Interviste

Tiziano Ferro si gode il successo, «ma la musica deve restare soprattutto la mia più grande passione»

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Non è detto che sia l’anno più felice della sua carriera, ma certo il 2015 è l’anno in cui Tiziano Ferro ha raggiunto i traguardi più importanti. Non tanto e non solo in termini numerici: il tour negli stadi ha dimostrato che dal vivo Tiziano ha il carisma dei più grandi. Così i diciassette concerti del tour nei Palasport hanno il sapore elettrizzante di un grande party, di quelli organizzati per festeggiare il conseguimento di un grande traguardo. (Intervista tratta dal numero 80 di Onstage Magazine, novembre/dicembre 2015)

Nonostante la classica invasione di concerti che caratterizza i mesi più caldi dell’anno, la scorsa estate verrà ricordata dagli appassionati di musica italiana come quella di Tiziano Ferro alla conquista degli stadi. Solo quindici anni fa, quando un giovanissimo Tiziano si presentava timidamente al pubblico con quelle sonorità così poco familiari alle orecchie della Penisola, in pochissimi avrebbero scommesso di ritrovarlo su quei palchi. E non perché non mostrasse già quel talento cristallino che l’avrebbe poi fatto diventare un punto di riferimento assoluto della nostra musica, ma perché quel suo non essere mai sopra le righe, il non voler apparire ad ogni costo e in ogni dove, facevano pensare ad un animo crepuscolare più adatto forse a scrivere e incidere canzoni piuttosto che a intrattenere arene stracolme di fan in delirio. Il tour indoor di novembre e dicembre, praticamente sold out in prevendita, ce lo confermerà, ma la sensazione è che l’esperienza negli stadi abbia dimostrato a tutti (e a lui in primis) che si possono intrattenere settantamila persone senza per forza possedere uno spirito animalesco sul palco. E che abbia anche dato a Tiziano quella consapevolezza di sé sul palco che forse ancora non aveva raggiunto. Come ci ha lui stesso confermato, oggi è un artista che ha imparato a gestire le proprie emozioni nel migliore dei modi anche in contesti diversi da quelli cui era abituato. E anche per questo motivo, i concerti indoor assomigliano alla festa di laurea di un artista che, dopo anni di esami superati con ottimi voti grazie a dedizione, umiltà e doti vocali fuori dal comune, è riuscito a raggiungere il grandino più importante. Con tanto di bacio accademico. Che fosse probabilmente il più grande autore della propria generazione, l’avevamo capito. Che fosse anche uno dei migliori performer abbiamo imparato a riconoscerlo. 110 e lode.

Il tour negli stadi è stato trionfale. Hai elaborato le emozioni estive? Che segno ha lasciato quell’esperienza sulla tua pelle e nella tua anima? La cosa che più mi ha sorpreso è stata la pace che avvertivo sul palco dello stadio. E’ stata un’esperienza che non riesco a spiegare e che non ho voluto assolutamente razionalizzare. Ciò che più mi spaventava inizialmente è diventato poi un viaggio bellissimo. Onestamente, non vedo l’ora di ripetere l’esperienza. Ho sentito le persone fortemente vicine a me, ho captato energie che non avevo mai sentito addosso prima, mi sono divertito e sinceramente commosso. Semplicemente bellissimo.

Hai detto di temere che una cosa simile possa non ripetersi. Scaramanzia o cos’altro?Non do nulla per scontato nella vita, tanto meno l’andamento della carriera di un artista. Mi godo semplicemente quello che ho oggi tra le mani. Mi dispiacerebbe non avere di nuovo la possibilità di cantare negli stadi, ma se non dovesse accadere più andrebbe comunque bene: mi godrei al massimo le esperienze del caso così come si presentano.

Tutta quella gente negli stadi e un tour sold out in prevendita: ci si abitua all’affetto della gente oppure riesci ancora a sorprenderti? Io penso che non sia una questione di “essere sorpresi”, quanto di “connessione” con le persone. Tutta quella vicinanza e quel supporto sono gesti d’amore tutt’altro che scontati, e per questo sorprendenti di per sé. Mi sono goduto ogni giornata trascorsa tra uno stadio e l’altro, come fosse stato il mio primo tour. Anzi, di più che al mio primo tour!

