Interviste

Sostiene Lorenzo Intervista a Jovanotti

È il grande protagonista del 2011, non lo dicono solo gli Onstage Awards. Ci sono i numeri – straordinari e in crescita rispetto a un già grande passato – e l’affetto della gente, che in Lorenzo “Jovanotti” Cherubini vede un riferimento in termini di energia e onestà artistica. Per chiudere l’anno in bellezza e celebrare i suoi successi, lo abbiamo raggiunto telefonicamente. Ci ha raccontato la sua versione dei fatti, l’unica che conta, spiegandoci come sono andate le cose durante questi trionfali dodici mesi.

Lorenzo, hai vissuto molti momenti positivi durante la tua carriera, ma questa mi sembra davvero un’annata magica.
È la più straordinaria di sempre, specialmente per quanto riguarda il live. La tournèe di Ora ha triplicato il pubblico di quella precedente. Tanto per farti un esempio, in passato a Milano facevamo due date mentre quest’anno arriviamo a sei. E saremmo potuti andare avanti se non avessi deciso di fermarmi a fine anno. E dire che già con il tour di Safari avevamo raddoppiato il pubblico di Buon sangue. Sono risultati che specialmente di questi tempi è molto difficile raggiungere. Sono davvero molto felice.

Cosa più ti ha gratificato di questo straordinario 2011?
Il fatto che lo spettacolo sia piaciuto molto. Era una scommessa. All’inizio nel mio team erano tutti perplessi, impauriti dal fatto che in scaletta ci fossero tredici brani del disco nuovo, con tutta quell’elettronica poi. La mattina dopo la prova generale erano proprio agitati, mi dicevano «guarda che il pubblico vuol sentire solo le hit». Ma io credo che il pubblico sia più maturo di quello che loro pensavano. La gente va ai concerti per divertirsi e vivere un’esperienza. Sapevo che se fossi riuscito a trasferire loro la passione che ho messo dentro la musica di Ora, anche uno spettacolo rischioso come questo avrebbe funzionato.

I fatti ti hanno ampiamente dato ragione.
È andata bene fin dalla prima sera e con il tempo lo show è cresciuto. Ha acquisito fluidità e si è arricchito di molta energia e anche di qualche trovata, pur rimanendo quello che avevo pensato. Perché non c’è dubbio che si tratti di uno show molto ragionato, su cui ho riflettuto a lungo. Avevo una sensazione dentro che volevo trasferire al pubblico e mi stava bene prendere dei rischi per riuscirci. Non mi spaventava l’idea di cominciare solo con i pezzi del nuovo album e che il primo singolo arrivasse quaranta minuti dopo l’inizio.

Quale sensazione volevi trasferire alla gente?
Volevo che il pubblico s’imbarcasse in un viaggio a bordo di una navicella spaziale, staccandosi dalla terra con tutto quello che questo comporta. Qualcosa di poco attinente con l’attualità, la comunicazione e tutto il rumore di fondo che fanno le notizie, da cui difficilmente abbiamo riparo. Un viaggio verso un territorio lontano, che parte dal buio per raggiungere la luce. Che poi non è nient’altro che il percorso di un essere umano verso la libertà. Come il viaggio di Ulisse, quello di Dante nella Divina Commedia e persino di Luke Skywalker nella saga di Guerre stellari.

La stessa storia però raccontata con un altro linguaggio.
Esatto, con il linguaggio della tecnologia e della modernità. Mi piaceva l’idea di inscenare un viaggio in versione pop, con tanti stimoli diversi. Non volevo stare al centro dell’attenzione per predicare o pontificare.

Della parola “pop” oggi abbiamo diverse interpretazioni. Per te cosa significa?
Per me il pop è David Bowie, è Michael Jackson. Spesso si parla di musica pop e si intendono progetti come quello di Britney Spears o Katy Perry, senza nulla togliere a loro che confezionano prodotti eccezionali. Però io sono cresciuto con un’altra idea: per me un disco pop è il primo dei Velvet Underground. I Beatles erano pop e oggi lo sono i Chemical Brothers e Dead Mouse. Anche Lady Gaga naturalmente. Pop è tutto quello che interpreta lo spirito del momento senza rinunciare a indicare una nuova via.

