Interviste

The Kooks: «Siamo cresciuti, fatevene una ragione»

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Nell’ultimo album Listen, i Kooks hanno cambiato il loro sound e i fan sembrano aver apprezzato (visto il sold-out dell’unica data italiana). Ecco il perché quelle modifiche.

Forse non saranno più sulla bocca di tutti in Inghilterra come qualche anno fa, ma i Kooks restano una delle band più fresche e divertenti della cosiddetta ondata indie rock (o pop, che dir si voglia) che, ai primi anni del nuovo millennio, aveva invaso le classifiche di mezzo mondo. Le sonorità del recente Listen hanno stupito un po’ tutti, fan e critica, e il prossimo 22 febbraio il tour toccherà l’Italia, al Fabrique di Milano. Ne abbiamo parlato con il chitarrista Hugh Harris.

Il tour sta andando alla grande, segno che le variazioni stilistiche di Listen sono state assimilate bene dai fan.

Diciamo che qualche timore ce l’avevamo anche noi, visto che i cambiamenti nel sound della band sono stati notevoli e sapevamo che avrebbero potuto spiazzare qualcuno, soprattutto i fan della prima ora. Qualcuno ha detto che abbiamo voluto osare di più o cercato di spiazzare chissà chi, mentre si tratta banalmente di crescita, un concetto che spesso sfugge ai critici musicali. E sai una cosa? In genere anche i fan crescono e hanno una capacità critica più elevata di quello che si crede in giro, dunque è un processo che quasi sempre avviene in contemporanea. Poi è chiaro che ogni volta ci si possa aspettare di più e che se vendi due dischi in meno ti viene fatto notare subito, ma basta non ascoltare tutto quello che viene detto. Ogni artista dovrebbe cercare di migliorarsi.

Immagino che anche dal vivo la produzione cambi un po’ rispetto al passato: avete riarrangiato alcuni vecchi brani?

Questo tour è chiaramente qualcosa di diverso da quello cui avevamo abituato i fan, anche se sempre nel classico stile Kooks: non vorrei che questo continuare a parlare di cambiamenti faccia pensare a chissà quale rivoluzione. Tuttavia, abbiamo chiaramente variato un po’ il mood di alcuni brani, pur mantenendo un filo più che diretto col passato e col sound con il quale erano nati. Semplicemente abbiamo aggiunto qualche strumento presente su Listen, il che riempie un po’ di più il suono. Credo che questa nuova via, se vogliamo chiamarla così, derivi in primis dall’aver lavorato per la prima volta con un produttore come Fraser T Smith, noto per aver vinto Grammy con produzioni ben diverse dal nostro genere: tutte quelle percussioni e quei ritmi R‘n’B arrivano da lì.

So che uno dei pezzi più amati dal vivo in questo nuovo corso è It Was London. Forse non li avete mai citati come un’influenza, ma io ci sento dentro i Clash.

Se davvero non ho mai citato i Clash come una delle mie influenze musicali, allora che io sia radiato da questo mondo! In effetti forse i nostri primi ascolti sono stati più classici, per così dire, tanto che non abbiamo mai nascosto di amare band come i Rolling Stones o artisti come Bob Dylan, il tutto filtrato attraverso sonorità più vicine ai nostri tempi. È innegabile però che la nostra età ci abbia permesso di poter ascoltare ogni tipo di musica senza i pregiudizi di chi viveva certi periodi storici: insomma, abbiamo potuto ascoltare in modo acritico tanto i Sex Pistols che i Pink Floyd, per intenderci. Tornando ai Clash, è vero, It Was London risente molto del loro sound e poi anche le tematiche potrebbero dare adito al paragone.

Possiamo dire che con l’introduzione di testi molto personali e, in qualche caso, sociali abbiate composto il vostro album più personale?

Quello sicuramente, infatti tutti hanno fatto caso ai cambiamenti stilistici del disco, ma in pochi si sono soffermati su questo aspetto. Un pezzo come la stessa It Was London non l’avevamo mai scritto, così come See Me Now. Non so dove arriveremo, ma di certo questa volta è venuta a galla una parte di noi che abbiamo sempre avuto dentro ma che ancora era rimasta inedita.

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