Interviste

I Simple Minds non hanno nessuna nostalgia degli anni Ottanta

simple minds non hanno nostalgia anni ottanta

La band di Jim Kerr torna per un unico concerto a Milano. È stata l’occasione per ripercorrere un po’ di storia degli anni Ottanta, ma anche per parlare del presente e del futuro della musica, tra live e talent show. E qualche ricordo dell’Italia, come quella volta che a Torino i fan di un altro artista lanciarono loro di tutto sul palco. Tratto da Onstage Magazine n. 80 di novembre-dicembre 2015

Gli anni Ottanta sono stati tante cose. Futilità e capelli laccati, ma anche pop realizzato con grande professionalità e idee. Mtv e i videoclip, ma anche i grandi eventi live per cause sociali e politiche. I Simple Minds hanno attraversato tutte queste fasi: circondati d’oro nel video di Glittering Prize, colonna sonora di un film simbolo di quegli anni (The Breakfast Club) con Don’t You, impegnati politicamente con Mandela Day. Poi, come moltissimi di quel periodo, ha seguito una lunga fase di crisi. Ma l’anno scorso Jim Kerr e soci hanno pubblicato Big Music, un album che potrebbe fare da sussidiario per molti gruppi pop che iniziano oggi. E a certificarne il successo arriva il 21 novembre il concerto al Forum di Assago, venue che non visitavano da tempo, ormai abituati a dimensioni più ridotte. «Big Music ci ha dato grandi soddisfazioni», ci spiega Jim Kerr, rubizzo e cordiale come sempre. «Sia per le reazioni della critica e dei fan sia per come le canzoni sono cresciute suonandole dal vivo. Ci ha dato un grande entusiasmo che ha fatto da carburante, e stiamo già guardando avanti, lavorando sul nuovo album».

Quale direzione seguirete nel prossimo lavoro?
Siamo stati tutti d’accordo nel considerare Big Music il punto di partenza e un riferimento importante, perché suona ancora fresco e valido. Ma non vogliamo fare un Big Music 2: stiamo già iniziando a muoverci verso qualcosa che ha un carattere originale.

Se guardi indietro a qualche anno fa, quando la band ha attraversato il suo momento più buio, cosa pensi?
Alla fine degli anni Novanta eravamo in grande difficoltà. Mancava l’ispirazione e senza quella tutto si sgonfia. Non siamo mai stati così vicini alla fine del gruppo. Poi all’inizio del 2002, piano piano le cose hanno iniziato a girare di nuovo e gli ultimi dieci anni sono stati positivi.

Cos’è cambiato?
Negli ultimi anni l’industria musicale nella quale siamo cresciuti è praticamente scomparsa intorno a noi. Sarebbe stato facile essere negativi, lasciarsi andare. E invece ci siamo guardati e ci siamo chiesti: perché siamo entrati in questo mondo? Per essere artisti, per fare musica. Non ci interessa fare un disco ogni quattro anni cercando di tirar fuori a ogni costo una hit. Se arriva bene, ma se non arriva non c’è problema. La nostra è una sfida con noi stessi. Così ci siamo focalizzati sul nostro lavoro, cercando di fare il meglio possibile.

Come ti spieghi il fatto che oggi molti gruppi di quell’epoca stiano vivendo una seconda giovinezza?
È strettamente connesso ai motivi della crisi che hanno attraversato molti, come noi. Se escludiamo una o due eccezioni, chi era stato grande negli anni Ottanta è stato poi rifiutato dalla generazione successiva. Ne avevano abbastanza, non volevano ascoltare la musica dei loro fratelli maggiori, volevano la loro musica. Così è stata dura a prescindere. Inoltre, senza voler sembrare patetici, dopo la sbornia degli Eighties eravamo come spremuti, esauriti. Avevamo dato le nostre migliori idee, avevamo figli ai quali badare, le vite erano cambiate. Non eravamo nelle condizioni migliori per essere sul pezzo.

Mentre oggi siete cambiati voi e il pubblico…
Se sopravvivi alla generazione che ti ha rifiutato, poi la strada è in discesa. I ragazzi di oggi ti ascoltano senza pregiudizi, ti scoprono… «Ehi, questi mi piacciono, li ho sentiti in Breakfast Club!». Senza contare che molte nuove band oggi rispolverano i suoni di allora e così noi e altri siamo passati dal ruolo di sorpassati a quello di modelli ai quali ispirarsi.

Ci sono stati però alcuni che non solo sono sopravvissuti ma anzi sono diventati ancora più grandi, come gli U2…
Certo, ogni band ha la propria storia, anche se pochissime sono uscite da quel decennio restando ad alti livelli. Tu mi citi gli U2 ma loro, a parte essere dotati di un talento enorme, avevano alle spalle Brian Eno, Daniel Lanois… hanno avuto la bravura di aggiungere menti alla loro causa. Mentre altri gruppi hanno visto componenti andarsene, management squagliarsi al sole…

Segui la scena pop attuale?
Sì, nei limiti del possibile. Il mio miglior amico di Glasgow ha una trasmissione in radio dove mette tutte novità ed è lui a segnalarmi le cose che devo assolutamente ascoltare e tenere d’occhio. Mi piacciono i Chvrches, dei quali è appena uscito l’ultimo album e che hanno collaborato con noi in Big Music. E di recente sono andato al concerto dei Tame Impala con mio figlio, che ha 23 anni e impazzisce per loro.