Immagino che il nuovo tour proponga uno concerto in qualche modo diverso da quello negli stadi, considerate le location indoor. Che cosa vedremo di differente e perché? Non ci saranno differenze sostanziali. Abbiamo proposto lo spettacolo estivo solo in sei città e mi sembrava giusto portarlo in giro ed esibirlo per ciò che era, in modo che altri potessero assistervi. Non è tempo di cambiare idea, insomma. Questo è il tour della raccolta: tutti i singoli che ho pubblicato senza divagazioni sul tema. Ovviamente, ci saranno dei limiti scenografici dovuti agli spazi ridotti, quindi alcuni numeri saranno adattati o modificati. Insomma, qualche piccola sorpresina c’è rispetto alla versione estiva. Ma in quanto sorpresa…

Nonostante scenografie imponenti, l’ultimo tour ha confermato nuovamente che in un club così come allo Stadio Olimpico, l’unica protagonista resta la tua voce. Quanto cambia il lavoro vocale in base alla location? C’è qualcosa del concerto in uno stadio che sfinisce la voce in maniera superiore rispetto al normale. Non saprei cosa. Forse il bisogno di raggiungere anche l’ultimo sedile della tribuna più lontana. E’ una condizione mentale. Fatto sta che durante il tour avevo bisogno di molto tempo per recuperare energie tra un concerto e l’altro. La voce è come un muscolo, segue l’andamento del corpo e ne asseconda le esigenze. Spesso si stanca, si affatica, risente delle esagerazioni, ha bisogno di cura e riposo. Non nascondo che, per qualche motivo a me ignoto, nel caso di un tour negli stadi questa realtà è ancora più evidente.

Esiste un Tiziano artista e un Tiziano uomo e i concerti costringono a trovare una mediazione tra i due. Come convivono sul palco le tue diverse anime? Diciamo che negli ultimi anni ho compreso che la separazione totale è quasi inutile. Dico quasi perché poi, quando si tratta di “vita privata”, divento integerrimo e non consento nessun tipo di invasione. Ma quella è un’altra cosa. Ho messo a disposizione del pubblico troppi aspetti della mia vita intima per pensare di mantenere un “ruolo”. Il palco mi fa sentire a mio agio, spesso improvviso, mi butto, mi fido del pubblico. E quasi sempre questo modo di comportarmi si è rivelato la scelta migliore possibile.

Si dice che certa musica, compresa la tua, richiami la poesia. Che ne pensi? Non saprei. Non sono mai stato affezionato alla poesia. E’ un tipo di espressione artistica che non ho mai compreso. Io ho bisogno di concretezza, di realtà, di quotidianità. Quello che faccio io si avvicina più alla psicanalisi direi, messa per iscritto e cantata. Mi interessa l’essere umano in ogni sua forma: è più forte di me, sono troppo curioso.

In alcuni casi, cantante e artista sembrano aggettivi antiteci in musica. Nel tuo caso, tuttavia, entrambi descrivono aspetti complementari della tua carriera. Che ne pensi? A me piace cantare, ma un cantante non è necessariamente artista. Io rifuggo il ruolo di esecutore sopraffino. Non inseguo la tecnica e non mi accanisco ad inseguirla all’esasperazione. Per me la cosa più importante è la comunicazione, la trasmissione delle informazioni. Mi metto a servizio di una canzone e parlo alle persone. Lo faccio col canto. Non so se questo vuol dire essere un’artista ma a me piace pensare di sì.

Le canzoni ti hanno sempre raccontato più della biografia. Sul palco ti è mai capitato di pensare che certe canzoni non ti rappresentino più come quando le hai scritte? Sarei ipocrita se ti dicessi di no. Ho sempre usato grande trasparenza nella scrittura, le canzoni sono un prodotto dell’esperienza personale ed emotiva di tutta la mia vita. E’ ovvio che un pezzo scritto a vent’anni non possa avere la stessa forza di rappresentazione del “me presente” rispetto ad una scritta a trenta. Ma va bene così. Ogni percorso ha le sue tappe e mi piace ripercorrere le mie per ciò che sono state. Bisogna essere indulgenti con se stessi e capire che ogni pezzo di storia ha senso per ciò che è stato. Allora sì che diventa bello ricantare tutto, a volte è anche più emozionante.

