Interviste

Simone Cristicchi 2010

BENVENUTI NEL MIO ALBERGO

Disarmante nella sua semplicità e straordinariamente normale, Simone Cristicchi si racconta senza mai cedere il passo a considerazioni banali e lo fa con quell’irresistibile accento romano, per cui starei ore ad ascoltarlo. La sua presenza al Festival di Sanremo, come spesso è accaduto, non è certo passata inosservata e adesso è tempo di portare in giro per i teatri di tutta Italia il suo tour, intitolato proprio come il nuovo disco, Grand Hotel Cristicchi.

di Roberta Maiorano

Il tuo nuovo spettacolo non è un semplice concerto, ma qualcosa di unico, a metà strada tra cabaret e teatro-canzone. Per rendere ancor più particolare il tutto hai voluto sul palco gli GNU Quartet, straordinario quartetto d’archi, e il pianista Michele Ranieri. Come si sono incrociate le vostre strade? Ho incontrato gli GNU quattro anni fa. Mi hanno portato un loro cd alla fine di un concerto. Quando l’ho ascoltato mi sono reso conto subito della ricchezza e della perfezione delle loro composizioni, soprattutto della genialità del violoncellista Stefano Cabrera. Li ho richiamati per affidare loro l’arrangiamento di alcuni miei brani; in principio dovevano essere due o tre e invece mi hanno curato otto pezzi. Il mio entusiasmo è stato grande. Con queste premesse, lo spettacolo si presenta sfaccettato e ricco di sorprese. Sul palco c’è un grande affiatamento tra noi, la certezza tecnica che offrono i musicisti che mi affiancano è straordinaria. Loro si divertono a interagire con me, a interpretare i brani vestendo i panni di attori. C’è spazio per l’improvvisazione, spesso andiamo avanti senza seguire una scaletta, un po’come un musical. Quello che rende unico questo show è l’alternanza di emozioni: si passa dalle risate alle riflessioni e alla commozione.

Il nuovo album, costruito come un labirinto di musica e testi, sembra quello della maturità. Le canzoni diventano quasi “stanze musicali”, arredate sempre in stili diversi. Ma com’è nato questo Grand Hotel Cristicchi a tre anni di distanza dal grande successo di Dall’altra parte del cancello? È un disco nato tra una tappa e l’altra dei miei tour, periodo lungo in cui non mi sono fermato un attimo, tranne che per la nascita di mio figlio Tommaso. Spunti, idee e pensieri si sono materializzati mentre ero chiuso nelle camere d’albergo: ogni storia che ho raccontato è come una stanza di quegli alberghi, ognuna con arredamenti diversi. Non ce n’è una in particolare in cui mi senta a mio agio anche perché, nonostante tutto, non amo raccontare la mia intimità. Ho molto pudore e preferisco parlare di me con l’autoironia.

Di te colpisce l’originalità: pur seguendo la scia del classico cantautorato italiano, è difficile paragonarti a qualche grande del passato. Da sempre mi ispiro a uomini come Giorgio Gaber o Fabrizio De André, passando per il mai dimenticato Rino Gaetano. Una scoperta straordinaria è stata per me anche la musica popolare (memorabile la sua collaborazione con i minatori di Santa Fiora, nda), la vera madre della canzone italiana.

Cantando Meno Male sul palco di Sanremo hai denunciato il vero cancro del nostro tempo: la disinformazione. L’ironia tagliente di quel brano richiama alla mente la Nuntereggaepiù di Rino Gaetano: ma la gente ha davvero compreso il senso della canzone? Sono stato chiaro e diretto, penso che gli italiani ne abbiano colto il significato. Quello che volevo evitare era di rendermi antipatico, di salire in cattedra e sparare a zero su chiunque. Mi sono preso anche un po’ in giro: in fondo ho espresso solo il mio punto di vista.

Il Festival di Sanremo rappresenta ancora una buona occasione promozionale per un musicista? L’opportunità che dà un’apparizione al Festival è preziosa, inutile negarlo. Sicuramente è una vetrina importante e meno effimera di quella offerta dai talent-show. Per quanto mi riguarda, durante e dopo Sanremo ho lavorato tanto, promuovere i miei lavori è stato molto più facile e dopo la vittoria del 2007 la mia popolarità è notevolmente cresciuta. C’è un pezzo tragicomico del mio nuovo album, intitolato Meteore che è dedicato a tutti quei ragazzi che, dopo essersi immersi nelle luci abbaglianti di un talent, tornano drammaticamente nel buio dell’anonimato. Non è una critica, ma solo una dedica a quelli che considero vittime consapevoli o inconsapevoli di un sistema (quello televisivo) che rischia di strangolare sogni e talenti.

Sai bene che la discografia da anni è malata e non sembrano esserci medici né medicine capaci di curare tracolli di vendite e confusione. L’unica cosa che resta da fare è tornare a dare valore all’oggetto musicale da mettere in commercio, arricchirlo e corredarlo in modo multimediale, magari anche con un libro che accompagni il disco.

La paternità ti ha reso più saggio, nonostante l’ormai celebre testa piena di riccioli e lo sguardo da funambolo ti facciano apparire come uomo tutto genio e sregolatezza. L’arrivo di mio figlio è stato uno spartiacque nella mia vita. Ho smesso di essere io al centro di tutto e l’idea che ci sia qualcuno che dipenda in tutto da me non solo mi arricchisce, ma mi responsabilizza. È finito il tempo in cui pensavo solo al successo, adesso so che il mio lavoro sarà utile a far crescere sereno Tommaso. L’etichetta dell’artista trasgressivo non mi appartiene: il mondo in cui i nostri figli cresceranno è pieno di angoli bui; io vorrei, attraverso la mia musica, fargli vedere le cose da una prospettiva più sana e con colori più vivi, farlo sorridere con animo fresco.

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