Interviste

Il segreto dei Negramaro secondo Giuliano Sangiorgi

segreto negramaro secondo giuliano sangiorgi
di Alvise Losi
Foto di Stefano Guindani

Un album di inediti dopo quattro anni, un successo sperato ma non aspettato, un lunghissimo tour nei palazzetti di tutta l’Italia. La band salentina è tornata con una sola certezza: se si ha qualcosa da dire, allora si troveranno orecchie pronte ad ascoltare. Abbiamo parlato con Giuliano Sangiorgi del nuovo album e dei live di novembre e dicembre, ma abbiamo finito per parlare dei grandi temi della vita, ma anche di quelli piccoli. E di quale sia il segreto dei Negramaro. Tratto da Onstage Magazine n. 80 di novembre-dicembre 2015

«Che bella questa cosa che tu ci abbia riflettuto». Giuliano Sangiorgi è una persona raggiante. Il sole del Sud si unisce al successo riscontrato da La rivoluzione sta arrivando, l’ultimo album dei Negramaro. Non sembra che siano passati cinque anni da Casa 69, perché nel frattempo loro non si sono mai fermati, ma questo nuovo disco è il risultato di un lungo percorso e come tale ha comportato certamente una tensione, in parte anche positiva, che si è accumulata per mesi fino al momento della pubblicazione. Solo che invece di crollare, come quando si supera un esame, continua ad accumularsi, perché il nuovo debutto, con il tour nei palazzetti, è dietro l’angolo. Ecco allora che quella frase che mi dice mentre gli spiego che ho pensato molto al titolo dell’album è anche il sintomo che quello stato di tensione emotiva sia ancora tutta lì. I Negramaro sono artisti e immagino che per un artista riuscire a stimolare alla riflessione sia la cosa più bella. E tra riflessione e rivoluzione evidentemente non c’è solo un richiamo dovuto alla rima.

La parola “rivoluzione” ha due significati: rivoluzione come giro e ritorno al punto di partenza (il moto di rivoluzione terrestre), ma anche come cambiamento e quasi ribaltamento di una condizione pre-esistente. Mentre la prima è inevitabile, la seconda va costruita. Quale delle due è più necessaria?
Quello in cui crediamo in questo disco, quello in cui crediamo in questa vita, è che la rivoluzione sia qualcosa di legato a quello che abbiamo perso e che va recuperato e messo al centro di tutto. Questo automaticamente può creare una rivoluzione che sia anche un cambiamento radicale. Quindi in un certo senso questa rivoluzione è un ritorno al passato, ma è anche un qualcosa che viviamo nel presente. C’è una ciclicità nel tutto e questa ciclicità ci aiuta a imparare, che è un aspetto fondamentale per promuovere oggi una rivoluzione culturale. Ed è fondamentale riuscire a dare un estremo e assoluto valore alla vita al centro di ogni discorso, dal politico al sociale, dal culturale al civile. La salvaguardia della vita umana è più importante di tutto, a prescindere dal colore, dalle bandiere, dalle istituzioni, dai confini, dalle città, da tutti i preconcetti che esistono e che fanno parlare e pensare a minacce. Le rivoluzioni partono dalle piccole cose, dal respirare l’aria tutti i giorni. Quindi le due rivoluzioni alle quali ti riferisci sono complementari. Per fare un cambiamento vero e profondo bisogna muoversi dalla sostanza e la sostanza siamo noi nel quotidiano: è soprattutto nel desiderio di collaborare che potremo tutti insieme mettere in atto una rivoluzione, un movimento, un moto vero e proprio che parta dall’anima e coinvolga tutto il resto.

La scelta di essere anche produttori dell’album è figlia di quel moto di rivoluzione? Di un’esigenza di intimità, di tornare a voi e tra di voi? È figlia appunto di quell’esigenza di cambiamento ma anche di ritorno?
Mi piace davvero un sacco questo tuo punto di vista. Perché fa coincidere qualsiasi tipo di movimento naturale a un movimento invece più desiderato e cercato. Sono due moti: un giro su se stessi e una rivoluzione ed evoluzione. Quindi da una parte una ciclicità, ed è stato vero nel tornare produttori di noi stessi, ma dall’altra l’avere nuovi punti da raggiungere, per esempio registrare a Nashville. Sono proiezioni in avanti di quella rivoluzione. Cerchiamo con tutte le nostre forze di crescere senza dimenticarci di chi siamo.

