Interviste

Roy Paci 2010

U PICCIOTTU VIAGGIATORE

Come cita la più conosciuta web-enciclopedia, Roy Paci è un trombettista, compositore e arrangiatore italiano. Tutto vero, ma mancano almeno una mezza dozzina di aggettivi, tra cui siciliano. Dalla sua terra di nascita Roy ha ereditato la capacità di mischiare tradizioni locali e culture lontane, rielaborando il tutto in una forma di musica latina – anzi, latinista – che punta molto sull’improvvisazione. Ci ha spiegato tutto nel mezzo del suo lungo tour estivo.

di Francesca Vuotto

Hai appena partecipato al Nickelsdorf Jazz Festival in Austria, ma so che non ti piace definirti un jazzista. Non mi piace perché mi sento un’anima più rock e punk, e poi la vedo come una definizione limitativa, in 30 anni di carriera ho fatto talmente tanta musica che un’etichetta precisa per la mia figura non esiste. Il jazz stesso l’ho suonato per tantissimi anni e continuo a farlo, ma in maniera contaminata.

Quindi come ti poni nel panorama musicale italiano? Io sono un musicista a 360 gradi e in Italia una figura come la mia è particolare perché sono quasi l’unico che canta e suona. È un peccato perché nel nostro paese di gente come me ce n’è tanta, ma è un ruolo che stenta ad affermarsi.

È per questo che presti grande attenzione ai giovani nei tuoi progetti? Per questo e perché voglio insegnare la musica come mestiere, passandola di mano in mano come avveniva un tempo nelle botteghe degli artigiani. Solo così si trasmette quella componente umana che permette di suonare in maniera spensierata, sicuro di quello che stai dando e della forza che hai. Quando dicevo al mio maestro che se mi fossi trovato davanti Miles Davis o Jeff Beck sarei morto, lui ribatteva “tu sai cosa fanno loro, ma loro non sanno di cosa sei capace, perciò non preoccuparti delle aspettative”.

È da qui che deriva la facilità con cui improvvisi? L’improvvisazione è la regola fondamentale attorno a cui gira veramente tutto quello che ho creato. Spesso continuiamo a suonare anche dopo la fine di un concerto, sotto al palco, ed è capitato che si avvicinasse una band africana e cominciasse a fare pezzi della sua tradizione e che noi ci unissimo diventando una backing band.

Hai previsto qualche ospite eccellente in questo tour? Di sicuro passerà Eugene (Hutz, dei Gogol Bordello, che ha collaborato con Roy nel brano Il segreto, nda), ma di solito gli ospiti arrivano all’ultimo, perché sanno che il nostro palco ha la porta aperta.

In studio come riesci a conciliare l’improvvisazione con l’esigenza di mettere nero su bianco testi e musiche? Improvviso facendo fluire nella musica quello che ho raccolto in giro nei miei viaggi. Solo in un secondo momento passo ad un lavoro di rifinitura fatto di nozioni, strutture e arrangiamenti per far sì che tutti gli ingredienti si trasformino in una serie di portate ben servite, senza dissonanze o sapori astrusi. Per me improvvisare è comporre in tempo reale.

Hai definito Latinista come “l’hapax definitivo e liberatorio della mia musica”. Cos’ha in più rispetto agli altri album? Gli altri dischi avevano un’apertura musicale molto ampia, ma anche molto definita, invece Latinista contiene una grande globalità di suoni e per questo mi soddisfa maggiormente. Realizza appieno quanto anticipato con Suonoglobal, aprendosi ad orizzonti che non appartengono solo all’Italia. La canzone Fiesta Global per esempio ha strofe in nove lingue diverse.

I brani affrontano anche tematiche impegnate, in contrasto con l’apparente leggerezza delle melodie, la stessa Bonjour Bahia parla della riscoperta del valore di ciò che perdiamo. Nella mia musica ho voluto mantenere una particolarità della tradizione musicale siciliana, che unisce melodie semplicissime a testi di una tristezza immonda. Sono molto contento perch? dopo di me anche altri artisti hanno avuto il coraggio di farlo, per esempio Carmen Consoli.

Da alcune tue dichiarazioni mi è parso di capire che ti piace cantare, ma ti dispiace che questo vada un po’ a discapito della tromba, è così? È così, ma se con gli Aretuska dessi più spazio alla tromba mi ritroverei a fare brani molto lunghi e cambierebbe un po’ il clima. Il progetto discografico è stato concepito in questo modo e la mia Sofia (è il nome della sua tromba, nda) è un po’ sacrificata, ma dal vivo posso sbizzarrirmi di più, così come con gli altri progetti paralleli a cui partecipo.

Hai già esplorato la musica a 360 gradi, cosa ti resta da fare in futuro? Un bel disco heavy metal di soli fiati! È un genere che seguo e mi piacerebbe riuscire a fare un’operazione del genere. Già solo questo è un bell’impegno…

E sul fronte delle collaborazioni? Sogni di realizzarne ancora qualcuna? Io e Tom Waits! Sto cercando di coinvolgerlo nel prossimo disco del progetto “Banda Ionica”, che è nato 12 anni fa per salvare il repertorio delle marce funebri del sud Italia. Abbiamo già fatto un album di inediti che rimandano a questa tradizione coinvolgendo grandi voci dell’area mediterranea, come Vinicio Capossela per l’Italia, Artur H per la Francia e Dani dei Macaco per la Spagna e ora vorrei farne un altro con artisti dell’area anglosassone. Ho già sentito Dave Byrne dei Talking Heads, ha gridato al miracolo quando gliene ho parlato.

La domanda d’obbligo a questo punto è: dove trovi le energie per tutte queste attività? Basta mangiare 200 grammi di peperoncino al giorno, rigorosamente dell’Accademia del Peperoncino che mi ha conferito la laurea ad honoris causa come messaggero della cultura piccante nel mondo. E dormire poco, perché altrimenti non si ha il tempo di fare tutto!

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