È un tema che meriterebbe ampio spazio, ma voglio tornare al tour. Nonostante sia andato bene, immagino che abbiate incontrato anche qualche difficoltà.
Certo. Abbiamo anche sofferto perché mettere insieme tutti i pezzi del puzzle non è stato facile. È uno spettacolo molto costoso rispetto agli standard, abbiamo speso il 30% in più di quanto si faccia mediamente per una produzione di ottimo livello. E per raggiungere certe cifre è chiaro che il livello di complessità è per forza molto alto, e noi abbiamo dovuto gestirlo. Un altro grande rischio che ho voluto prendermi.

Hai investito moltissimo in questo tour, e non mi riferisco solo all’aspetto economico. Che cosa chiedi a un concerto?
Io sono fermamente convinto che sia il momento più importante per un artista, perché è dal vivo che determini il legame con il pubblico. Quando vado a un concerto pretendo il massimo: se esco deluso, è difficile che riesca a mantenere un vero rapporto con l’artista che ho visto. Il live è la prova definitiva. Se uno show non mi convince, poi stranamente non mi piacciono neanche i dischi dello stesso progetto. Come spettatore sono molto esigente, per cui naturalmente lo sono anche riguardo ai miei concerti. Cerco sempre di realizzare lo spettacolo che vorrei vedere, ci metto tutto me stesso fregandomene dei rischi.

The Edge (chitarrista degli U2) parlando del suono di Acthung Baby, disse che «la musica elettronica è così fredda da esaltare le scintille di umanità che si nascondono tra le sue pieghe”. Mi sembra che questa frase vada bene anche per spiegare il progetto artistico partito con Ora e proseguito con la tournèe.
Prima di tutto ci tengo a dire che gli U2 con Acthung Baby hanno fatto un lavoro straordinario. È un disco incredibile, ricordo benissimo che già dalla copertina avevo capito che avrebbe cambiato la mia percezione della musica. Tornando a me, sicuramente in testa avevo un’idea simile. L’elettronica mi sembra la frontiera più interessante in questo momento. Lascia ampi margini di manovra creativa e poi è molto umana. Se ci pensiamo bene, siamo circondarti da questi oggetti, la nostra ormai è un esistenza cablata. Per cui dobbiamo esaltare le tecnologie mentre ci sforziamo di far uscire il sangue dai fili elettrici, di tirare fuori l’elemento umano della macchina.

Ci sono delle novità nei concerti di dicembre?
Ho riflettuto a lungo sulla possibilità di inserire qualcosa di nuovo, ma lo spettacolo mi piaceva troppo per cambiarlo. Ha l’equilibrio giusto per consentirmi di fare cose nuove tutte le sere. Proprio perché c’è una scaletta rigida, io ho la libertà di rinnovarmi, di essere ogni volta completamente diverso. Se cambiassi i brani, alla fine si tratterebbe solo di questo, e invece io voglio vivere lo show sempre come se fosse la prima volta. Penso ai tempi teatrali: non si cambiano le battute quando si porta in scena una commedia. Gli attori ripetono lo stesso copione come se fosse l’unica volta e se sono bravi anche il pubblico ha l’impressione che sia così. Io cerco di fare in modo che i miei spettacoli funzionino in questo modo, anche perché ogni sera vivo sensazioni completamente diverse e quindi trasmetto alla gente qualcosa di completamente diverso.

Alcuni artisti invece fanno del continuo cambio di scaletta una religione.
È un altro tipo di concerto, che mi piace altrettanto. L’ho proposto anche io, specialmente all’estero. Nell’ultimo tour in America, dove ho suonato tantissimo tra il 2009 e il 2010, salivamo sul palco senza avere alcuna scaletta. I ragazzi della band erano un po’ perplessi all’inizio, ma poi è andata bene. Decidevamo pezzi sul momento in base all’energia che percepivamo nell’aria. Ma lo spettacolo di quest’anno richiede un approccio diverso.

Restando in America, qualche settimana fa un importante sito web statunitense ti ha dipinto come «lo Springsteen italiano». Ti riconosci in questa definizione?
Sinceramente mi sembra un po’ esagerata. Questi paragoni bisogna sempre prenderli con le molle. Probabilmente mi hanno visto dal vivo e hanno notato un certo atteggiamento. Ma credo che con Springsteen condivida con me giusto il segno zodiacale! È l’unica cosa che mi viene in mente oltre al fatto che sono un suo grandissimo ammiratore. Il Boss è la dimostrazione che si può invecchiare bene, ancora oggi offre concerti meravigliosi e scrive canzoni pazzesche. Evidentemente non per forza le cose migliori si fanno da giovani.

