Interviste

Skunk Anansie: «Black Traffic è la nostra protesta»

Skunk Anansie intervistaIl quartetto guidato dalla bellissima Skin, a novembre in Italia per tre date, è giunto al secondo album post reunion. Black Traffic è un disco arrabbiato da cui emergono tematiche molto attuali e suoni potenti. Ne abbiamo parlato in maniera approfondita con la cantante oltre che con Mark Richardson e Ace

Avete inciso il vostro disco in session diverse, tra cui una a Los Angeles a casa di un amico. Ho la sensazione che abbiate lavorato con calma e tranquillità.
Skin: Era l’idea iniziale, scrivere e suonare senza fretta, con l’obiettivo di comporre materiale che ci soddisfacesse in ogni senso. A Los Angeles ci siamo fatti ospitare da un amico a Topanga Canyon ed è stato bello andarsene per un po’ da casa e non stare sempre rinchiusi a suonare nello studio di Cass. La mia compagna, inoltre, abita da quelle parti, per cui era per me uno stimolo ulteriore.
Mark Richardson: In più, ci siamo anche dati una regola ben precisa, quella di scrivere un pezzo al giorno, non di più, in modo da essere maggiormente focalizzati sulla qualità.
S.: In passato, tendevamo a strafare, a volte ci mettevamo in testa di scrivere due o tre canzoni per volta. Rallentando il ritmo abbiamo capito come sfruttare al meglio le nostre capacità. In tutto, il procedimento è durato circa un anno. Diciamo che ce la siamo presa comoda.

È un disco molto più politicizzato e duro del precedente.
S.: In un certo senso credo tu abbia ragione, specialmente se ripenso a Wonderlustre, che era un album molto più personale, che parlava delle nostre vite private, piuttosto che gettare uno sguardo al mondo esterno. Lavorare in molti paesi differenti, visitarli, ci ha dato una maggiore consapevolezza di ciò che succede nel mondo e questo ha influito alla direzione che ha preso Black Traffic a livello lirico. Tra di noi, ci siamo spesso ritrovati a discutere di argomenti come il movimento Occupy, lo scandalo della Barclays, il cambio di governo nel nostro paese, la crisi finanziaria mondiale. Insomma, era impossibile che tutte queste cose non influenzassero il disco, soprattutto perché ci riguardavano da vicino, sono avvenimenti che ci toccano e ci preoccupano. Non ci siamo seduti a un tavolo decidendo i temi di cui parlare o la direzione da prendere, ma è successo in modo molto naturale: se attorno a te vedi gente che protesta, come nei recenti scontri a Londra, come fai a non restarne colpito e turbato? Possiamo dire che Black Traffic è la nostra versione dei fatti, è ciò che pensiamo di quello che sta accadendo, ma senza dimenticare altri temi più personali e legati alla sfera affettiva o sessuale o semplicemente di vita quotidiana.

Credete quindi che l’album rifletta i tempi che corrono?
S.: Lo spero, è quello che dovrebbe fare l’arte, in ogni sua declinazione. Si dice spesso che Berlino era una città straordinariamente vitale prima della caduta del muro, proprio perché i ragazzi e gli artisti avevano qualcosa contro cui ribellarsi. Certo, sarebbe bello se le cose nel mondo andassero meglio, non mi auguro di certo delle catastrofi solo per giustificare bella musica.

Il titolo di Black Traffic fa pensare a cose illegali, al mercato nero.
S.: È proprio così, intendevamo sottolinearlo, magari con un po’ di varianti ma di fondo l’idea era puntare i riflettori su come il mondo si muove soprattutto grazie a traffici illeciti e poco chiari. Dietro alle nostre spalle, ma troppo spesso anche davanti ai nostri occhi, senza vergogna. Ormai l’umanità ha preso una deriva davvero terribile, è difficile persino individuare una cura per certi comportamenti e quando vedi, come nei nostri paesi, che l’informazione è in mano a pochissime persone, aumenta la preoccupazione. In Inghilterra, abbiamo un magnate miliardario che possiede buona parte dei quotidiani.

Beh, non siamo certo da meno qui in Italia…
S.: Certo. È interessante questo parallelismo!

In questo senso i pezzi maggiormente espliciti del disco sono I Believed In You e This Is Not A Game.
S.: Hai ragione. Soprattutto, I Believed In You, è una mia riflessione personale sul fallimento della politica in Gran Bretagna. Abbiamo candidati che farebbero e direbbero qualsiasi cosa pur di venire eletti e l’hanno dimostrato le recenti coalizioni di governo, composte da personaggi davvero terribili. Non ho votato, non mi sentivo minimamente rappresentata, ma avevo dato il mio supporto a Tony Blair, anni fa, ed è stata una cocente delusione. Parlo per me, non a livello di band, ma credevo davvero che i laburisti avrebbero dato una svolta positiva a questo paese e invece si sono comportati esattamente come i loro predecessori, i conservatori. Ecco, io credevo in loro, ma è stato un grande errore, mi sono sbagliata e non penso proprio si ripeterà.

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