Interviste

Sir Bob Cornelius Rifo diventa SBCR: «The Bloody Beetroots? Ne riparliamo nel 2017»

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cLa mente di Simone Cogo – meglio noto come Sir Bob Cornelius Rifo – è un vulcano in continua eruzione. Il suo cervello accumula idee alla velocità della luce, e lui le esprime con audacia e sicurezza senza contemplare pause. Un giorno è sul palco al fianco di Steve Aoki a fomentare distruzione, il giorno dopo si chiude in studio per registrare un brano con Paul McCartney. A luglio stava mettendo i dischi al Tomorrowland, mentre due anni fa partecipava a Sanremo insieme a Raphael Gualazzi. Estremi che finiscono per toccarsi. Esattamente come il suo credo: distruggere per creare. E la sua ultima creazione si concretizza nel progetto SBCR (acronimo di Sir Bob Cornelius Rifo), che punta molto in alto: vuole essere «una rilettura di quella che è stata e di quella che sarà la musica elettronica nella sua forma e nella sua sostanza». La citazione virgolettata è estrapolata da un Manifesto pubblicato ufficialmente dal prolifico produttore – dj – polistrumentista – fotografo (in una parola: artista) di Bassano Del Grappa.

A quanto pare c’è aria di rinnovamento. Ci spieghi il significato di questo nuovo nome in codice?
SBCR è un progetto sperimentale che esiste dall’inizio di quest’anno. Con questo moniker ho pubblicato due Ep e a breve ne uscirà un terzo: nella mia testa tutto quello che ho fatto e farò con SBCR servirà a portare nuovo sangue al ritorno dei Bloody Beetroots nel 2017. Non potevo semplicemente trasformare The Bloody Beetroots in un dj set, perché loro sono a tutti gli effetti una band. Avevo bisogno di qualcosa di più snello, più veloce. L’intento è quello di spingermi il più lontano possibile dalla mia comfort zone e se necessario arrivare anche a dissacrare The Bloody Beetroots, in modo da raccogliere nuove ispirazioni per rinnovarlo ulteriormente in futuro. Tengo molto alla data del 5 dicembre al Fabrique, perché avrò l’occasione di presentare a Milano questo progetto che porterò in giro anche per tutto il 2016.

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Continuando a parlare di novità, so che stai lavorando anche su una nuova maschera… quando sarà pronta?
Non te lo so dire… so solo che abbiamo accumulato – e ci aspettano ancora – tante ore di officina. Sto lavorando insieme a Jerry Constantine, che in passato ha messo lo zampino sulle maschere dei Daft Punk ed è attualmente impegnato con la serie tv The Walking Dead. Praticamente è l’Uomo delle Maschere per eccellenza, quindi sono in buone mani. Quello che posso dirti è che tutti gli step verranno adeguatamente documentati e condivisi in rete!

Gli Ep che hai pubblicato con lo pseudonimo di Sir Bob Cornelius Rifo contengono diversi featuring. C’è stato qualche amico che non sei riuscito a reclutare e che magari vedremo in qualche produzione futura?
Non puoi nemmeno immaginare quanti. Sto facendo così tanta musica che è impossibile rilasciarla tutta. Spesso sono in studio con persone che alla fine rimangono nel mio hard disk! Per ovviare a questa impossibilità mi sto anche inventando dei Free Download, perché l’alternativa sarebbe fermarsi – ma è una cosa che non riesco proprio a fare. La lista di persone con le quali collaboro e vorrei collaborare è talmente lunga che non so da dove cominciare – purtroppo e per fortuna.

A giudicare da ciò che ho letto nel tuo Manifesto, sembri intenzionato a fare le cose sul serio. Dalle tue parole traspare una voglia di rivoluzione. Cosa provi quando ti incasellano nello scenario EDM?
Io sostengo che la cosiddetta EDM non sia una casella, ma un’etichetta creata dal mercato americano per giustificare il fatto che si potesse fare un business intorno a qualcosa. L’inevitabile conseguenza è che alla fine ci abbiano messo dentro un po’ di tutto, e quindi capita che anche il mio nome finisca nella trappola. È una definizione che sta diventando talmente pop da assumere un significato dispregiativo. Spesso viene confuso con la Progressive House, che è il genere principale che funziona ora sui dancefloor. A mio parere anche quel mondo è arrivato al suo picco, e si sta sgretolando. È stato un suicidio: ricavare finanze dalla musica è legittimo, perché i conti dobbiamo pagarli tutti. Ma quando il concetto viene esasperato non rimane più nulla. Non ho problemi a dirti che la Progressive House moderna sia uno dei pochi generi musicali che non rispetto, perché nella maggior parte dei casi (soprattutto quando si parla di artisti che godono di grande esposizione mediatica) viene confezionata in maniera industriale. Si è diffuso il bruttissimo vizio di creare un dj-producer che pare un ologramma da quanto è falso: le tracce che compongono gli album di questi personaggi vengono selezionate tra i lavori dei cosiddetti Ghost Producer (produttori musicali che operano nell’ombra, ndr). È inevitabile che non traspaia un minimo di integrità, e la cosa mi da molto fastidio. Non a caso uno dei miei obiettivi principali è collaborare con i Ghost Producer e portarli allo scoperto attraverso SBCR. Sono convinto che molti di loro abbiano molto da insegnare. Io voglio imparare da chi fa la sua musica, da chi ci mette il cuore e l’anima. C’è un universo nascosto oltre a quello che ci fanno vedere sotto i riflettori. E io voglio scoprirlo.

Hai descritto un panorama piuttosto desolato. Dove sta andando la musica elettronica? C’è ancora qualcuno in grado di innovare nel 2015?
C’è un nuovo suono che sta nascendo e che sta azzerando la Progressive House. Un suono che parte dal dubstep e lo rallenta, conservando l’aggressività dei suoni ma proponendoli in modo più elegante, meno sfacciato. Il mio odio per le etichette mi impedisce di pensare a una definizione buona per descrivere questo suono, ma è una new wave che consiglio a tutti di ascoltare. Perfino un genietto come Skrillex sta andando in quella direzione. Ed è un suono che anche io sto cercando di sintetizzare, naturalmente attraverso il mio gusto… quindi inserendo qualche chitarra in più.

Sarà interessante assaggiare qualcosa il 5 dicembre al Fabrique. Dimmi la verità: quando metti i dischi speri sempre che la gente si metta a pogare?
Assolutamente sì. Ma infatti succede. Magari non capita in posti come Miami, ma solitamente durante i miei dj set parte almeno un momento di totale distruzione. E se non parte da solo lo faccio partire io! SBCR è importante perché crea un certo tipo di umanità tra me e la folla: io li incito, li provoco. Esco dalla console e urlo al microfono. Alcune volte mi dilungo talmente tanto che mi accorgo che il disco sta per finire, ma sono troppo lontano dal mixer per riuscire a fare partire in tempo la traccia successiva… ma non me ne frega niente. È successo diverse volte che il disco finisse, non è un problema: per me è più importante il rapporto con il pubblico. L’empatia deve emergere a ogni costo.

Manifesto SBCR

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