Parlando di musica e Nashville, mi vengono in mente nomi di giganti come Bob Dylan e Johnny Cash, e ce ne sono molti altri, che sicuramente sono musicisti che, in qualche modo, vi avranno influenzato. Ma l’ispirazione è fatta di tante cose: da una passeggiata a un libro a un film. Da dove arriva la vostra?
Naturalmente è fatta di tante cose: L’amore qui non passa per esempio ha un non so che di quella letteratura americana che si fonda sulla descrizione di alcuni stati d’animo precisi o di alcune macroscopie di piccoli avvenimenti, descrizioni di piccole cronache, piccole sensazioni, piccoli avvenimenti, cercando però di renderli quasi eclatanti in una storia più grande. Oppure con Attenta per me è inevitabile pensare ai noir di Paolo Sorrentino, del quale sono molto amico e con il quale abbiamo anche condiviso molto perché si è innamorato di questo brano mentre lo scrivevo. C’è sempre qualcosa che influisce: un libro, un film. Tutto forma un bagaglio culturale che rientra in quello che fai e che però magari non riesci a distinguere perché gli dai una nuova forma, dove un singolo elemento è confuso insieme a molti altri.

Ci sono tanti “qui” in questo album, a partire dai titoli di alcuni pezzi. Non credo, parlando di intimità, possa essere solo un caso… Ha a che fare con l’esigenza di portare chi vi ascolta vicino a voi?
C’è sicuramente questo bisogno, ma ogni “qui” è diverso. Ne Il posto dei santi c’è un “qui” che è legato al desiderio di conquista di felicità. In Se io ti tengo qui, quel “qui” è il posto dell’anima ed è un po’ registico perché c’è questo aspetto del salire e guardare dall’alto il “qui” terreno, che è invece quello di Tutto qui accade, dove è appunto più legato alle cose di ogni giorno, ma che aspira al perfettibile. La conclusione non a caso è L’amore qui non passa, dove c’è la sintesi perfetta di tutto questo. Il passato, da una parte, ma anche la certezza che un amore così non passerà mai.

Non vi siete fermati per quattro anni dopo Casa 69, una scelta legata alla vostra necessità di stare sul palco e viverlo. Cosa si prova così tanto tempo sempre in viaggio a trovarsi di nuovo soli (nonostante voi siate ben in sei) nel chiuso di uno studio? È per questo che avete sentito l’esigenza di registrare un po’ in tutto il mondo?
Sì, in parte c’è questo. Ma in parte c’era anche l’idea di viaggiare davvero, perché quando siamo in giro per concerti non c’è la possibilità di guardarsi intorno. Allora un po’ c’è stata questa scusa di girare. Anche se una delle cose più belle è stata lavorare in questa masseria in Puglia, nella nostra terra, che abbiamo riadattato a studio di registrazione. Era anche un modo per non chiudersi in un posto e così evitare l’isolamento e la solitudine. Montare uno studio in un luogo che al quale siamo affezionati è un modo per tenere vivo il piacere di stare insieme.

Nell’album affrontate tanti temi: dall’amore alla morte, entrambi simboleggiati dal logo in copertina. Spesso si dà per scontato che un artista metta se stesso in quello che scrive, ma quanto è inevitabile scrivere della propria vita nelle canzoni?
Noi siamo sei persone, quindi anche quando in un brano c’è qualcosa di riferito a un aspetto personale, queste sei persone poi decidono se abbia senso condividere e pubblicare quello che è stato scritto. Questo significa che poi si va a condividere con tutti coloro che ci ascoltano non solo la parte personale, ma quella parte personale che viene traslata in senso pubblico, cioè che diventerà pubblica automaticamente per l’argomento che tratta. Non c’è la necessità che io spieghi una canzone relativamente a un contesto. E anche se certamente una canzone come Il posto dei santi è riferita alla scomparsa di mio padre, sono tematiche che in realtà riguardano l’umanità in senso lato.

