dare un effetto continuo di “prima persona”: lo spettatore è in soggettiva assieme alla band, c’è poco montaggio, così si vive un’esperienza personale. Per i concerti abbiamo allargato a sei videocamere: sono riprese più ricche, dirigevo undici persone sul palco. A Cuba, invece, ce n’erano quattordici più cinque steady. Io ero seduto praticamente sotto la batteria di Charlie Watts e davo ordini ai cameraman via radio… Sulla mia testa c’era un casino tremendo! (ride)».

Un bell’equipaggiamento! «Siamo stati molto fortunati. A Cuba è molto difficile, perché non esiste sul posto l’attrezzatura e abbiamo dovuto portare tutto da fuori, dichiarando in dogana ogni singola cosa… per fortuna non era compito mio! I nostri contatti sul posto ci hanno reso tutto più semplice. Le persone del governo con cui abbiamo avuto a che fare sono state molto accoglienti, anche se non ci hanno dato il permesso di utilizzare le riprese fatte a loro».

C‘è qualche aneddoto che puoi raccontarci, da fan quale sei? «È il quarto film che faccio con loro (il primo è del 2013, il secondo del 2015 e non è ancora uscito, ndr). È stato un vero sogno che diventa realtà. Aneddoti divertenti o speciali… Lo spezzone di Keith che parla di come sia nata Honky Tonk Woman. È molto intimo e personale, racchiude un mondo intero».

E in effetti è il momento più intenso di tutto il documentario, perché unisce un pezzo di storia della musica al racconto sorridente di come nasca un pezzo. Qualcosa di potente, che vibra da sotto, che fa cadere lo stomaco. Si tratta di un’esecuzione della canzone in acustico, un momento tra Mick e Keith, quasi privato, al punto che lo spettatore si sente come un voyeur indesiderato.

Visto che sei giovane, hai sentito la differenza d’età con i Rolling Stones? «Sono io che mi sento vecchio! I musicisti restano giovani, sentono lo spirito del pubblico. Loro sono così attivi, non sembrano vecchi. E di sicuro lo sono ancora meno quando stanno sul palco».

Pensi che questo documentario possa essere una specie di pietra miliare? «In realtà non dovrei essere io a dirlo (sorride, ndr), anche se abbiamo filmato davvero un momento unico della storia della musica».

Paul ha interrotto il lungo flusso di racconto sui Rolling Stones per parlarci dei prossimi lavori: un paio di progetti per la televisione, di cui uno per MTV su un concerto dei Kings Of Leon, e un altro negli Stati Uniti. È stato molto fermo nel non far trapelare niente, ma all’orizzonte c’è qualcos’altro di molto importante per il prossimo anno. La nostra chiacchierata, però, non poteva che chiudersi sull’argomento principale.

Riprenderai di nuovo i Rolling Stones? «Penso proprio di sì! Dopo il primo concerto di Londra ero convinto che non li avrei più filmati. E invece li ho ripresi anche al Desert Trip di recente (festival che si è tenuto per due weekend di seguito e che ha riunito sul palco, oltre agli Stones, anche Bob Dylan, Roger Waters, Neil Young, Paul McCartney, The Who, ndr). Loro continuano a suonare e vanno avanti. Spero di farlo anche io».

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