Interviste

Tiromancino: «Il nuovo album è una pausa dal pessimismo per ritrovare noi stessi»

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di Silvia Marchetti
Foto di Daniele Barraco

I Tiromancino pubblicano un nuovo album di inediti, Nel respiro del mondo, in uscita venerdì 8 aprile 2016. Tra sperimentazione e ricerca di spazi sonori e letterali diversi, Federico Zampaglione ha confezionato un disco visionario ed emozionante, ricco di immagini che riconducono l’anima ai profumi e ai colori del mare, ma anche alle speranze e alla libertà del viaggio. Abbiamo incontrato il cantautore e musicista romano, per parlare di questo ultimo lavoro con la band, ma anche di cinema, di concerti e di politica.

Un nuovo album di inediti, con tanta elettronica e immagini suggestive. Come è nato Nel respiro del mondo? Col passare del tempo diventa sempre più difficile riuscire a fare qualcosa di nuovo, un disco che sia di qualità, ma diverso dai tuoi precedenti lavori. A me salva il fatto di essere anche regista, appassionato di cinema. Quello che mi fa trovare la strada giusta per realizzare un album è avere sempre in testa una specie di trama, come se l’album fosse un film. In questo ultimo progetto ho tratto ispirazione dal mare. C’è questa immagine di fondo a cui ho fatto riferimento, sia per i testi che per le musiche. Ho costruito un tema attorno a una storia, ciascuna canzone può essere vissuta come una scena dello stesso lungometraggio, in grado di raccontare emozioni e personaggi differenti.

Perché il mare è così centrale in questo disco? Per me è importante, ho un legame molto forte con il mare. Da ragazzo passavo tre mesi e mezzo all’anno in Calabria. Mi rifugiavo su una spiaggia deserta, a stretto contatto con la natura, in pace e in assoluto silenzio. Non amo i posti affollati, con stabilimenti e turisti. In questa dimensione naturale, facendo escursioni e andando anche sott’acqua, osservando lo scenario marino con mio padre Domenico, ho ritrovato me stesso. Ho studiato i pesci e i loro comportamenti. C’è una canzone nel nuovo album dedicato proprio a loro. Il mare mi riporta alla mente tanti ricordi, sapori e profumi. I pescatori, i marinai, le barche, gli amici. Il mare ritorna come tema anche nei miei dischi del passato, spesso ho cantato di onde e di conchiglie. Ma Nel respiro del mondo ne parla in maniera più centrata, come elemento positivo, di evasione e di libertà.

Un album, dunque, che vuole essere una via di fuga dal periodo di tensione che stiamo vivendo? Proprio così. Voglia di fuggire dalla negatività, voglia di prendersi una pausa dal pessimismo e dalla paura. Dall’Italia che funziona male. Dalla gente che in televisione racconta un sacco di cazzate. Gente in cui, magari, hai riposto fiducia e ti delude. La prima reazione che ho avuto, di fronte a questo macello, è stata di fare film horror e di abbandonare la musica. Pensavo che solo il cinema potesse salvarmi. Poi però deve esserci per forza una risalita da qualche parte e questo disco punta all’ottimismo e al coraggio di riappropriarci delle emozioni, del respiro, di noi stessi.

Ce l’hai a morte con i politici. Ma nel disco eviti di toccare l’argomento. Perché? Ho smesso di scrivere canzoni di denuncia. Non farò più pezzi che trattano di politica. Mi è bastata l’esperienza di Rubacuori, brano di qualche anno fa che ha fatto scoppiare un inferno. Sai che c’è? Dico basta! Io della politica non so più cosa pensare. Avevo delle idee, ma sono state tutte smontate dalla realtà dei fatti. Sono deluso non dalle ideologie ma dalle persone. Perché la storia la fanno le persone, con le loro idee, le loro facce. Voglio cose reali, non chiacchiere. La politica ha perso identità e dignità. Non voglio mettere sopra la mia testa una parrocchia di riferimento. Perché oggi la politica è solo palude. Dovessi fare un film, sarà di sicuro un horror politico. Se metti una telecamera in Parlamento registri ore e ore di orrore! Non farò più concerti legati a un discorso politico sullo sfondo, Primo Maggio compreso. Voglio stare lontano da questo territorio finché non tornerà un po’ di chiarezza.

