Interviste

Sergio Castellitto, La buca, Daniele Ciprì e quel senso di commedia all’italiana

sergio-castellitto-la-buca-daniele-ciprì-commedia

Il grande attore romano Sergio Castelitto ci parla del nuovo film di Daniele Ciprì La buca, dove recita con Rocco Papaleo. Un ritorno alle origini della commedia all’italiana.

di Antonio Bracco

L’impatto con questa commedia è quasi anacronistico rispetto alle altre che popolano le sale. Si respira piacevolmente l’atmosfera di un cinema che non si fa più.
Sì, è una commedia paradossale, raccontata con un alto gusto cinematografico che allo stesso tempo cerca di raccogliere la grande esperienza della commedia all’italiana. È divertente, ma in qualche misura “mostruosa”. Insieme a Rocco Papaleo abbiamo creato personaggi che sono figli dei grandi attori del passato, come Gassman, Tognazzi, Manfredi e Sordi, riciclati e ridisegnati da Daniele Ciprì e dal suo gusto cinefilo… E cinofilo, perché c’è anche un cane nella storia.

Tu, Papaleo e Ciprì, tre registi sul set. Non vi siete mai incornati?
Rocco ed io siamo attori abituati a dipendere dalla visione del regista con il quale lavoriamo. Sappiamo discernere quando la parola spetta a noi. Abbiamo avuto una grande fiducia in Daniele e lui stesso ha capito subito che gli stavamo creando delle buone maschere, quindi ci ha lasciato molto liberi di inventare. Devo ammettere peraltro che erano anni che non avevo un incontro così piacevole umanamente e artisticamente. C’è stata tra tutti un’intesa immediata. È così bello andare d’accordo quando si fa un film. Ci siamo molto, molto divertiti.

Il tuo personaggio è un imbroglione che si abbiglia con giacche a quadrettoni. Ha uno stile tutto suo.
Assolutamente. È stato splendido raccontare questo avvocato un po’ tronfio che si veste con un abito che sembra più un costume, andando sopra le righe anche esteticamente con un cappotto di cammello, giacca quadrettata, scarpe e calzini ricercati. Ma dietro questa apparente signorilità c’è un millantatore. È un affettuoso coglione, io lo definisco così.

Papaleo interpreta un uomo mesto che ha scontato ingiustamente trent’anni di carcere. Il tuo avvocato trova in lui uno spiraglio per intentare una causa milionaria ai danni dello Stato.
Sulla carta si può dire che ci siamo scambiati un po’ i ruoli. Paradossalmente lui fa più un personaggio malinconico e io più un personaggio tragicomico. Abbiamo mescolato le carte, in un certo senso. E poi c’è Valeria Bruni Tedeschi che è stata un amore d’attrice, piena di gusto, di simpatia italiana e di eleganza francese. È una storia costruita tra guazzabuglio emotivo e complicità cinematografica.

L’aggettivo con cui siamo maggiormente definiti noi italiani, e con il quale più ci piace definirci, è “furbi” nel senso truffaldino del termine.
Siamo abituati a vivere in un mondo in cui chi frega è furbo e chi è fregato è coglione. Abbiamo un senso della giustizia che è molto… italiano, ecco. E nel film c’è proprio la retorica del millantato, ma in fin dei conti il truffaldino si rivela molto più ingenuo e l’ingenuo si rivela molto più furbo di quanto si potesse immaginare.

Tu e Rocco date vita, di fatto, a una coppia comica: vi siete ispirati a qualcuno?
Ci siamo divertiti a citare La strana coppia con Jack Lemmon e Walter Matthau, dove quest’ultimo fa la parte del cattivo, dello spietato e l’altro è invece il frignone, l’ingenuo. Ma abbiamo parlato di loro come di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, passando per chissà quante altre coppie. In questo senso penso che il nostro duo sia molto ben assortito.

Ti sei mai sentito truffato nel mondo dello spettacolo, che certo non eccelle per limpidezza?
Sì certo, chiunque di noi si è sentito truffato, ma l’importante è non sentirsi truffatori. E comunque l’umanità in generale si può dividere tra fregatori e fregati, tra defraudatori e defraudati, tra vampiri e vampirizzati.

Commenti

Commenti

Condivisioni