Interviste

La festa di Samuele Bersani: condividere il palco ai tempi del selfie

Samuele-Bersani-tour-2015

Serata speciale per Samuele Bersani, che il 30 maggio ha deciso di invitare alcuni amici e colleghi a salire con lui sul palco durante quella che sarà una grande festa. Ne abbiamo parlato con il diretto interessato, finendo inevitabilmente a chiacchierare di passato, presente e futuro della musica. Tratto da Onstage Magazine n. 77 di maggio/giugno 2015

«Non sarà il titolo più felice del mondo, ma voleva raccontare l’idea di essere in tanti anche se facciamo un mestiere che ci vede spesso soli». Ammesso che ce ne fosse bisogno, bastano queste poche parole per convincermi che quello che Samuele Bersani ha organizzato il 30 maggio al’Auditorium Parco della Musica di Roma è una serata davvero speciale. Ha voluto chiamarla Plurale Unico, perché è l’occasione per vederlo sul palco insieme a tanti amici, oltre che colleghi, a condividere le canzoni di 25 anni di carriera. «È una festa che non avevo mai organizzato prima. È un concerto. Mi dispiace solo che non sia gratis».

Gratis?
Sarebbe bello vivere in un mondo ideale, dove uno ti fa entrare anche a casa. E uno le feste di solito le fa, gratis, a casa sua. Ma era un po’ difficile, i miei vicini non avrebbero mai accettato.

Da dove nasce l’idea?
Semplicemente mi sono guardato indietro e ho pensato che in tanti anni non ho mai fatto una delle cose più semplici, cioè una festa appunto. E poi sentivo l’urgenza di fare una serata diversa e stare un po’ con gli altri. Mi diverto per la prima volta, io che sono figlio unico, a vivere in gemellaggio con persone che ho incontrato in questi anni di lavoro e con le quali ho costruito un rapporto. Oppure con le quali ho semplicemente vissuto momenti belli, rari, che sono rimasti evidentemente sia a me sia a loro che vengono a trovarmi. E non è stato difficile trovare adesione e gioia. Condivido con loro delle canzoni che normalmente ho sempre vissuto in solitudine, perché anche quelle più allegre che ho fatto ero comunque sempre io da solo a cantarmele. E il fatto di poter vivere le mie canzoni insieme ad altri mi dà la possibilità di ascoltarle: in un certo senso non l’ho mai fatto. Uno scrive delle cose per sé, ma quanto è bello poter vedere un proprio vestito addosso a un’altra persona?

Non ti resta che dirmi chi hai invitato.
C’è ovviamente Pacifico, che da anni è un grande amico, oltre che una persona con la quale mi piace lavorare: abbiamo un rapporto autentico. Poi c’è una serie di altri amici, che forse pubblicamente si pensa siano più recenti, ma che in realtà stimo da anni e che ogni tanto mi capita di frequentare. Una novità assoluta può sembrare Caparezza, ma anche se i nostri mondi musicali sono distinti, diversi forse, c’è una certa vicinanza nei testi: parlo da fan, ma mi ha sempre colpito molto una certa familiarità nel saper fotografare alcune situazioni e nella scelta delle parole. Non è uno che butta via le parole. E poi Marco Mengoni, Carmen Consoli, Malika Ayane e Musica Nuda, quindi Petra Magoni e Ferruccio Spinetti. Mi fermo qui perché è ancora tutto in divenire.

Bersani, Caparezza, Consoli, Musica Nuda: sembra quasi una reunion di targhe Tenco.
Parli con uno che si è trovato al Tenco quando doveva ancora fare un disco. A me fa tanto piacere ogni volta che si parla di quel premio. Sicuramente ha messo in evidenza quelli che avevano da raccontare delle storie, ma ci sono tante persone che scrivono belle canzoni e magari non vincono mai un cazzo. Mi piace però ricordare che il concerto del 30 maggio è una situazione aperta ai musicisti: si tende spesso a guardare solo chi c’è davanti al microfono, ma nel mio mondo è indispensabile avere di fianco dei musicisti. Quindi ci sono anche dei grandi musicisti. Su Twitter si parla poco di loro, ma senza di loro come si fa?

A proposito di Twitter, la tua generazione è quella a metà tra i vecchi maestri cantautori che scrivevano con carta e penna e i giovani di oggi che usano molto i Social network.
Uno come me che è nato nel 1970 è inevitabilmente a cavallo fra due epoche, anche se quando dico epoca sembra di parlare di chissà quanto tempo e invece stiamo parlando di pochi anni. Ma quegli anni hanno davvero segnato una differenza in tutto, persino nel come si fanno le canzoni. È vero che oggi tutto si è sgrammaticato, dal punto di vista dell’umanità, perché è tutto più digitale, più asettico, più preparato, ma è anche vero che scrivere le canzoni è bello come vent’anni fa. Poi è normale in ogni epoca continuare a fare il lavoro che un altro aveva cominciato prima di lui. Non è che si parla di inventare la lampadina, come Edison, e prima di te non c’era nessun altro. Qui si parla di canzoni, e prima di noi c’erano questi maestri che continuano a essere un esempio. E comunque una bella penna che funzioni è sufficiente: non è indispensabile un tablet per scrivere canzoni. Ho l’impressione che oggi, così come ci si fa un selfie, poi si ascolti tanto la propria musica e poco quella degli altri.

Pensi che incidano anche le nuove modalità di fruizione della musica in streaming? Sta scomparendo l’idea del disco fisico da avere tra le mani mentre si ascoltano le canzoni.
I tempi sono cambiati, abbiamo tutte le canzoni che vogliamo nei nostri bagagli digitali, dagli Abba a Zucchero, ma è proprio lì il problema: è talmente tanto quello che abbiamo che non sappiamo più di averlo. Abbiamo perso l’urgenza di capire che cosa ci serve nel momento in cui la vogliamo. Ma non è sempre necessario fare un album, a volte può succedere che l’urgenza sia raccontare tre cose e poi da contratto tu sia costretto a raccontarne anche altre otto. E poi la fisicità di qualcosa che ti finisce nelle orecchie è un concetto particolare, non è un libro che comunque ti costringe a girare fisicamente pagina. Una canzone finisce, non ha interruzioni che ti obbligano a muovere il corpo per andare avanti. Semplicemente mi capita di vivere in quest’epoca, le cose stanno così e la sfida è anche questa: possiamo vivere senza l’oggetto concreto? Forse sì: Le storie che non conosci, per il progetto #ioleggoperché, io e Pacifico l’abbiamo messa solo su iTunes. E mai come oggi tutto sta nel passaparola. Esiste un tipo di contagio che parte dal basso e magari mette in mostra canzoni o artisti senza alcun tipo di appoggio alle spalle. Anche questo è importante in quest’epoca per i progetti indie o le produzioni minori dal punto di vista del budget. Le cose sono cambiate ma ci sono anche sfide, quindi non vedo solo l’aspetto negativo del cambiamento.

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