Interviste

Skunk Anansie in tour nei teatri: «C’è un lato intimista sempre vivo in noi»

Skunk Anansie teatri

Dopo i tantissimi concerti post-reunion, gli Skunk Anansie hanno trovato il modo di farsi ancora un bel giro, con un tour acustico nei teatri. In attesa di vederli dal vivo in Italia, Skin ci ha spiegato come è nato questo progetto. E cosa pensa del nostro “amabile e assurdo” Paese.  Foto di Stuart Weston (Intervista tratta da Onstage Magazine, numero di marzo 2013)

E’ singolare che abbiate aspettato vent’anni prima di pubblicare un album live. Di solito è un ottimo mezzo per monetizzare nel momento di maggior fortuna di una band.
Chi dice che non sia questo il nostro momento di massimo splendore (ride, ndr)? A parte gli scherzi, in effetti non mi vengono in mente molti gruppi che abbiano aspettato così tanto per pubblicare un live, soprattutto in un momento come questo in cui, se una band riesce ancora a vendere qualche album, viene spremuta fino all’osso. In genere, operazioni di questo tipo sono richieste dalle case discografiche, ma non è mai successo. E quando ci siamo sciolti il nostro contratto era già finito, quindi non hanno potuto sfruttare l’occasione. In ogni caso, la scelta di pubblicare un unplugged come primo disco dal vivo ci soddisfa e ci distingue dai cliché.

Però sai anche che fare qualcosa per distinguersi dai cliché è un cliché!
Hai ragione! Lo dicevo per sottolineare che oltre ad aver aspettato tanto tempo e non aver preso alcuna decisione a tavolino, siamo comunque riusciti a fare qualcosa di non convenzionale. Sai, la dimensione live è sempre stato uno dei punti cardine della nostra carriera. Però, in Rete era ormai possibile trovare così tanti nostri show elettrici che ci sembrava quasi di aver già fatto anche quello. Volevamo qualcosa di davvero inedito.

Apparentemente, un disco acustico è davvero singolare per gli Skunk Anansie: siete noti per gli show incendiari, sudati. Però siete nati nel 1994, anno fondamentale per la riscoperta della musica unplugged.
Non l’abbiamo mai percepito come una violenza nei confronti dei nostri show classici perché pur avendo sempre avuto un’attitudine aggressiva, c’è un lato intimista sempre vivo in noi. Il periodo di cui parli, in effetti, era proprio diviso tra grandi urla di rabbia e melodie orecchiabili e facilmente riproducibili in acustico. Siamo sempre stati grandi fan delle pubblicazioni di MTV di quegli anni: credo abbiano regalato alcuni degli album più intensi della storia del rock. Oltre a Nirvana ed Alice In Chains, penso anche ad artisti dati per finiti e rinati completamente, come Eric Clapton o Jimmy Page e Robert Plant.

È cambiato il tuo approccio al canto? Hai parlato di una sorta di crisi di autostima…
Il fatto che il pubblico possa amare la tua voce non ti preserva dalla paura di confrontarti con determinate situazioni. Per un attimo ho temuto che le nostre canzoni, caratterizzate da tutti quei suoni e quegli arrangiamenti, potessero non funzionare se spogliate di tutto. Inoltre temevo di dover cambiare il mio classico modo di cantare e, per così dire, trattenermi quando invece avrei voluto spingere in alto. Sapevo bene di essere perfettamente in grado di tenere le note urlando, ma non sapevo se lo sarei stata anche a basso volume. È stata una bella sfida.

(Clicca sulla freccia per continuare a leggere)

Commenti

Commenti

Condivisioni