Qual è la cosa a cui pensi più intensamente prima di salire sul palcoscenico? Qualcosa che stemperi la tensione o ti focalizzi sul qui e ora? Qualche anno fa forse stemperavo la tensione tentando di distrarmi ridendo o scherzando con gli amici e la band. Adesso, onestamente, sono talmente sereno che lascio le cose vadano da sé. Dal pomeriggio inizio una sorta di routine molto semplice che è andata via via definendosi spontaneamente: faccio riscaldamento vocale, cena leggera, saluto qualche amico, un po’ di sonno o meditazione breve. Poi mi cambio e salgo sul palco. Non c’è stress in questo contingente, non più.

Fin dagli esordi, sei stato uno degli artisti meno “italiani” del nostro panorama musicale, tanto da mettere in difficoltà chi cercava di imbrigliarti in un genere preciso. Quanto ti sei italianizzato negli anni e quanto hai influito invece tu sul nostro modo di concepire la musica nostrana? Ascolto da sempre tanta di quella musica che, onestamente, non me lo sono mai chiesto. Per me l’Italia, la Francia o l’America non fanno differenza. Ascolto tutto e le cose più belle mi ispirano e mi motivano. Ho un approccio davvero poco razionale all’ascolto. Me ne frego delle etichette ed è sempre stato così. Quando voglio fare un disco o un brano in un certo modo o con una determinata influenza, lo faccio e basta. Senza pensare e senza chiedere permesso a nessuno. Mi diverte, mi libera, a volte funziona e a volte meno, ma questa deve necessariamente rimanere innanzitutto la mia più grande passione. E io la vivo così.

Sei tra i pochissimi in grado di scrivere brani per altri che sembrino composti dagli interpreti stessi. L’empatia è il segreto? O scrivi sempre e comunque per te? L’empatia e la consapevolezza sono i doni più belli che l’uomo possa ricevere in natura. Ma non sono del tutto miracoli: sono capacità sulle quali bisogna investire. A me piace ascoltare, ascoltare tanto e ascoltare tutti. Poi c’è qualcosa di particolarmente bello nello scrivere per altri artisti, qualcosa di oltremodo divertente. E’ come commettere un piccolo peccato con la mano di un altro. Anche se ci metti la firma senti di avere meno responsabilità. E lo trovo molto stimolante.

Chiudiamo in leggerezza: cosa canti ultimamente sotto la doccia? E’ un anno che canto le canzoni di Ed Sheeran, che ha fatto uno dei dischi più belli degli ultimi tempi. Le canterei anche al karaoke, se non fossero un po’ troppo alte!

I successi e i riconoscimenti ottenuti nel corso di questi quindici anni hanno dato a Tiziano Ferro quei rinforzi positivi che gli hanno consentito di osare sempre di più e a trovare, al contempo, l’energia necessaria per andare oltre quelli che (si) credeva fossero i suoi limiti. Se in studio il processo è stato veloce, dal vivo è accaduto passo dopo passo, concerto dopo concerto. Fino all’esperienza negli stadi, che sembra aver dato vita ad un vero e proprio secondo tempo, che è facile immaginare più esaltante del primo – per lo meno per Ferro e i suoi fan. Lontano da competizioni con i colleghi e spinto solo dalla voglia di arrivare al cuore delle persone senza troppi fronzoli, Tiziano ha confermato che sono le cose semplici quelle che arrivano dirette, senza bisogno di mediazioni. Che si tratti di una canzone o di un concerto dal vivo. La sicurezza che oggi mostrano le sue dichiarazioni sono certamente il frutto di un lunghissimo percorso personale, ma la sensazione è che questo viaggio sarebbe stato molto più complicato senza il supporto del suo pubblico, ideale spalla cui l’artista si è sempre potuto appoggiare ogni qual volta ne sentisse il bisogno. A bene vedere, è proprio in quel rapporto strettissimo, davvero al limite della simbiosi, che va ricercato il motivo di un successo che ad oggi, in ogni caso, sembra ancora lontano dal proprio zenit. Che la festa abbia inizio.

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