Interviste

Subsonica in tour con Una nave in una foresta: «Diamo voce al disagio che ci circonda»

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Sarà pure scontato vedere nel singolo Lazzaro un segno di resurrezione artistica, ma è un dato di fatto che l’album Una nave in una foresta rappresenti un ritorno alla piena forma per il quintetto torinese. In attesa di un tour che si preannuncia spettacolare e altamente innovativo, Samuel ci spiega la genesi di un progetto artistico particolarmente importante nella carriera dei Subsonica, perché è nato da una sensazione di disagio. Tratto da Onstage Magazine 75 di novembre-dicembre 2014. Foto di Chiara Mirelli

So che avete spiegato abbastanza a lungo il significato del titolo dell’album Una nave in una foresta, che si rifà a un modo di dire piemontese – sentirsi come una barca in un bosco, “sentissi come na barca ‘nt in bòsch”, per gli amanti dei dialetti -, ma mi piacerebbe saperne qualcosa di più.
Con quella frase si esprime un disagio molto forte, la sensazione di sentirsi totalmente fuori posto, come una nave in una foresta per l’appunto, o una barca nel bosco per citare l’originale, ed è uno stato d’animo che abbiamo riscontrato non soltanto su noi stessi, ma anche in parecchie realtà artistiche creative incontrate a Torino e in tutta Italia. Il punto è proprio questo: ci piaceva trovare un titolo che potesse raccontare una situazione diffusa nel nostro Paese. Abbiamo smesso di sentirci un gruppo torinese, se capisci cosa intendo, da moltissimo tempo, probabilmente dall’inizio della nostra storia. Quindi, utilizzando quel modo di dire così geniale, cerchiamo di dare voce a uno spaesamento nazionale: trovarsi persi in un bosco, a disagio, senza riuscire a riconoscere ciò che ti sta attorno e senza riuscire a identificarsi nel paesaggio circostante. Il disco, dunque, racconta la storia di dieci personaggi, uno per canzone, che si trovano dentro questo malessere ma che, al tempo stesso, cercano soluzioni positive per riscattarsi. Insomma, sentirsi fuori posto mette in moto un meccanismo di reazione seppur solitaria, perché nessuno è disposto ad aiutare il prossimo.

A cosa è dovuto il senso di spaesamento e rabbia che traspare da quest’ultimo disco dei Subsonica?
Credo sia dovuto soprattutto alla nostra crescita a un’età non proprio più verde (ride, ndr). Ci piace collaborare con artisti e musicisti anche più giovani di noi e quindi spesso ci tocca calarci nei loro panni e vedere le cose dal loro punto di vista e non sempre è facile. Diciamo che, quando abbiamo iniziato, quasi vent’anni fa, ci sentivamo perfettamente radicati in una scena o in un contesto che ci rappresentava e che ci pareva fresco e innovativo, mentre oggi facciamo più fatica a identificarci in qualcosa. Siamo ovviamente maturati e ognuno di noi ha seguito processi di crescita – personali, artistici e intellettuali – piuttosto differenti. Non è così strano, quindi, guardarsi attorno e sentirsi una nave in una foresta, cercando di conseguenza il sentiero che ci ha condotto fino a lì per ripercorrerlo a ritroso. Ci sentiamo a nostro agio nel presente, quello sì, e lo riconfermano la curiosità e il buon riscontro che stiamo avendo in giro per l’Italia nelle occasioni di promozione dell’album.

Si dice sempre che l’arte debba essere capace di raccontare il presente, no?
Esatto, è sicuramente uno dei punti chiave dell’esperienza Subsonica e del nostro mestiere in generale. Analizzando il nostro percorso musicale, credo si possa dire che noi l’abbiamo sempre fatto: ogni disco racconta il momento in cui è stato concepito. Speriamo che anche la gente che ci ascolta l’abbia compreso.

E dal vostro punto di vista artistico, che tipo di presente stiamo vivendo? Migliore, peggiore o semplicemente diverso?
Direi semplicemente diverso, anche perché i paragoni non ci piacciono particolarmente e non servono a spiegare. Se ripenso ai nostri inizi, ricordo un fermento culturale incredibile e la semplicità con cui si riusciva a far interagire discipline e arti differenti. Al contempo, tutto questa eccitazione ha mietuto parecchie vittime, se così possiamo dire, e ci si trova oggi a vivere la creatività con maggior fatica e difficoltà. Forse le persone sono più concrete e vere in questo 2014, tendono a sprecare molto meno le occasioni della propria vita. Noi abbiamo sempre provato a incanalare la nostra rabbia in maniera positiva, in cerca di soluzioni e non di ulteriori problemi e, spesso, girando per l’Italia come Subsonica o come “creativi single”, come mi piace definire gli altri progetti della band, incontriamo ragazzi che ci raccontano di avere mutuato da noi questo tipo di atteggiamento. Se non è il miglior complimento possibile, poco ci manca.

Avete molto pubblico giovane?
Abbiamo un pubblico trasversale, questo sì. Ci siamo stupiti di trovare, in questo giro di presentazioni, molti ragazzi che ci chiedevano un autografo, non solo a livello personale ma anche per i loro genitori. È un po’ preoccupante a livello anagrafico, ma ti riempie il cuore (risate, ndr).