Credo che il sito americano si riferisse proprio al tuo approccio ai concerti. Jovanotti e Springsteen hanno in comune il sudore sul palco.
Spero che sia cosi. Lui è sempre stato un esempio per me, un punto di riferimento come performer. Credo che sia il miglior di tutti dal vivo. Ho visto tanti concerti di artisti fantastici, ma Springsteen resta il numero uno. Se vai a un suo concerto e non conosci neanche una canzone non c’è problema, ti stende lo stesso.

Probabilmente oltreoceano hanno notato anche la tua sensibilità sul sociale. A questo proposito, mi sembra che ultimamente in Italia anche gli artisti più attivi in questo ambito stiano evitando di esporsi. Non è il momento?
Abbiamo un grosso problema: qualunque posizione tu prenda, diventa una posizione estremista. Sostanzialmente Berlusconi è riuscito a creare una spaccatura netta, chi è con lui e chi è contro, e quindi un artista rischia di essere strumentalizzato ogni volta che parla. Se io esprimo un concetto e questo diventa uno strumento di propaganda politica, non conta più niente. Diventa una pubblicità. E quindi è più saggio dire certe cose in un altro modo, utilizzando un linguaggio meno esplicito che consenta di recapitare il messaggio. Altrimenti rischi che venga spezzettato in mille parti per essere usato. E a quel punto non significa più niente.

Credi che gli artisti possano ancora sensibilizzare le persone?
Ci credo ancora di più. Ma è molto importante il modo in cui si dicono certe cose. Anche perché siamo bombardati di notizie e rischiamo la saturazione. Io per primo, quando ascolto della musica, voglio qualcosa che mi porti da un’altra parte con la testa. Fino a qualche tempo fa una canzone poteva parlarti di un certo argomento in anticipo su tutto e tutti, oggi oltre ai media ci sono i social network e il web in generale. Non bisogna pensare che gli artisti siano impauriti. Io per lo meno non ho paura di mettermi in gioco, non me ne frega niente, l’ho sempre fatto. Cerco solo di essere efficace.

Cosa dobbiamo cercare nella musica?
Quello che manca al resto delle informazioni che ci arrivano al cervello: l’emozione. Abbiamo bisogno di staccare per affrontare la vita e nel ritmo, nell’energia che sprigiona la musica possiamo trovare il nutrimento che ci serve. Se ascoltiamo un disco, o assistiamo a un concerto, e ci arrivano le stesse cose che leggiamo sui giornali, o in rete, siamo nella merda.

Lorenzo, hai mai pensato a cosa farai dopo? Intendo quando smetterai di fare musica.
A dire la verità no. Non credo nei ritiri o in cose simili. Come fai? Ti ritiri da essere umano? Una persona creativa ha l’esigenza di esprimersi fin da quando è bambino e non può smettere. Poi certo c’è il fisico. Finchè regge continuerò a saltare sul palco, poi magari mi metterò seduto e farò finta di suonare il pianoforte!  Non penso mai al futuro, non mi piace, per me il futuro non esiste. Non so neanche se sarò vivo fra due ore, come faccio a pensare al futuro? Cerco di vivere ora, adesso. Se poi mi si dovesse seccare la lingua allora, che ne so, comporrò canzoni per altri. O forse scriverò guide per viaggiatori.

In effetti, considerando quanto hai viaggiato, potrebbe riuscirti molto bene.
Mi piacerebbe molto, a patto che siano guide diverse dalle solite, un po’ più narrative. Ma la vita è una sola e io cerco di sfruttarla al massimo facendo meglio che posso il mio lavoro, che consiste nel mettere tutto dentro una canzone. Non c’è niente di più importante. Ancora oggi le canzoni sono uno degli strumenti più potenti per far stare insieme le persone, per fargli vivere delle emozioni. Io vedo l’effetto che la musica ha su di me: provo lo stesso piacere di quando avevo sedici anni, anzi è ancora meglio perché conosco molte più cose. Direi che per adesso l’idea di smettere proprio non mi sfiora. In fondo, ho appena cominciato.

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