Gli album sono il frutto di anni di vita, ma in qualche modo chi li ascolta li vede come un’istantanea, il risultato di eterno presente. Allo stesso tempo quando canti una canzone può capitare che tu stia parlando di qualcosa che hai vissuto o pensato magari anni prima. Non è straniante?
Questo disco abbiamo iniziato a mixarlo nel settembre del 2014. E una delle domande che ci siamo fatti è stata proprio se quello che avevamo scritto e registrato fino a quel momento sarebbe stato in grado di reggere e mantenere il significato a un anno, un anno e mezzo di distanza, quando cioè lo avremmo pubblicato. E oggi i grandi risultati che ha avuto ci commuovono perché ci fa un immenso piacere che tutte le cose che abbiamo provato a tradurre in musica, pensieri e parole, magari molti mesi fa, abbiano attecchito su una realtà odierna. E questo significa che siamo riusciti da una parte a toccare corde profonde e in un certo senso immutabili nell’arco del tempo, dall’altra che siamo stati in grado di compiere una sorta di flash forward artistico e siamo riusciti a guardare in avanti nel tempo. Questo successo quindi per noi non è tanto una questione di numeri, ma di piacere nel capire che ci avevamo visto bene, che siamo riusciti a scrivere cose molto più profonde di quanto speravamo. Dai grandi produttori abbiamo imparato che più vuoi trasmettere meno devi mettere. Bisogna spogliare le cose, creare suoni non etichettabili alla moda del tempo, e per fare questo bisogna provare a scrivere belle canzoni. E fa piacere che ancora oggi dopo più di dieci anni brani come Estate o Nuvole e lenzuola suonino in radio.

Perché negli anni dello streaming e del digitale, quando le persone ascoltano sempre meno gli album interi, avete pensato di inserire una ghost track in La rivoluzione sta arrivando?
È una cosa che abbiamo fatto sempre e che continuiamo a portarci dietro. Le nostre ghost track non sono mai brani minori. È il nostro modo per lasciare un seme per il futuro. Un po’ come dire “finisce qui, ma non finisce qui: per ora passo e chiudo ma la porta è ancora aperta”.

Il progresso tecnologico sta cambiando parecchio il mondo della musica, penso anche al rapporto degli artisti con il pubblico, che grazie ai social network può essere più diretto. Non pensi siano un’arma a doppio taglio? Da una parte crei un canale diretto, dall’altra sei più facilmente soggetto a critiche, o peggio offese, gratuite…
I social sono un’arma formidabile per creare un contatto, ma è vero che questo contatto diretto è un po’ strano. Se penso a me stesso dalla parte del fan, credo che l’aura di rispetto e leggenda che avevo, ho sempre avuto e continuo ad avere nei confronti dei miei idoli fosse parte del loro fascino e mistero. Si tratta di una distanza non dico necessaria, ma utile ad alimentare il sogno. E i social network è come se avessero abbattuto questo muro. Può darsi che sia un fatto generazionale, e che quindi io preferisca quella distanza per i miei miti con un pizzico di nostalgia. La domanda che mi faccio sempre, quando penso a queste nuove modalità di fruizione della musica, ma in generale al rapporto con i propri miti, a prescindere dal fatto che siano musicali, è se questa cosa, queste tecnologie, ci consentano ancora di sognare, di sognare a occhi aperti come si faceva un tempo. Ecco, mi sembra si stia un po’ perdendo l’elemento del sogno. Sono un po’ combattuto: da un lato sono il primo a voler distruggere la distanza, ma allo stesso tempo, come utente, sono dispiaciuto dal fatto che scompaia questo mistero.

Dal vivo invece le barriere si abbattono per forza. Cosa possiamo aspettarci dai concerti? Il concept grafico dell’album lo porterete anche sul palco?
Sicuramente. Tutte le grafiche di Ermanno sulle quali è basato anche l’album le abbiamo mantenute nel live. Abbiamo lavorato su questi grandi concetti di vita e morte e di ironia ed Ermanno è riuscito a rendere leggero quello che poteva essere pesante e a rendere profondo quello che rischiava di sembrare troppo leggero. Le grafiche del disco diventeranno in alcuni casi delle vere e proprie animazioni. Ma senza esagerare perché deve essere una commistione con quello che poi è lo show di una band rock. I nostri concerti non devono né potranno mai essere qualcosa di televisivo. Il live sarà un mix di animazione e di libertà musicale. Abbiamo ricercato il giusto equilibrio. Mentre per quanto riguarda l’aspetto più puramente musicale, non voglio togliere la sorpresa e ti posso solo dare la parola d’ordine che ci siamo dati: “mash-up”. E naturalmente suoneremo parecchie cose dal nuovo album.

Tornando al concetto di rivoluzione come ritorno al punto di partenza, sono 12 anni che la storia dei Negramaro prosegue: stare in una band è una grande storia di amore e di amicizia e in ogni storia ci si vuole bene ma si litiga anche. Qual è il vostro segreto per restare insieme?
Il segreto sta nella differenza tra resistere ed esistere. Questa storia tra di noi esiste e non resiste. Ecco perché esiste.

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