Tornando per un breve attimo al titolo, ci sono dei riferimenti cinematografici al Fitzcarraldo di Werner Herzog o è solo una mia idea?
Non solo tua, nel senso che qualcuno ce l’ha fatto notare. A ripensarci è vero, la scena della nave nella foresta potrebbe essere quella del film di Herzog, ma ci abbiamo pensato solamente dopo, non era nelle nostre intenzioni iniziali.

La copertina, invece, mantiene inalterati i riferimenti a certa fantascienza.
Assolutamente, quelli non mancano mai e raccontano bene la nostra fascinazione per quel genere, sia a livello letterario che visivo. La copertina nasce dunque da una nostra collaborazione con un gruppo di artisti torinesi che si chiama Mad Vision, le cui fotografie erano esposte, per pura casualità, un bar in cui io e Max siamo soliti andare dopo le prove con il gruppo e in cui abbiamo spesso scritto i testi dei dischi. Ci sono piaciute subito, abbiamo cercato di saperne di più, li abbiamo incontrati e concepito assieme l’idea finale. Un nostro amico architetto, Marco Rainò, si è occupato di mettere in scena tutto quanto e possiamo dire di essere davvero soddisfatti del risultato artistico.

A proposito, nel pezzo che conclude il disco avete ospitato niente meno che Michelangelo Pistoletto, uno dei più grandi artisti italiani, protagonista dell’arte povera. Il pezzo, Il terzo paradiso, è proprio ispirato al manifesto da lui scritto e concepito nel 2003.
Oltre a essere un gigante della scultura e pittura, Michelangelo è anche una persona splendida e, con nostra grande sorpresa, ci ha contattato per coinvolgerci in questa sua ultima opera concettuale, Il terzo paradiso, appunto, mentre stavamo componendo l’album nel nostro studio solitario nel bosco. Voleva chiederci di fare un concerto o un dj set per uno degli incontri che organizza a supporto di questa sua opera e quindi gli abbiamo chiesto prima di raccontarcela. Lui è partito con enfasi a spiegarci il significato e di come il superamento del conflitto distruttivo tra natura e artificio abbia contribuito alla creazione di un terzo paradiso, in cui entrambi i mondi si trovano a convivere in armonia. Mentre lo raccontava al telefono, noi eravamo come incantati a sentirlo e, prima ancora che finisse di parlare, avevamo deciso che quello sarebbe stato il tema di una canzone. Il passo successivo è stato di chiamarlo in studio e fargli ripetere quello che ci aveva detto davanti a un microfono.

Questa lotta tra artificiale e naturale mi fa pensare alla vostra musica e alla vostra voglia di far convivere analogico e digitale, musica suonata e suggestioni elettroniche, vecchio e nuovo.
È uno degli aspetti che ci ha maggiormente colpito del progetto di Michelangelo perché, anche noi, abbiamo sempre vissuto in bilico tra due mondi, quello della passionalità e dei suoni caldi e graffianti e quello dell’elettronica e della freddezza delle macchine. La ricerca di un equilibrio tra questi due emisferi è lo scopo che ci prefiggiamo.

Venendo al tour imminente, so che avete parecchie novità, a cominciare dall’aspetto tecnico.
È un ulteriore tentativo di avvicinarci al terzo paradiso. Sarà un tour molto ambizioso e la novità davvero rilevante è quella dell’illuminazione che sarà completamente a led e non prevederà luci a incandescenza. Questo ci permetterà di essere artisticamente all’avanguardia e, aspetto ancora più importante, di limitare i consumi di circa un terzo rispetto ai tour precedenti. Il risultato è quindi meno impattante verso l’ambiente e ne siamo molto felici, come puoi immaginare. Si tratta del secondo esperimento mondiale, dopo quello dei Radiohead, e del primo in Italia. Siamo orgogliosi, inoltre, del fatto che anche il costo dei biglietti sarà contenuto al massimo possibile per permettere a più persone di poter assistere a un nostro concerto.

Un paio di cose per finire: la prima è la dedica a Don Gallo.
Inevitabile, direi, la sua scomparsa ha lasciato un vuoto impossibile da colmare. Era un personaggio straordinario, un uomo che ha passato la sua vita ad aiutare concretamente i più deboli e i più sfortunati. “Tra tutti gli angeli lui è quello con il sigaro”, come abbiamo scritto.

La seconda invece riguarda il pezzo Ritmo Abarth. Chi di voi ne ha mai posseduta una?
Nessuno, ma l’idea ci è venuta osservando proprio quel tipo di macchina posteggiato davanti allo studio torinese di Max. Alla fine, abbiamo deciso di scriverci una canzone, l’abbiamo fatto e il risultato è stato molto soddisfacente. A tal punto che, esaltati dalla Ritmo Abarth, abbiamo deciso di comperarne una in società. Purtroppo non l’abbiamo trovata e abbiamo optato per una Ritmo Cabrio, di cui siamo molto orgogliosi. Millecinquecento euro ben spesi, bisogna ammetterlo.

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