Molo 4 è una delle canzoni più belle del disco. Lo facciamo uscire come prossimo singolo? È un brano molto orecchiabile, estivo ma non banale. Molo 4 parla di marinai ma potrebbero essere migranti che partono per terre lontane in cerca di risposte. Quindi affronta un discorso multirazziale e multiculturale. Non voglio perdere questo aspetto sociale, perché è legato alle persone, mi interessano solo le idee delle persone, non chi dice di rappresentarle. Il disco è il tentativo di prendersi un respiro e di sperare, di avere il coraggio di andare. Purtroppo ci siamo incupiti, chiusi a chiave, per colpa della crisi e del terrorismo. Io dico che è ora di aprire le finestre e di prendere una boccata d’ossigeno. Magari vediamo il mare, anche se non c’è realmente.

Come è stato lavorare con Luca Chiaravalli, l’alchimista della musica? Mi piace il suo stile pulito, ha dato alle canzoni belle ritmiche, un bel movimento. Ho capito subito che era la persona giusta. Ha le idee chiare, è una persona ottimista. Ha colto immediatamente lo spirito del disco. Ha rinnovato il sound dei Tiromancino, ha dato un tocco più moderno, meno vintage. Per cambiare è giusto collaborare con persone nuove. Mi era piaciuto anche come aveva lavorato con gli Hooverphonic. Poi ho visto le sue foto, è un personaggio strano, lo metterei in un film horror.  Ha una faccia inquietante, anche se è una persona carina e solare. Però l’assassino dovrebbe essere per forza lui! (ride, ndr).

Ami molto metterti in gioco e collaborare con artisti diversi tra loro. Mi viene in mente Zibba, a quando ancora non lo conoscevo. Mi era arrivato un suo pezzo. Mi dicevo: “chi sarà sto Zibba, boh. Con questo nome, poi!” E ne è venuta fuori una collaborazione meravigliosa. Mi stimola lavorare con tanti artisti, mi permette di uscire e di andare altrove, mi arricchisce. Ho lavorato con Teatro degli Orrori, Afterhours, Gazzè, Fabi, Silvestri, personaggi della scena hip hop, da Rocco Hunt a Fabri Fibra, con i più classici, Califano e Dalla, per citarne alcuni. Con i giovani dei talent, Noemi, Chiara Galiazzo, Michele Bravi, Alessandra Amoroso, infine con Eros Ramazzotti, per il quale ho scritto i testi dell’ultimo disco. Insomma, amo sperimentare nuove formule, spostarmi, mettermi in gioco su vari livelli.

Nell’ultimo album dei Tiromancino c’è Onda che vai, pezzo che gli Almamegretta hanno portato a Sanremo qualche anno fa. Ora rinasce in una versione diversa. Era il loro secondo pezzo, purtroppo scartato al festival. Mi è dispiaciuto che si fosse perso. È stato scritto con mio padre. L’ho rivisitato dal punto di vista armonico ed è venuta fuori questa versione che calza a pennello con il tema del mare. Vedi, è il destino: di non sparire ma di tornare sotto un’altra veste.

Come descriveresti questa fase dei Tiromancino? Direi 2.0! Ripensando al percorso fatto, credo che sia un nuovo inizio. Negli anni Novanta puntavamo alla sperimentazione, come Bluvertigo, Casino Royal, Afterhours. Musica alternativa, trip hop condita di elementi rock. Negli anni Duemila, il cambiamento: musica più ricercata, ma che potesse arrivare a più persone. Volevamo uscire da mondo indie. Poi mi sono preso una pausa, per dedicarmi al cinema e ad altri progetti personali. Ora si apre un nuovo scenario per i Tiromancino. Con il penultimo disco, Indagine su un sentimento, e soprattutto Nel respiro del mondo, si apre per noi una nuova sfida. La lunga pausa mi ha fatto bene. Mi sento carico e contemporaneo, smarcato dall’idea di essere un yesterday man!

Carico anche per le date live estive e per il tour nei teatri? Sarà dura riuscire a trovare un equilibrio tra il vecchio e il nuovo repertorio dei Tiromancino. Ti posso anticipare che il palco sarà molto grosso, stiamo studiando una scenografia che dia l’idea di respiro, con ampi spazi ed effetti particolari. Il live è il momento che amo di più. Non vedo l’ora che cominci questa nuova avventura.

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