Interviste

The Parlotones 2010

SCUSATE IL RITARDO

In Sud Africa sono famosissimi, hanno venduto più di Coldplay, Killers e Oasis messi insieme. Per i Parlotones – che suoneranno nella cerimonia inaugurale dei prossimi Mondiali di calcio – è adesso tempo di debuttare su scala mondiale con Stardust Galaxies, quarto disco in studio: una collezione di energici inni pop rock, caratterizzati da liriche romantiche e decadenti, frutto della mente del cantante e leader della band, Kahn Morbee, con il quale abbiamo avuto una piacevole e costruttiva chiacchierata.

Di Emanuele Mancini

In patria godete di un successo straordinario, i vostri record superano qualsiasi vostro connazionale. Questo fa di voi una bandiera per la musica del Sud Africa e vi investe di una responsabilità non indifferente. Come avete vissuto il passaggio da band che cercava di emergere ad ambasciatori di una nazione? È una cosa sulla quale non rifletto spesso. È strano, ma penso a noi ancora come a una band emergente. Nonostante l’enorme successo e lo status di gruppo affermato in Sud Africa, stiamo decisamente ricominciando tutto daccapo. Riguardo la questione della responsabilità dell’essere ambasciatori della nostra nazione, vedi, io amo la mia nazione, non sento nessuna pressione a riguardo. Dirò sempre cose positive del mio paese, cose in cui credo, ne sono ambasciatore e fiero di esserlo.

Siete ormai abituati ad esibirvi di fronte a platee vastissime, portando in tour degli show ambiziosi anche dal punto di vista scenografico e visivo. Immagino che durante la vostra tournée mondiale lo spettacolo si sia dovuto adattare e ridimensionare per un pubblico che vi aveva da poco conosciuti. Come avete affrontato questa sfida? È andata proprio così, abbiamo suonato in piccoli posti e per poca gente, è stato molto eccitante. Le prospettive per una band del Sud Africa non sono affatto buone, non c’è una vera e propria scena, di sicuro non ci si riesce a mantenere facendo i musicisti e praticamente nessuno suona la propria musica all’estero; quindi è abbastanza surreale per noi non solo riuscire a vivere della nostra musica, ma poter viaggiare per condividerla con il mondo. Non era certo nei nostri piani quando abbiamo iniziato, ne siamo ancora oggi molto sorpresi. Il fatto è che a noi piace fare musica, non ci importa se è su un palco gigantesco o per dieci persone in un club. Non importa la scala, la magnitudo, il glamour, le donne, i soldi: se possiamo suonare la nostra musica per il resto della nostra vita, va bene qualunque dimensione!

Stardust Galaxies, con il quale vi affacciate sul mercato europeo, è il quarto episodio della vostra discografia ed è quello della consacrazione agli occhi del pubblico sudafricano. Lo si percepisce dai testi e dagli arrangiamenti di alcune canzoni che sembrano pensate appositamente per essere eseguite in grandi arene o negli stadi. Avete pensato se come biglietto da visita non potesse essere sproporzionato per l’audience al di fuori del vostro paese? Se guardiamo alla velocità con cui stanno andando le vendite, direi di no, sta vendendo molto di più del disco precedente. Vedi, non è una cosa che abbiamo deciso coscientemente, volevamo creare un disco epico, con un sound imponente, ma penso soprattutto che volessimo un album con maggiore energia. Abbiamo così iniziato a sperimentare parecchio con i suoni in modo che il tutto sembrasse “esagerato”. Anche se abbiamo reinventato gli elementi sonori, non abbiamo reinventato noi stessi, per questo i fan l’hanno accolto così bene. Non siamo diventati una band techno o avant-garde, abbiamo soltanto cambiato il suono ed è la stessa cosa che faremo per il prossimo album. Suonerò ogni tipo di chitarra, dal mandolino al banjo, all’ukulele, per cercare altre sfumature nel nostro colore.

Il sound dei Parlotones è di stampo europeo. Quali sono le vostre principali influenze in ambito musicale? Crescendo in Sud Africa si è esposti a tutta la scena musicale proveniente dall’Australia, dall’America, dalla Gran Bretagna. Quando i parenti o gli amici tornavano dall’estero, portavano con loro cassette o lp di tutte quelle band di cui facevano la conoscenza durante il viaggio, come gli Smiths, i Cure, gli INXS o i R.E.M.. Sono cresciuto ascoltando tutte queste band, così come i Radiohead, i Beatles e i Queen. Sono questi i gruppi che mi hanno fatto innamorare della musica e mi hanno fatto venire voglia di prendere la chitarra in mano.

Perché avete aspettato così tanto per esportare la vostra musica? Come detto prima è molto difficile per una rock band sudafricana avere un seguito. I nostri primi dischi sono usciti per un’etichetta indipendente – alla quale siamo ancora legati anche se ora distribuiamo attraverso una major – e ci hanno ugualmente permesso di ottenere ottimi risultati nella nostra nazione. Abbiamo provato con Radiocontrolled Robot (secondo disco, del 2005, nda) a proporci ad una major, lo abbiamo ceduto alla Universal, ma non ne hanno fatto niente. Lo abbiamo ripreso indietro e abbiamo deciso di fare tutto da soli e i risultati sono di molto migliori. Se non siamo emersi prima è per una questione di marketing. Adesso siamo affiancati da gente appassionata che vuole lavorare con noi in paesi come Germania e Francia, persone separate fra loro ma con lo stesso intento: divulgare la nostra musica.

Clicca qui per ascoltare Life Design, singolo estratto da Stardust Galaxies.

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