Interviste

Salmo, il nuovo album Hellvisback «è pensato per il palco»

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di Marco Agustoni
Foto di Alessandro Treves

Cosa succederebbe se Salmo incontrasse Elvis all’Inferno e i due finissero fusi in un’unica persona in seguito a un incidente d’auto? Può sembrare una premessa assurda, ma è la domanda a cui cerca di rispondere il rapper sardo con il suo ultimo album Hellvisback, in uscita il 5 febbraio per Sony. Registrato in totale libertà nonostante l’affiliazione a una major, l’album rimane in costante equilibrio tra presente e futuro. Non solo perché coniuga sonorità vintage con beat moderni, ma anche perché prende il primissimo disco dell’artista, The Island Chainsaw Massacre, come punto di partenza per nuove sperimentazioni. Ecco che cosa ha raccontato Salmo alla presentazione di Hellvisback, a pochi fan selezionati nel corso di un breve showcase.

PERCHE’ ELVIS?
«Il concept alla base del disco consisteva nell’unire qualcosa di storico con qualcosa di presente. Nello specifico, nell’unire Elvis Presley con il mio personaggio con la maschera. Ovviamente doveva trattarsi di qualcuno che mi piace, non per niente sin da ragazzino sono un fan di Elvis, con cui forse ho in comune la vena rock’n’roll» ha spiegato il rapper sardo, che ha scelto di far uscire la deluxe edition insieme ad un fumetto.  «L’ho creato con Fr3nk Liori, un ragazzo della Machete (l’etichetta fondata da Salmo, ndr) con cui lavoro da tantissimo tempo. Serve a introdurre il disco: comincia con il mio funerale, poi mi si vede all’Inferno, dove avviene l’incontro Elvis che mi chiede di aiutarlo a salvare il mondo. È la genesi di questo nuovo personaggio, Hellvisback, per l’appunto».

UN DISCO SUONATO
Una delle cifre stilistiche di questo album sono gli strumenti, la musica suonata. A confermarlo c’è la presenza di Salmo stesso alla chitarra, alla batteria e al piano. «Ho suonato anch’io in prima persona chitarra, batteria e piano, pur non considerandomi un vero e proprio musicista. E voglio mantenere questo aspetto anche durante i live.  Farò come col precedente disco, con una prima parte del tour in formazione classica mc più dj, assieme a Slait, e poi una seconda parte con la mia band e i pezzi riarrangiati per essere suonati. Ma questa volta sarà molto più semplice perché i pezzi sono già stati concepiti così. È un disco pensato per il palco». Ed è un disco che scuote l’ascoltatore, lo costringe a concentrarsi, ad una fruizione attenta: «Oggi la soglia di attenzione si è abbassata tantissimo, la gente ascolta i dischi come farebbero i produttori musicali, sentendo l’inizio di un pezzo e passando subito a quello dopo. Per questo Hellvisback è un disco che lavora tutto sulla soglia dell’attenzione, con stacchi all’interno degli stessi brani, che iniziano in un modo e finiscono in un altro». Un progetto con queste credenziali non può che nascere da un iter creativo meticoloso: «Al contrario di alcuni miei colleghi che si fanno mandare i beat, incidono la loro parte e poi hanno qualcuno che equalizza e sistema il pezzo, io curo ogni singolo aspetto del processo, in maniera quasi maniacale. Non sono mai soddisfatto di quello che faccio, per questo ci dedico tutta questa attenzione, tanto che alla fine ho il vomito e non riesco a riascoltarmi».

UN OSPITE ILLUSTRE
Tra i pochissimi colleghi con cui Salmo ha lavorato per Hellvisback ce n’è uno davvero illustre, Travis Barker dei Blink-182. «L’ho conosciuto quando sono andato negli USA per girare il video di Venice Beach. All’inizio abbiamo lavorato assieme perché hanno messo la mia faccia sulle sue T-shirt Famous (la linea di abbigliamento creata da Barker, ndr), la collaborazione musicale è nata successivamente: gli ho fatto avere dieci beat, lui ne ha scelti due e ci ha suonato sopra. Ha improvvisato completamente… è entrato in studio, ha registrato ed è uscito», ricorda ancora attonito. Salmo ha ospitato un big nel suo album, ma lui a sua volta è stato ospite di un grande nome della musica italiana contemporanea, Jovanotti. È stato Lorenzo a credere in lui e a volerlo come opening act dei suoi concerti negli stadi della scorsa estate. «È stata dura. Dopo i primi live volevo smettere, è stata la prova più difficile della mia carriera. Arrivato a un certo punto pensi di non avere più niente da imparare, ma non è vero. E io questa cosa con Jovanotti l’ho fatta proprio per imparare qualcosa di nuovo. Non avevo mai suonato davanti a 30mila persone che non conoscono i miei pezzi, ai primi due live è stato frustrante, perché la gente non mi ascoltava o se ne andava. Ma poi, anche grazie all’aiuto dei miei fan che sono venuti a supportarmi, è andata molto meglio».

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