Interviste

The Black Eyed Peas maggio 2010

SEMPLICEMENTE I MIGLIORI

Sono passati dal semi-anonimato alla gloria in pochi anni, tirando fuori una hit dietro l’altra, come se le trovassero sugli alberi della California. Suonano e collaborano con tutti i più grandi artisti del mondo (non importa di quale genere). Sono ovunque conti e contano ovunque siano. Ma come diavolo fanno? Per indagare il “caso” Black Eyed Peas, abbiamo telefonato a Los Angeles per parlare con il Sig. Allen Pineda, in arte Apl.de.ap.

di Marco Rigamonti

Il successo? È una questione di semplicità. Più lo cerchi e più ti gira le spalle, più te ne freghi e più rischi di raggiungerlo. Il successo è come una donna, insomma: un mistero. Quando comincio l’intervista chiedendo ad Apl.de.ap quale sia la formulina magica per raggiungerlo, questo successo – mi sembrava del tutto ragionevole, visto il numero e la consistenza delle hit sfornate dai Black Eyed Peas negli anni Zero – non immagino che non avrà mai una vera risposta. Mi aspettavo algoritmi complicati, radici quadrate e integrali, ma lui si è limitato a rispondere frasi tipo “una hit” una canzone che ti prende subito e che è stata creata perché la gente possa scappare dalla quotidianità e divertirsi”.

Col passare dei minuti non mi tolgo dalla testa che il co-fondatore della band californiana voglia nascondere il segreto: forse vale la pena cambiare tattica, penso, e tentare un aggiramento. La prendo alla larga: “Come è strutturato il processo creativo all’interno della band? Chi scrive le canzoni?”. Ottengo picche: “È uno sforzo collaborativo che include tutti i membri, nessuno escluso”. Anche questa strategia non funziona. Probabilmente è il caso di punzecchiare. Gli chiedo come buttano le sessioni in studio e se va tutto bene a livello di rapporti personali tra di loro. “È una meraviglia, ci piace saltellare qua e la mentre registriamo e divertirci mentre ci scambiamo idee sui pezzi”. A questo punto le possibilità sono due: o questo segreto non ha intenzione di rivelarlo, oppure è come forse vuole farmi intendere – non esiste proprio. In ogni caso, i Black Eyed Peas sono il successo, per lo meno da quando hanno stabilito il record di 26 settimane consecutive in cima alla Billboard Hot 100 (con Boom Boom Pow e I Gotta Feeling) e il loro marchio sulla storia della musica è diventato indelebile. I quattro di Los Angeles sono i paladini del pop dell?epoca digitale, capaci di scrivere canzoni amate da tanti senza riciclarsi in modo spudorato, ma piuttosto continuando ad evolversi.

I quattro di Los Angeles sono i paladini del pop dell’epoca digitale, capaci di scrivere canzoni amate da tanti senza riciclarsi in modo spudorato, ma piuttosto continuando ad evolversi. Tutto ha inizio nel lontano 1988, quando il nostro Allen Pineda (che ha origine Filippine ed è noto ai più con l’impronunciabile acronimo Apl.de.ap) e quel geniaccio di Will Adams (conosciuto con il meno impronunciabile ma comunque curioso acronimo Will.I.Am) si incontrano a scuola e scoprono di avere in comune l’interesse per il rap ela breakdance. Insieme a un loro amico, Dante Santiago, formano un trio – gli Atban Klann – che non godrà mai di una release ufficiale a causa della prematura morte di Eazy-E, fondatore degli storici N.W.A. e produttore che aveva creduto nelle potenzialità dei futuri Peas, ma non nel messaggio che portavano con loro: invece di buttarsi sul Gangsta Rap, Will e Allen scrivonodi pace e amore, cosa molto strana per la scena dell’epoca. “Nel 1995 decidemmo di ricominciare da capo. Dante se ne andò, arrivò Jamie Gomez (Taboo) e cambiammo il nome della nostra band. Scegliemmo Black Eyed Peas perché ha a che fare con il “soul food” (un tipo di cucina americana che si basa sulletradizioni afro-americane, nda). E la nostra musica viene dall’anima”.

Leggi il resto dell’intervista a Apl.de.ap. sul numero di maggio di Onstage Magazine, clicca qui.

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