Ti capita mai di rimpiangere i vecchi tempi, quando tutto sembrava più facile?
Quando sono arrivato a Milano l’ultima volta, nel tragitto dall’aeroporto all’albergo ho pensato ai momenti trascorsi in questa città, all’entusiasmo che c’era in un certo periodo. Anche non volendo ho finito con l’essere preso dalla nostalgia. Ma una volta arrivato in hotel ho trovato in mail l’mp3 di un pezzo al quale stiamo lavorando e che il produttore mi ha inviato. E subito mi sono tuffato nel presente, mi sono sentito vivo: l’ho ascoltata e ci ho lavorato per mezz’ora. Quello è il futuro, il modo di dare senso alla mia esistenza.

Dici mp3 e pensi ai nuovi modi di fruire della musica come i servizi di streaming. Pensi che possano essere una soluzione alla crisi della discografia?
No, credo solo che sia l’unico modo al momento, ma non certo il migliore. La realtà è che noi siamo stati fortunati perché abbiamo vissuto l’unica fase della storia nella quale si potevano fare soldi facendo musica. Perché all’inizio, all’epoca dei bluesman, quegli artisti non portavano a casa nulla. E oggi… Ma nel nostro periodo è nata MTV che ci ha portato in tutto il mondo, anche se in televisione venivamo malissimo.

Eppure oggi la musica è ovunque.
Sì, ma annega in tante altre cose. I ragazzi hanno la vita piena di stimoli: giochi, smartphone, televisione… non hanno bisogno di ascoltare la nostra musica. Trent’anni fa era una componente fondamentale della vita dei giovani. Oggi è solo una delle tante, e nemmeno la più importante.

Come può reggere la musica senza essere pagata adeguatamente?
Oggi ti paga concedendoti il proprio tempo. Perché dovrebbero ascoltarmi? Mi stanno regalando tempo della loro vita, è la loro forma di pagamento. È ciò che fanno quando vengono a vederci dal vivo.

Come fa un gruppo nato e cresciuto in un mondo completamente diverso ad adeguarsi a questa situazione?
Per noi è cambiato tutto: la tecnologia è stata rivoluzionata, i negozi di dischi sono scomparsi così come le riviste di musica. Ma se mi chiedi cosa facciamo… Io ti dico che fondamentalmente il nostro compito è cercare una melodia e un’atmosfera e combinarle in una canzone. Le stesse cose che facevamo trent’anni fa.

Con la storia che hanno, i Simple Minds potrebbero vivere di rendita e fare solo tour celebrativi con i più grandi successi. Perché realizzare nuovi album, visto che non c’è nemmeno più l’incentivo commerciale?
Scrivere canzoni per noi è importante per sentirci ancora vivi. Non voglio sembrare pretenzioso e usare termini come “artista”, ma da quando abbiamo superato la quarantina, non ci siamo sentiamo bene se non stiamo lavorando su un’idea, creare è diventata un’esigenza. Se non riesci a tirar fuori qualcosa di degno subito può risultare frustrante, però in quel caso diventa esaltante il percorso, la sfida di trasformare qualcosa che non funziona in una bella canzone. E per fare questo serve impegno.

Come funziona oggi per voi il processo creativo?
Sicuramente non ci sediamo aspettando che arrivi la musa dalla finestra a ispirarci. Non è così che vanno le cose. È un lavoro, pertanto devi usare i tuoi muscoli, la testa e avere grande disciplina. Ti devi alzare al mattino e metterti all’opera.

Tra le cose che non c’erano trent’anni fa ci sono i talent. Come giudichi questo fenomeno?
Riguarda più la televisione che la musica. Per qualche ragazzo che sogna una carriera può essere un’opportunità, anche una scorciatoia. Ma il vero problema è che puntano sugli interpreti penalizzando le band e gli autori. Così per uno che ce la fa e diventa una popstar affermata, ce ne sono tantissimi che avranno una grande carriera… sulle navi da crociera o ai matrimoni.

I vostri inizi sono stati di tutt’altro tipo. Cosa ricordi?
Noi non avevamo idea di cosa volesse dire “avere una carriera”. Non avevamo mentori o professori a insegnarci e guidarci. Facevamo tutto in casa per poi andare a suonare in pub osceni o in club frequentati da metallari che erano pronti a ucciderci. Il nostro talent show è stato: essere uccisi oppure no! Ma anche una volta famosi ci sono stati momenti difficili…

Per esempio?
Una volta a Torino abbiamo suonato prima di Peter Gabriel e sul palco ci hanno tirato di tutto. Però sono state tutte esperienze utili per imparare a sopravvivere, per cementare l’unione del gruppo, perché ci sentivamo noi contro il mondo. L’etica del punk, “fallo a modo tuo”, è sempre stata valida.

Se per i nuovi ci sono i talent, per molti del passato si punta sull’effetto revival. In Inghilterra ogni anno c’è l’80’s Festival: che ne pensi?
Ci hanno offerto un sacco di soldi per partecipare a quelle cose. Ma abbiamo sempre detto di no… per ora. In primis perché siamo troppo orgogliosi e poi, grazie al cielo, non abbiamo bisogno di quei soldi… per ora! Intendiamoci, non credo che chi partecipa lo faccia solo per soldi, ma piuttosto perché non ha altro su cui puntare, è un modo per sentirsi ancora amati dal pubblico. Per fortuna noi abbiamo anche altre carte da giocare.

Passare alla storia della musica e non essere solo parte della storia di un periodo…
Devi essere orgoglioso dei momenti che hai vissuto. Negli anni Ottanta sono emersi tantissimi gruppi fantastici e non erano solo gli anni dei capelli assurdi dei Kajagogo e delle Bananarama, ma anche quelli di New York di Lou Reed e dei primi lavori dei R.E.M. Ma se vado ad ascoltare gli Who… vedo una grande band, non vedo gli anni Sessanta, anche se sono emersi in quel decennio. E, anche se il fatto di non aver combinato molto negli anni Novanta non ci aiuta, è questo quello che vogliamo essere noi.

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